Dopo la sommissione d'Alessandria l'armata di Lautrec, essendosi unita con quella de' Veneziani in Lombardia, si avanzò fino ad otto miglia da Milano. Antonio di Leyva, che vi comandava, non dubitando d'essere bentosto attaccato, e non avendo per difendersi bastanti forze, richiamò all'istante quattrocento fanti della guarnigione di Pavia; e questo appunto voleva il Lautrec, che ripiegò bruscamente sopra Pavia il 28 di settembre, e non diede tempo di rientrarvi al rinforzo che n'era uscito. Luigi da Barbiano, conte di Belgiojoso, che aveva il comando di quest'ultima città, sebbene non avesse che ottocento uomini, volle pure difendersi. Il quarto giorno dopo l'attacco furono aperte nelle mura alcune brecce, onde il Belgiojoso si lasciò muovere dalle preghiere degli abitanti, ed offrì di capitolare; ma non era più tempo: la città fu presa d'assalto ed abbandonata al furore delle truppe francesi. Il nome di Pavia loro ricordava la prigionia del re e la distruzione della loro armata: ufficiali e soldati, tutti erano animati dallo stesso spirito di vendetta; e gli sventurati abitanti, che non avevano presa la più piccola parte nelle vittorie degl'imperiali furono trattati con un rigore che pareggiava la crudeltà dei Castigliani. Soltanto dopo otto giorni d'eccessi d'ogni genere il Lautrec richiamò le sue truppe alla disciplina e fece cessare il saccheggio[341].
Dopo presa Pavia i Veneziani ed il duca di Milano sollecitavano il Lautrec a terminare la conquista della Lombardia; gli rappresentavano che Antonio di Leyva era infermo, che le sue truppe erano scemate assai e scoraggiate dalle recenti vittorie de' Francesi; ma che, se gli si dava tempo, il Leyva riceverebbe i rinforzi che per lui si levavano in Germania, ed allora opporrebbe un'insuperabile resistenza. Conveniva il Lautrec che questo piano di campagna sarebbe il più conveniente; ma egli vi oppose gli espressi ordini dei re di Francia e d'Inghilterra, i quali non avevano formato la sua armata che per liberare il papa, e proseguì il suo cammino verso il mezzodì dell'Italia[342].
Il Lautrec incontrò a Piacenza gli ambasciatori di Alfonso d'Este, duca di Ferrara, e di Federico, marchese di Mantova, che, come vuole il destino dei piccoli principi, venivano ad ingrossare il partito più forte. Alfonso d'Este, malgrado gli ajuti dati di fresco al duca di Borbone, fu da Francesco I trattato con parzialità. Renata di Francia, figlia di Lodovico XII e cognata del re, fu promessa in matrimonio a suo figliuolo Ercole, portandogli in dote i ducati di Chartres e di Montargis. Il sacro collegio, adunato a Parma sotto la presidenza del cardinale Cibo, rinnovò a nome del pontefice prigioniero l'investitura di Ferrara a favore della casa d'Este, e rinunciò ad ogni sua pretesa sul Modenese. Nello stesso tempo fu promesso il cappello di cardinale ad Ippolito, secondo figlio d'Alfonso, e questi si obbligò invece a somministrare all'armata della lega cent'uomini d'armi e sei mila scudi al mese[343].
Dal canto suo la repubblica di Firenze fu chiamata a rinnovare la sua alleanza colla Francia e coi Veneziani. Il gonfaloniere Niccolò Capponi vedeva con rincrescimento i suoi concittadini prendere parte in questa guerra. Egli avrebbe giudicato più prudente consiglio il tenersi amici i due sovrani che minacciavano l'Italia; e Luigi Alamanni, che aveva di già gran nome come poeta, e che dopo la congiura contro il cardinale Giulio dei Medici era sempre vissuto in Francia, pareva avere conosciuto a quella corte quanto la repubblica dovesse poco contare sulla di lei amicizia; e perciò vivamente esortava i suoi concittadini a collegarsi con Carlo V, piuttosto che con Francesco I. Ma Firenze trovavasi in allora divisa in due partiti, dei grandi e del popolo; di già spargevasi il sospetto che i primi pensassero a richiamare i Medici, e si suppose che il Capponi e l'Alamanni non si opponessero al rinnovamento dell'alleanza che per segretamente favorirli. Tutto il partito popolare dichiarossi vivamente per la Francia; fu rinnovata l'alleanza, e le bande nere che la repubblica aveva da poco tempo prese al suo servizio, e ch'erano state portate a cinque mila uomini sotto gli ordini d'Orazio Baglioni, furono promesse al signore di Lautrec[344]. Dopo queste negoziazioni il rinnovamento della lega si pubblicò a Mantova il 7 dicembre: doveva questa comprendere papa Clemente VII, i re di Francia e d'Inghilterra, le repubbliche di Venezia e di Firenze, i duchi di Milano e di Ferrara, ed il marchese di Mantova[345].
Il papa veniva sempre nominato alla testa della santa lega destinata essenzialmente a fargli ricuperare la libertà. Pure nell'epoca press'a poco in cui si pubblicava questa lega in Mantova, egli ancora usciva dalla sua lunga prigionia di Castel sant'Angelo. Per ragunare il danaro promesso alle truppe imperiali egli era stato obbligato di porre in vendita sette cappelli di cardinale, ed altre principali dignità della Chiesa romana; aveva fatte aprire agl'imperiali le fortezze ch'erano tuttavia in suo potere; aveva dati nuovi ostaggi per guarentire il resto del suo debito; ed il giorno 10 di dic. era finalmente stato fissato per aprirgli le porte della sua prigione. Alarcone per sei interi mesi che l'ebbe in sua custodia aveva adempiuto al suo ufficio colla più rigorosa puntualità; ma l'ultimo giorno, o sia che realmente trascurasse la consueta vigilanza, o che avesse segrete istruzioni di permettere che il papa si sottraesse alle nuove domande che gli potessero essere fatte dall'armata, egli lo lasciò fuggire. Il papa presentossi il 9 di dicembre alla porta di castel sant'Angelo, come un espresso mandato dal suo proprio maestro di palazzo per apparecchiargli viveri ed alloggio; non fu riconosciuto, o le guardie finsero di non riconoscerlo, ed egli passò liberamente coperto il capo con un cappello grandissimo, ed avviluppato il corpo in un grossolano mantello; uscì quindi a piedi da Roma per la porta di un orto, poi trovato fuori delle mura un cavallo spagnuolo che lo stava aspettando, andò tutto solo ad Orvieto dove allora trovavansi accampati gli alleati[346].
Clemente VII, abbattuto da tanti patimenti e da così lunga prigionia, disperando di miglior fortuna, e rinunciando a' suoi vasti progetti, cui aveva fatti fin allora tanti sagrificj, parve, quando giunse presso gli antichi suoi confederati ad Orvieto, non avere oramai altro desiderio che quello di soddisfare al trattato conchiuso cogl'imperiali, e di tornare la pace all'Italia. Supplicò gli alleati a ritirare la loro armata dagli stati della Chiesa, poichè i generali di Carlo V gli avevano promesso di ritirare nello stesso tempo anche la loro armata da Roma; e questa sventurata capitale, esposta sette mesi continui alle ruberie d'una barbara armata, non poteva più a lungo sostenere così crudele calamità. Ma quando in principio del 1528 gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra si presentarono al papa e gli fecero calde istanze perchè si unisse alla loro lega, egli fu visto ritornare all'irrisoluzione, alle simulazioni e alla mala fede che avevano per lui avuto così fatali conseguenze, e lusingare nuovamente tutti i partiti[347].
Sebbene le ostilità si fossero ricominciate da alcuni mesi, solamente il 21 gennajo del 1528 gli ambasciatori di Venezia e d'Inghilterra si presentarono a Carlo V a Burgos per riepilogare in una pubblica udienza le lagnanze de' loro padroni, per intimargli di porre in libertà il papa ed i reali figli di Francia, e per domandare in caso di rifiuto il loro congedo, poichè delle tante proposizioni di pace che si erano discusse nel precedente anno niuna aveva potuto ottenere il vicendevole aggradimento. Agli ambasciatori tennero dietro immediatamente due araldi d'armi, che a nome dei re di Francia e d'Inghilterra dichiararono formalmente la guerra. Questo clamoroso apparato dato alla rottura delle negoziazioni irritò l'imperatore, il quale, sotto colore di provvedere alla sicurezza de' proprj ambasciatori, fece ritenere in distanza di trenta miglia gl'inviati di Francia, di Venezia e di Firenze, e non permise all'inviato del duca di Milano d'abbandonare la sua corte[348].
Francesco I fece, per rappresaglia, arrestare l'ambasciatore dell'imperatore, ed ottenne con tale mezzo che fossero posti in libertà i suoi inviati, i quali, essendo tornati in Francia, gli dissero che l'imperatore l'aveva pubblicamente chiamato mancatore di parola: Francesco rispose il 28 di marzo a Carlo V con un cartello di sfida a singolare duello per provargli che aveva mentito accusandolo: Carlo V rispose il 24 di giugno accettando la disfida, ed offrì per campo di battaglia lo stesso luogo sulla sponda dell'Andaya, ove Francesco I era stato cambiato coi suoi figliuoli. Queste disfide appagarono l'animosità dei due principi, senza che veruno di loro pensasse poi di dare effetto alla disfida[349].
Frattanto Lautrec, quando vide perduta ogni speranza di pace, mosse la sua armata per tentare la conquista del regno di Napoli. Era partito il 9 di gennajo da Bologna, tenendo la strada della Romagna e della Marca per entrare negli Abruzzi; ed infatti passò il Tronto il 10 di febbrajo[350]. Francesco I gli aveva assegnati cento trenta mila scudi al mese pel mantenimento dell'armata; e di già aveva lasciato accumulare un arretrato di dugento mila scudi, quando, dimenticando che aveva fatto perdere il Milanese allo stesso Lautrec per non avergli somministrate le somme necessarie al mantenimento dell'armata, ridusse tutt'ad un tratto a sessanta mila scudi la promessa sovvenzione, facendolo in pari tempo avvisare che non potrebbe continuarla più di tre mesi[351].