Questa notizia fu un colpo di fulmine pel Lautrec, che fin allora aveva fatto più che non erasi sperato. Tutte le città degli Abruzzi gli avevano aperte le porte, e la maggior parte, ricevendolo come loro liberatore, gli avevano mandate le loro chiavi in distanza anche di venticinque e di trenta miglia. I Veneziani gli avevano somministrato, sotto gli ordini di Pietro Pesaro e di Camillo Orsini, un'armata, la di cui cavalleria leggiere, levata nelle montagne dell'Epiro, era la migliore di quante altre allora servivano in Europa[352]. I Fiorentini, cui Lautrec aveva soltanto domandato danaro, preferirono di somministrare il loro contingente in uomini. Sentivano essi la necessità di tornare ad essere militari per difendere la loro indipendenza; avevano prese al loro servigio le bande nere formate quasi interamente di Toscani, e ne avevano affidato il comando ad Orazio, figliuolo di Gian Paolo Baglioni di Perugia; e questa truppa di quattro mila uomini era annoverata tra le più valorose e più temute dell'armata francese[353].

Se Francesco I avesse saputo approfittare dello zelo dei popoli, se con un solo sforzo avesse bastantemente provveduta la sua armata d'uomini e di danaro, avrebbe potuto nel corso d'una breve campagna scacciare gl'imperiali dall'Italia; ma l'armata di Lautrec, che stando ai ruoli mostravasi numerosissima, non fu mai portata a numero, nè vicina ad esserlo. Il Lautrec aveva consumato molto tempo nella Marca d'Ancona, aspettandovi ora gli Svizzeri, ora i Tedeschi, ora i Guasconi. Prima che uno dei corpi ch'egli doveva comandare avesse raggiunte le sue bandiere, un altro aveva di già terminato il tempo del suo servigio; perciò la sua marcia nulla aveva di quell'impeto che era stato il carattere distintivo de' Francesi nelle prime loro campagne in Italia; egli avanzavasi lentamente lasciando tempo ai suoi alleati di scoraggiarsi; e in breve il bisogno di danaro lo costrinse ad alienarsi colle sue estorsioni que' popoli che prima l'avevano ricevuto a braccia aperte[354].

Sebbene il Lautrec fosse di già entrato nel regno di Napoli, il principe d'Orange potè a stento trarre fuori di Roma l'armata imperiale per andare a combatterlo. Questa sfrenata soldatesca non voleva rinunciare alle spoglie ed alle delizie che trovava ancora nella capitale della Cristianità. Nel corso di otto mesi veruna protezione era stata accordata nè alle persone, nè alle proprietà, e siccome andavano di pari passo crescendo l'insolenza de' militari e la miseria degli abitanti, i mali della vigilia erano sempre superati da quelli del susseguente giorno. Bisognava dare danaro all'armata per persuaderla ad ubbidire di nuovo: il principe d'Orange ne domandò al papa, che colla sua corte trattenevasi tuttavia in Orvieto; e questi, malgrado la miseria cui era ridotto, malgrado i voti che faceva per la causa della lega, malgrado il timore di offendere i Francesi, diede ancora quaranta mila ducati al principe d'Orange perchè facesse uscire da Roma la sua armata, la quale infatti entrò in campagna il 17 di febbrajo. Ma sebbene i disertori fossero stati rimpiazzati dai malviventi che da ogni banda dell'Italia affrettavansi di venire a prendere parte nello spoglio della capitale della Cristianità, quest'armata, che otto mesi prima contava per lo meno quaranta mila uomini, si trovò ridotta a mille cinquecento cavalli, quattro mila Spagnuoli, due in tre mila Italiani, e cinque mila Tedeschi; essendo gli altri rimasti tutti vittima della peste[355].

Il principe d'Orange ed il duca del Guasto, avendo preso colla loro armata la strada della Campania, passarono in seguito le montagne presso Serra di Capriola e scesero nella Puglia, ove si accamparono presso le mura di Troja. Dal canto suo il Lautrec invece di portarsi con diligenza sopra Napoli, il di cui possedimento aveva quasi sempre decisa la sorte delle guerre del regno, si era trattenuto nella Puglia per riscuotere la gabella del transito de' montoni, la quale nel mese di marzo produce dagli ottanta ai cento mila scudi, e che in allora formava la principale entrata della corona. Aveva fatta la rassegna delle sue truppe a Sanseverino, ed aveva contati circa trenta mila uomini sotto i suoi ordini; era in appresso andato a Luceria, ove lo aspettava Pietro Navarro; e finalmente le due armate francese ed imperiale si trovarono in vista l'una dell'altra. Le rive d'un ruscello, che scorre tra Luceria e Troja, vennero attaccate e difese con diverse belle scaramucce di cavalleria, ma con poco spargimento di sangue, perchè i fucilieri non entrarono in battaglia[356].

Lautrec offrì più volte la battaglia al principe d'Orange ne' sette giorni che le due armate si tennero a vista l'una dell'altra; ma gl'imperiali non vollero accettarla. Per altro Lautrec non osò di attaccare i loro alloggiamenti, perchè non istimava la sua fanteria abbastanza ferma per un tale assalto; stava però tuttavia aspettando i quattro mila uomini delle bande nere al soldo de' Fiorentini, che conduceva Orazio Baglioni. Quando il principe d'Orange ebbe avviso del loro avvicinamento, risguardandole ancor esso come le migliori truppe di fanteria che in allora guerreggiassero in Italia, giudicò conveniente di ritirarsi sopra Napoli: approfittò d'una densa nebbia per uscire dal suo campo il 21 di marzo, lasciandovi, per ingannare i Francesi, alcuni fuochi accesi; e mentre attraversava le gole di Crevalcuore per rientrare nella Campania, lasciò a Melfi ser Gianni Caraccioli, principe di quella città, colla sua compagnia d'uomini d'armi, due battaglioni spagnuoli e quattro battaglioni italiani, onde trattenere i Francesi[357].

Il Lautrec, accortosi della fuga de' nemici, ed essendo entrato in Troja, ove trovò che avevano ancora molte vittovaglie, adunò un consiglio di guerra per deliberare intorno alle future operazioni. Rappresentavano Guido Rangoni, Renato di Vaudemont, Valerio Orsini, e quasi tutti i capitani, che omai niun oggetto poteva trattenere utilmente l'armata nella Puglia, ave la gabella de' montoni non aveva, a cagione della guerra, prodotto più della metà di ciò che si sperava; che per lo contrario tenendo dietro da vicino al principe d'Orange, era facile di raggiugnere l'armata nemica tuttavia imbarazzata dal bottino fatto in Roma; che questa attaccata nella sua marcia sarebbe sicuramente distrutta, tanto più che il principe d'Orange, essendo apertamente disgustato con Ugo di Moncade, succeduto al Lannoy nella carica di vicerè di Napoli, non otterrebbe da questi verun soccorso. Ma Pietro Navarro, che, come il Lautrec, consigliava sempre diversamente dagli altri, e riponeva in appresso tutto il suo orgoglio nel sostenere acremente le proprie opinioni, insistette perchè l'armata non si lasciasse alle spalle veruna fortezza, ed in particolare Melfi, piazza d'armi di ser Gianni Caraccioli, uno de' più potenti e de' più valorosi baroni del partito imperiale. Si adottò il suo consiglio; fu attaccato Melfi dallo stesso Navarro colle bande nere e colla fanteria guascona; e dopo due sanguinosissimi assalti la città fu presa il 23 di marzo, ed il castello si arrese poco dopo a discrezione: i soldati furibondi per le perdite che avevano fatte, non vollero accordare quartiere; e ad eccezione dello stesso principe di Melfi e di pochi suoi ufficiali, tutti gli altri prigionieri furono uccisi in numero di oltre tre mila, parte in città e parte nella rocca[358].

Il ritardo cagionato dall'assedio di Melfi ebbe le più funeste conseguenze per l'armata francese. Il principe d'Orange ebbe tempo di eseguire la sua ritirata sopra Napoli senza perdere un sol uomo; ebbe agio di calmare una sollevazione de' suoi soldati spagnuoli che gli domandavano i loro soldi arretrati, e di provvedere alla difesa di Napoli. Distribuì nella stessa città la sua armata, malgrado le istanze del marchese del Guasto, che voleva risparmiare ai suoi concittadini così formidabili ospiti, e farli accampare in una forte posizione fuori delle mura. Intanto il Lautrec occupava Barletta, Venosa, Ascoli e tutte le città della Puglia, tranne Manfredonia; e Gio. Moro, che aveva il comando della flotta veneziana a cagione dell'assenza dell'ammiraglio Pietro Lando, scorrendo colle sue galere le coste della terra di Bari e della terra d'Otranto, aveva di già ricevuta la capitolazione di Monopoli e di Trani, ed assediava il castello di Brindisi, dopo avere presa la città. Tre altre città ancora erano state promesse ai Veneziani in forza delle condizioni della lega; cioè Otranto, Pulignano e Molo, ed in tutte tre i popoli manifestavano altamente il loro desiderio di tornare sotto il dominio veneto. Sgraziatamente il provveditore degli Stradioti, Andrea Civran, il più valoroso, il più attivo di tutti i capitani veneziani, venne colpito, nell'assedio di Manfredonia, da una malattia che lo condusse al sepolcro; subito dopo la flotta veneziana fu da Lautrec chiamata innanzi a Napoli, per secondare le operazioni della sua armata[359].

Il Lautrec verso la metà d'aprile aveva lasciata la Puglia per accostarsi a Napoli. Aveva ricevute le capitolazioni di Capoa, di Nola, di Acerra, d'Aversa e di tutte le principali città di terra di Lavoro; per altro avanzavasi con estrema lentezza, a cagione delle grandi piogge che avevano allagato il paese, e per la difficoltà di trovar vittovaglie per una così grande armata; conciossiachè per una imperdonabile negligenza egli aveva permesso che a' suoi soldati si unisse forse il doppio numero di servitori e d'operai. Finalmente il 29 d'aprile arrivò in faccia a Napoli, ed il primo di maggio si accampò sul Poggio Reale[360].

Napoli era in allora riputata fortissima città, e le montagne lungo le quali si stendevano le sue fortificazioni si difendevano facilmente; oltrecchè al presente aveva entro le sue mura piuttosto un'armata che una guarnigione, la quale era tutta composta di soldati invecchiati nella guerra, e de' più esperti ufficiali di tutta l'Europa. Credevasi che la città non fosse sufficientemente approvvigionata; ma la più parte degli abitanti eransi ritirati ad Ischia, a Capri, e nelle altre vicine isolette, onde le loro provvigioni erano rimaste ai soldati. Lautrec, invece d'aprire le sue batterie contro Napoli, e di approfittare con un ardito attacco del naturale impeto de' Francesi, che a dir vero egli aveva di già lasciato intiepidire, si propose di affamare la città con un blocco. Gli fu inutilmente rappresentato, che mai non otterrebbe di chiudere affatto il mare agli assediati, che non sarebbe meno in pericolo di mancare di vittovaglie la sua armata che quella de' nemici, e che cominciando il caldo della state l'aria della campagna di Napoli riuscirebbe fatale ai suoi soldati. Lautrec si faceva un punto d'onore di decidere ogni cosa da sè senz'abbadare agli altrui consiglj. Faceva così grande fondamento sui bisogni degli assediati, che da prima vietò ai suoi soldati di entrare in veruna scaramuccia; ma fu bentosto forzato di rivocare quest'ordine, affinchè l'ozio e la noia non facessero perdere alla sua gente il coraggio e la salute[361].