Il Maresciallo di Foix, che gl'imperiali avevano veduto avanzare sulla loro sinistra, e che sospettavano aver presa la strada di Milano, era finalmente giunto al ponte di pietra che attraversava il canale; era entrato nella posizione di Prospero Colonna, aveva rovesciati i Milanesi di Francesco Sforza ed avrebbe guadagnata la battaglia se fosse stato seguito dalla sua fanteria, o se gli Svizzeri, rinnovando il loro attacco, avessero impedito a Prospero Colonna di condurre tutti i suoi landsknecht ed i fanti spagnuoli contro di lui. Il Lautrec, dopo d'avere posti in fuga sulla diritta i cavalli di Girolamo Adorno, calcolava che i suoi cavalieri entrerebbero assieme con loro nel campo nemico, ove li farebbe ricevere la croce rossa che portavano; ma Prospero Colonna, di ciò prevenuto, aveva ordinato ai suoi soldati di porsi in sul capo una frasca; sicchè, riconoscendo i nemici, gli fu facile di tenerli fuori de' suoi alloggiamenti[32].

I tre corpi dell'armata francese essendo stati tutti respinti, questa ritirossi in buon ordine, coperta dalle bande nere di Giovanni de' Medici, e protetta dall'armata veneziana, che non aveva combattuto. Il Pescara voleva inseguirla, ma Prospero Colonna vi si ricusò perentoriamente, perchè un movimento sedizioso tra i suoi landsknecht che in premio dell'ottenuta vittoria domandavano doppia paga, poteva rendere per lui pericolosa una nuova azione. Gli Svizzeri lo liberarono bentosto da ogni timore, essendosi ritirati a Monza con tutta la loro artiglieria ed i loro equipaggi. All'indomani Lautrec avviossi verso Trezzo e passò l'Adda; colà più non gli fu possibile di trattenere gli Svizzeri al tutto determinati di tornare ne' loro paesi. Dopo averli inutilmente eccitati a rimanere, affidò a suo fratello Lescuns, maresciallo di Foix, il comando degli uomini d'armi francesi, e la difesa delle terre che la Francia possedeva ancora in Lombardia; si congedò da Andrea Gritti, che coll'armata veneziana prese a coprire i confini della repubblica; e, fermo nella risoluzione di volersi personalmente giustificare innanzi al re, accompagnò gli Svizzeri, che rientravano ne' loro paesi attraversando il territorio bergamasco, e passò alla corte di Francia[33].

Il Lautrec era fratello di madama di Chateaubriand, amante del re; e questa era la cagione della grandezza di lui, e di quella di Lescuns e di Lesparre di lui fratelli, uno dei quali perdette il Milanese e l'altro la Navarra. Pure Francesco I rimproverò al maresciallo di Lautrec le sue perdite. Rispose questi d'avere prevenuta S. M. che non potrebbe difendere il Milanese senza danaro; che gli uomini d'armi avevano servito diciotto mesi senza soldo; che gli Svizzeri non gli avevano imposta la legge, e non l'avevano finalmente costretto a combattere alla Bicocca che per non essere stati pagati. Francesco I maravigliando dimandò cosa fosse accaduto dei quattrocento mila scudi che gli aveva mandati. Confessò Semblanzai d'avere avuto ordine di mandarli, ma di esserne stato in seguito impedito da Luigia di Savoja, madre del re, che aveva il titolo di reggente di Francia. Questa, gelosa di Lautrec, e volendo che andasse a male la di lui spedizione, si era fatto dare quel danaro che diceva a sè dovuto. L'onore della madre del re veniva compromesso dalla pubblica processura di Semblanzai. Il cancelliere di Francia Duprat, per salvare la madre del re e per perdere il sovraintendente, suo nemico, lo fece giudicare da alcuni commissarj, e strascinare al supplicio in età di sessantadue anni pel solo delitto d'avere ubbidito alla madre del re, che nè pure fu interpellata in questa causa[34].

Il maresciallo di Foix Lescuns non difese lungamente ciò che ancora possedevano i Francesi in Lombardia. Sei compagnie di uomini d'armi, che aveva posti in Lodi sotto gli ordini di Federico da Bozzolo e di Bonneval, vi si lasciarono sorprendere e far prigionieri, mentre che la città venne saccheggiata dagl'imperiali[35]. Pizzighettone, che poteva lungamente resistere e che tenevasi tra le migliori fortezze d'Italia, capitolò alle prime minacce fattegli dal marchese di Pescara. Finalmente in Cremona, dove si era ritirato il maresciallo di Foix, sollevaronsi le truppe di Giovanni de' Medici chiedendo il loro soldo, drizzarono la loro artiglieria contro i Francesi, e minacciarono di consegnare agl'Imperiali una porta della città. Lescuns cercò di soddisfarle, prendendo a prestito il vasellame di tutti i suoi amici e distribuendolo ai soldati; ma sentì l'impossibilità di sostenersi più lungamente in Italia, e propose a Prospero Colonna una capitolazione che fu subito accettata. Convenne di evacuare non solo Cremona, ma tutta la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli di Novara, Milano e Cremona, se prima che passassero quaranta giorni una nuova armata francese non forzava il passaggio del Po, o non occupava una delle grandi città di Lombardia. Fino allo spirare del termine stabilito dalla capitolazione, che fu sottoscritta il 26 di maggio, le ostilità dovevano cessare intorno a Cremona, dovevano essere somministrate le vittovaglie all'armata francese. Ma perchè passarono i quaranta giorni senza che il re potesse mandare soccorsi al maresciallo di Foix, questi evacuò la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli eccepiti dalla capitolazione, e ricondusse la sua armata in Francia[36].

Uno de' motivi che determinarono Prospero Colonna ad accordare ai Francesi la capitolazione di Cremona, fu il desiderio di trovarsi in libertà per attaccare Genova. Finchè i Francesi avevano in mano quella città, egli non risguardava come sicura la conquista della Lombardia. Vero è che la dolcezza di Ottaviano Fregoso, luogotenente del re, aveva accostumati i cittadini ad un giogo straniero, di modo che Antoniotto e Girolamo Adorno, che seguivano il campo imperiale e che si lusingavano di sollevare la loro fazione colla promessa di tornare alla repubblica l'antica libertà, non cagionarono, avvicinandosi a Genova, verun movimento negli abitanti. Pure i generali imperiali, senza perdere un solo istante, avevano approfittato della capitolazione di Cremona. Prospero Colonna era entrato coi landsknecht nella Valle di Bisagno, ed il marchese di Pescara in quella della Polsevera. Non trovavansi in Genova che due mila soldati, cui era venuto ad aggiugnersi da Marsiglia Pietro Navarro, e perchè i Genovesi non volevano nè sollevarsi contro Ottaviano Fregoso, nè armarsi per difenderne l'autorità, ogni resistenza pareva impossibile. Dodici ufficiali della balìa furono incaricati di trattare una capitolazione. Ma nel tempo che questi trattavano, e che la promessa della sospensione delle ostilità rendeva le guardie più negligenti, alcuni soldati spagnuoli si avvidero che una breccia delle mura non era difesa; essi se ne impadronirono e vi chiamarono i loro commilitoni. Per tal modo l'accidente diede Genova in mano ai nemici il 30 di maggio, senza che i generali ne avessero ordinato l'assalto. La città fu presa, e gli abitanti, che non avevano voluto difendersi, furono saccheggiati, senza distinzione di partito, con estrema barbarie. Pietro Navarro ed Ottaviano Fregoso rimasero prigionieri, e molti altri ufficiali fuggirono per mare. Quella città, in altri tempi la più commerciante e la più ricca dell'Italia, fu ruinata e ridotta ad una assoluta dipendenza dagli stranieri; ma nello stesso tempo riconobbe per doge Antoniotto Adorno[37].

Francesco I, per soccorrere Cremona o Genova, aveva bensì fatte passare le Alpi al duca Claudio di Longueville con quattrocento uomini d'armi e sei mila fanti; ma questi, arrivato a Villanuova di Asti, ebbe la notizia dell'occupazione di Genova, e non trovandosi abbastanza forte per dare battaglia all'armata imperiale, o per istornare la convenzione di Cremona, ebbe ordine dal re di ritirarsi; ed i Francesi abbandonarono per quest'anno ogni loro progetto sull'Italia, tanto più che dovevano difendersi contro l'aggressione inaspettata d'Enrico VIII, che il 29 di maggio aveva dichiarata la guerra alla Francia, facendo in pari tempo sbarcare a Calais il conte di Surrei con sedici mila uomini, per secondare l'armata di Carlo V in Fiandra[38].

La cacciata de' Francesi non apportò verun sollievo ai popoli d'Italia oppressi dalla guerra. L'armata di Prospero Colonna non riceveva verun sussidio nè da Carlo V, nè dal regno di Napoli: ed i soldati tedeschi e spagnuoli vivevano a discrezione nel Milanese. Ogni giorno i generali angustiavano le città con inaudite contribuzioni o con prestiti forzati; il più piccolo ufficiale, posto con un distaccamento in un villaggio, credevasi autorizzato ad inventare una nuova tassa; tutto si riportava alla decisione della violenza militare, e l'ubbidienza si cimentava con crudeli supplicj dettati dal capriccio de' soldati spagnuoli[39]. Omai il Milanese era così ruinato che più alimentare non poteva le truppe necessarie alla sua difesa. Il marchese di Pescara le acquartierò negli stati della Chiesa, loro permettendo di vivervi a discrezione, malgrado la stretta alleanza dei papa coll'imperatore. Carlo di Lannoi, nuovo vicerè di Napoli, di concerto con don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'imperatore a Roma, tassò nello stesso tempo gli stati indipendenti dell'Italia, per far loro mantenere l'armata imperiale. Obbligarono il ducato di Milano a pagar loro venti mila ducati al mese, Firenze quindici mila, Genova otto mila, Siena cinque mila, e Lucca quattro mila. Dovettero pure pagare una contribuzione i marchesi di Monferrato e di Saluzzo: e, malgrado le loro rimostranze, tutti questi stati sovrani dovettero assoggettarsi agli ordini che loro davano subalterni ministri[40].