Prospero Colonna difendeva questa città con Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara. Il cancelliere del ducato, Girolamo Moroni, vi teneva la rappresentanza del suo signore, che per anco non aveva potuto fare il suo ingresso nella capitale. Esortava i Milanesi a conservare la loro indipendenza; loro mostrava i pericoli delle vendette de' Francesi; e per aggiugnere inoltre un sentimento religioso all'amore della patria, aveva persuaso un eloquente monaco dell'ordine di sant'Agostino, Andrea Barbato, a riscaldare lo zelo de' Milanesi con una serie di sermoni contro i barbari[20]. Con tale pratica ottenne il Moroni dai suoi compatriotti volontarie contribuzioni abbastanza copiose per assoldare dieci mila Tedeschi. Girolamo Adorno, e Giorgio Frundsberg ne condussero cinque mila con tanta rapidità a traverso alla Valtellina ed al Bergamasco, che entrarono in Milano prima che arrivassero i Francesi; gli altri vi furono condotti alquanto più tardi dallo stesso Francesco Sforza[21].
Dall'altra parte l'armata francese aveva ancor essa ricevuto un inaspettato rinforzo, essendo stata raggiunta da Giovanni de' Medici, che le condusse a Cassano tre mila pedoni e dugento cavalli. Queste truppe avevano bandiere nere in segno di corrotto per la morte di papa Leon X, ond'ebbero poi il nome di Bande Nere; nome che in appresso esse rendettero famoso rivendicando la gloria della fanteria italiana. Queste Bande avevano fino a tale epoca combattuto nell'armata della lega; ma trovandosi Giovanni de' Medici in libertà per la morte di Leon X, le aveva condotte ai servigj della Francia, che gli aveva offerte migliori condizioni[22]. Circa lo stesso tempo, un colpo di colombrina, che alcuni pretesero essere stato diretto dallo stesso Prospero Colonna, uccise Marcantonio Colonna, suo nipote, che serviva nell'armata francese, e Camillo, figliuolo del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio. Il cadavere del primo fu mandato in Milano allo zio, che fu estremamente afflitto per avere veduto cadere tra le file nemiche un nipote che grandemente amava[23].
Prospero Colonna ed il Pescara avevano approfittato della lentezza de' Francesi per riparare tutte le fortificazioni di Milano, e per circondare il castello con una circonvallazione, che non permettesse a Lautrec di soccorrere la guarnigione assediata. Questi, prevenuto ne' suoi progetti, non aveva avuto che il debole compenso della presa di Novara; in appresso aveva attaccato Pavia, difesa dal marchese di Mantova; ma fu forzato ad abbandonarne l'assedio, vedendo avvicinarsi coll'armata imperiale Prospero Colonna. Finalmente erasi diretto per la via di Landriano alla volta di Monza, onde accostarsi ad Arona, ove sapeva trovarsi il danaro mandatogli dalla Francia per pagare le sue truppe[24].
Sapevano gli Svizzeri che il danaro destinato pel loro soldo era stato condotto ad Arona, sul lago Maggiore, e che Anchise Visconti, che occupava Busto con un corpo di truppe milanesi, impediva al convoglio di venire fino all'armata. Perciò facevano calde istanze al Lautrec di forzare il passo fino al lago Maggiore onde far loro avere il danaro, mentre Andrea Gritti, generale de' Veneziani, protestava dal canto suo che non si allontanerebbe cotanto dai confini della sua repubblica, e che, se gli Svizzeri prendevano la strada del lago Maggiore, egli prenderebbe quella di Verona[25]. Desiderava il Lautrec di calmare l'impazienza degli Svizzeri: ma l'armata imperiale soffriva ancora più che la sua per mancamento di danaro e di vittovaglie; e di già intere compagnie di disertori avevano abbandonate le insegne del Colonna per porsi sotto quelle di Lautrec; onde questi sperava, tenendo la campagna ancora qualche tempo, di disperdere l'armata nemica[26].
Ma gli Svizzeri, entrando in campagna, si erano ripromessi più rapidi successi, ed il saccheggio delle più ricche città della Lombardia. Di più terre da loro attaccate, la sola città di Novara era venuta in loro potere, ed era stata da loro barbaramente saccheggiata. Avevano sofferto assai sotto Pavia, ove continue piogge avevano impedita la condotta delle vittovaglie. Mostravansi annojati d'una guerra di posizioni e di marcie, ed accostumati come erano a far tutto cedere ai loro capriccj, si adunarono intorno alla tenda di Lautrec per domandare con altissime grida o la battaglia o il loro congedo[27].
Il Lautrec e tutti i generali francesi impiegarono inutilmente il loro credito presso gli Svizzeri, per persuaderli a confidare ne' loro capi, ad approfittare dei patimenti del nemico, ad aspettare se non altro pochissimi giorni, ne' quali il generale francese, con un nuovo movimento, forzerebbe Prospero Colonna a mutare posizione: tutto fu inutile, e gli Svizzeri risposero a tutti i ragionamenti degli ufficiali dell'armata con una sola voce: domani, o il congedo, o la battaglia[28].
Lautrec, prima di cedere, incaricò Crequì, signore di Pontdormì, di andare a riconoscere il nemico con quattrocento uomini d'armi e sei mila Svizzeri. Prospero Colonna si era accampato alla Bicocca, casa di campagna di un signore milanese, lontana tre in quattro miglia da Milano. Una strada, più bassa de' fondi laterali, gli teneva luogo di fossa; ed egli ne aveva coperti gli orli con artiglieria e con archibugeri; a destra ed a manca il suo campo era chiuso da due canali d'acqua corrente destinata all'irrigazione; ed a non molta distanza dietro al campo uno de' canali era attraversato da un ponte di pietra. Crequì, dopo avere esaminata questa posizione, riferì al generale francese che riuscirebbe difficilissimo il forzarla; onde il consiglio di guerra tentò nuovamente di persuadere gli Svizzeri a rinunciare ad una battaglia che doveva avere un'infelice riuscita. Risposero questi, che attaccherebbero di fronte la linea del nemico e che colle loro picche e colle alabarde s'impadronirebbero di quelle batterie credute tanto formidabili. Dichiararono in pari tempo che domani si metterebbero in cammino per tornare nei loro paese ove non fossero condotti alla battaglia. Il solo Pietro Navarro propose di far morire i più sediziosi e di ridurre così gli altri all'ubbidienza; ma gli altri generali e lo stesso Lautrec, che conoscevano gli Svizzeri, e che si sentivano assolutamente tra le loro mani, preferirono la dubbiosa sorte d'una battaglia alla certezza d'una sconfitta, necessaria conseguenza della partenza di tutta la loro fanteria; e sebbene vivamente sentissero l'imprudenza che stavano per commettere, nondimeno ordinarono alle loro truppe di apparecchiarsi per combattere nel susseguente giorno[29].
In fatti il Lautrec sortì da Monza la mattina del 29 aprile, giorno di Quasimodo, e marciò alla volta della Bicocca. A seconda della loro domanda aveva incaricati otto mila Svizzeri del principale attacco sulla fronte del nemico; Montmorencì col conte di Montforte, i signori di Miolans, di Granville, d'Auchì, di Launai e molti altri marciavano a piedi alla loro testa. Giovanni de' Medici aveva avuto ordine di celare il loro avanzamento, tenendo occupato il nemico colle evoluzioni della sua cavalleria e della sua fanteria leggiere. Lescuns, maresciallo di Foix, con trecento lance ed una parte dell'infanteria doveva girare intorno alla sinistra dell'armata imperiale, passare il ponte di pietra ch'era stato riconosciuto, e piombare alle spalle di Prospero Colonna, ove stava di guardia Francesco Sforza colle milizie milanesi uscite di città, per prender parte nella battaglia; il Lautrec col restante della cavalleria e della fanteria francese doveva piegare a destra; e per penetrare nel campo nemico aveva fatto prendere ai suoi soldati la croce rossa, che portavano gl'Imperiali, invece della bianca che portavano i Francesi; poichè non si costumavano ancora gli uniformi. L'armata veneziana formava la retroguardia e non era chiamata a prendere immediatamente parte nella battaglia[30].
I varj corpi dell'armata francese, non avendo un eguale spazio da percorrere, non potevano giugnere alla rispettiva posizione nello stesso tempo: onde il Montmorencì, giunto a poca distanza dagl'imperiali, ordinò agli Svizzeri di trattenersi per dare tempo al maresciallo di Foix di fare il giro che gli era stato ordinato. Ma gli Svizzeri, pieni di disprezzo pei loro nemici, e volendo avere soli l'onore della vittoria, mai non vollero ubbidire, continuando ad avanzarsi di fronte al nemico, ove trovavansi Giorgio di Frundsberg colla fanteria tedesca ed il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola. Questi aveva insegnato ai suoi fucilieri a fare un continuo fuoco, loro facendo ricaricare il fucile stando in ginocchio, mentre che la linea di dietro tirava. L'attacco degli Svizzeri fu ricevuto con un fuoco così sostenuto, tanto dei fucilieri, che delle batterie, ch'erano caduti morti più di mille Svizzeri prima ch'essi giugnessero alla strada bassa, la quale fu da loro trovata assai più profonda che non credevano, conciossiachè, scesi nella medesima, potevano a stento colla punta delle loro picche ferire i landsknecht che ne custodivano gli orli. Ventidue de' loro capitani e più di tre mila soldati furono uccisi in questo sciagurato attacco, senza quasi potere offendere il nemico. All'ultimo si ritirarono in buon ordine, riconducendo i quattordici pezzi d'artiglieria che loro erano stati dati; ma disprezzando anche in sul finire del combattimento, siccome avevano fatto in principio, gli ordini dei loro capi, non vollero trattenersi in faccia al campo di battaglia in aspetto minaccioso per assecondare gli attacchi del maresciallo di Foix e di Lautrec, che non erano giunti a portata del nemico che quando gli Svizzeri si erano di già ritirati[31].