Le due armate ricominciarono dunque ad intrattenersi ogni giorno in piccole zuffe, che spesso riuscivano sanguinose assai perchè l'infanteria leggiere armata di carabine vi prendeva parte colla cavalleria, e gli Spagnuoli da una banda, ed i Toscani delle bande nere dall'altra, erano assai destri fucilieri. Pure l'armata che difendeva Napoli, avvezza in Roma all'abuso della vittoria ed all'indisciplina, opprimeva crudelmente i Napolitani. Questi fuggivano dalla città qualunque volta potevano farlo, e si rifugiavano in Caprea, in Ischia, in Procida, o sul promontorio di Sorrento. La maggior parte de' fuggiaschi, credendo i Francesi sicuri della vittoria, o desiderando ardentemente di scuotere il crudel giogo degli Spagnuoli, passavano di là al campo di Lautrec, e si affrettavano di giurare fedeltà al re di Francia. Vincenzo Caraffa fu il primo a darne l'esempio, e fu bentosto seguito dal Caraccioli, conte di Murcone, da Ferdinando Pandoni, da Federico Gaetani e da Francesco d'Aquino. Lo stesso ser Gianni Caraccioli, fatto prigioniere a Melfi, di cui era principe, non avendo potuto ottenere d'essere riscattato dal principe d'Orange, dichiarossi pel partito angioino, e ricevette da Lautrec un comando nell'armata[362].
Gli assediati cominciavano di già a provare grandi privazioni, perchè quantunque avessero abbondante approvvigionamento di granaglie, tutti i loro mulini erano in mano de' nemici, ed erano costretti di macinare essi medesimi il frumento. Il vino, che avevano prodigalizzato ne' primi giorni dell'assedio, cominciava pure a mancare: i landsknecht visitavano tutte le cantine de' privati per trovarne, e spinsero l'insolenza loro fino a saccheggiare quelle del marchese del Guasto, uno de' loro generali[363]. Dall'altro canto i Francesi avevano di già moltissimi ammalati nel loro campo; e fu per loro una grave perdita quella d'Orazio Baglioni, colonnello delle bande nere, ucciso il 22 di maggio in una grossa scaramuccia. Gli fu sostituito il conte Ugo de' Pepoli[364].
Sperava Lautrec che il porto di Napoli verrebbe interamente chiuso agli assediati dalle flotte francese e veneziana; ma Andrea Doria, ammiraglio della flotta francese, già da gran tempo disgustato della condotta che tenevano a suo riguardo i generali, e di quella della corte di Francia verso la sua patria, non aveva voluto servire egli medesimo, e si faceva rimpiazzare da Filippino Doria, suo nipote, nel comando delle otto galere genovesi mandate all'assedio di Napoli. Dal canto suo Pietro Lando, ammiraglio dei Veneziani, non sapeva determinarsi ad abbandonare l'assedio del castello di Brindisi, e le conquiste che andava facendo sulle coste della Puglia per la sua repubblica; ad ogni modo, siccome ne aveva ricevuto positivi ordini in sul finire di maggio, gli assedianti cominciarono ad aspettare, e gli assediati a temere la di lui venuta. Don Ugo di Moncade lusingossi di poterlo prevenire, sorprendendo nel golfo di Salerno Filippino Doria, prima che gli si unisse la flotta veneziana: meditava di attaccarlo a bordo colle sue vecchie bande spagnuole, e d'impadronirsi delle sue otto galere, malgrado la superiorità de' marinaj genovesi nel manovrare. Teneva nel porto di Napoli sei galere, quattro fuste e due brigantini, sulle quali navi imbarcò mille archibugieri spagnuoli, il fiore dell'armata; andò a bordo egli stesso con quasi tutti i capitani, ed i più distinti ufficiali che si trovavano in Napoli, e si fece seguire da molte barche pescarecce, che pure caricò di soldati. Aveva sperato di trovare le galere del Doria senza guarnigione; ma questi era stato prevenuto dei progetti del nemico, ed aveva avuto tempo di far passare sulle sue galere trecento archibugieri domandati a Lautrec[365].
Filippino Doria, quando gl'imperiali si mossero per attaccarlo, incrociava nel golfo di Salerno, lungo la costa d'Amalfi, in faccia al piccola promontorio di Capo d'Orco. Non ricusò la battaglia; ma prima di farsi incontro al nemico, staccò tre galere sotto gli ordini di Niccola Lomellini, per prendere il vento a qualche distanza, e tornare in seguito, quando sarebbe attaccata la battaglia, ad urtare ne' fianchi ed in poppa le navi imperiali con tutta la forza del movimento acquistato.
Il marchese del Guasto ed Ugo di Moncade, essendo partiti la mattina del 28 maggio da Posilippo, avevano voluto incoraggiare i loro soldati a questo genere di battaglia, cui non erano accostumati, col far loro apparecchiare un pranzo nell'isola di Caprea, e farli esortare nel medesimo luogo da un eremita spagnuolo a combattere valorosamente per liberare i molti prigionieri della loro nazione che il Doria teneva incatenati nelle sue galere. A questo ritardo l'ammiraglio genovese dovette il vantaggio d'essere prevenuto dell'imminente attacco. Più non rimanevano che tre ore di giorno, quando gli Spagnuoli scoprirono le cinque galere che Filippino s'era tenute. I due vascelli ammiraglj vennero fra di loro a battaglia; ma il Doria si affrettò di far fuoco il primo onde coprirsi col proprio fumo, ed uccise colla prima scarica quaranta uomini sul ponte della galera nemica. I Genovesi, accostumati al servigio di mare, sapevano chinarsi combattendo, e tenersi nascosti dietro alla pavesata; gli Spagnuoli invece conoscevano d'essere inferiori finchè non potessero venire all'abbordaggio, che i loro nemici evitavano. Essi non avevano pavesata, ed erano maltrattati assai dal fuoco che i loro avversarj facevano dall'alto degli alberi. Ad ogni modo due navi genovesi, attaccate da tre imperiali, erano in pessimo stato condotte, e già stavano per arrendersi, quando quelle del Lomellini col vento in poppa tornarono a piene vele contro la flotta di Moncade. L'albero maestro del vascello montato dal Moncade, cadde fracassato nell'urto; Moncade stesso fu ferito in un braccio, e mentre continuava ad incoraggiare i suoi soldati fu ucciso dai sassi e dai fuochi d'artificio che si gettavano sulla sua nave dall'alto delle gabbie nemiche. In sul finire della battaglia la sua nave fu colata a fondo, e lo stesso accadde della galera montata da Cesare Fieramosca. Filippino Doria scelse appunto quest'istante per rompere le catene di tutti gli schiavi barbareschi che teneva sulle sue galere, esortandoli a meritarsi la libertà col fare aspra vendetta degli Spagnuoli loro crudeli nemici. Allora venne all'arrembaggio che aveva prima evitato; ed i barbareschi mezzo ignudi si precipitarono colla sciabola in mano nei vascelli spagnuoli. Quelli del marchese del Guasto e di Ascanio Colonna avevano preso fuoco, spezzati erano i loro remi, ed i loro equipaggi o ribellati o distrutti, quando pensarono di arrendersi. Furono prese anche le fuste, non essendosi salvate fuggendo che due galere imperlali in pessimo stato. Per gastigo di questa sconfitta il principe d'Orange fece appiccare, appena arrivato, uno de' capitani di quelle due galere; l'altro, atterrito da quest'atto di crudeltà, riprese il largo e si arrese a Filippino Doria[366].
La flotta imperiale era distrutta, ucciso il vicerè Moncade, cui i Mori, circondando il suo cadavere, chiedevano con feroce sorriso se pensava tuttavia di fare una seconda discesa sulle coste dell'Africa e di rinnovarvi le spaventose sue crudeltà. Il marchese del Guasto, Ascanio Colonna, Francesco Hijar, Filippo Cerbellione, Giovanni Caietani, e Sernone, erano prigionieri, e nel susseguente giorno lo storico Paolo Giovio, ch'era stato spettatore della battaglia dalle coste d'Ischia, andò a nome della marchesana del Guasto a portare ai prigionieri danaro e conforti sulla galera di Filippino Doria. Questi li mandò poi a suo zio Andrea colle tre galere che aveva prese[367].
Poco dopo questa vittoria, che sembrava accertare la buona riuscita delle intraprese di Lautrec, il 10 di giugno sopraggiunse nel golfo di Napoli con ventidue galere l'ammiraglio veneziano Pietro Lando, il quale chiuse affatto per alcun tempo il mare agli assediati[368]. Gl'imperiali per altro avevano ancora una ragguardevolissima cavalleria leggiere, mentre il Lautrec quasi non ne aveva; ed invece di assoldarne, come veniva consigliato di fare, acconsentì che gli uomini d'armi, che facevano il suo servigio, andassero ad acquartierarsi a Capoa, ad Aversa ed a Nola. Il principe d'Orange, rimasto solo nel comando di Napoli, seppe approfittare di questa inavvedutezza del Lautrec per istancheggiare con frequenti sortite gli assedianti, e far entrare più vittovaglie in città. La fanteria leggiere delle bande nere, che da prima aveva combattuto con molto zelo in ogni scaramuccia, vedendosi costantemente sagrificata, per non esservi più i cavalli a coprirla nelle sue ritirate, si era disgustata di quelle zuffe sempre svantaggiose. Ma quanto più calde erano le istanze che si facevano a Lautrec perchè adoperasse il danaro ricevuto dalla Francia nell'assoldare cavalleria leggiere, tanto più a questo generale pareva ingiurioso che altri pretendesse dargli consiglj, e perciò si ostinava a non seguirli[369]. Omai più non accadevano intorno a Napoli scaramucce di qualche importanza, e tanto gli assediati come gli assedianti erano travagliati dalla fame e dalle malattie. I primi erano condannati a dure privazioni; in città si era manifestata la peste, e molti corpi di fanteria tedesca e di cavaleggieri trattavano segretamente con Lautrec per passare nel campo francese; nel quale per altro frequentissime pure erano le malattie, e tanto guasto avevano fatto tra i zappatori, che più non si potevano terminare le trincee; perciò il Lautrec era ridotto a tale stato di non avere più operaj per continuarne i lavori, nè soldati per custodirle quando fossero terminate. Cotali trincee, rompendo il corso delle acque, erano state cagione che queste si spargessero per le campagne, se restassero stagnanti in più luoghi con grave pregiudizio della salubrità dell'aria. Del resto la campagna che circonda Napoli è sempre micidiale ne' calori estivi, ed oggi un'armata non potrebbe tenervisi ne' mesi in cui Lautrec vi accampò colla sua, senz'andare ugualmente soggetta a febbri pestilenziali. Il primo loro sintomo era un'enfiagione alle gambe che in appresso stendevasi a tutto il corpo, e l'infermo moriva tormentato da crudelissima sete. Tra le prime vittime di questo flagello si contarono il nunzio del papa presso l'armata della lega, Pietro Paolo Crescenzio, e Luigi Pisani, provveditore veneziano, morti entrambi il giorno 15 di giugno. In appresso non passò giorno che non fosse funestato dalla morte di qualche capo dell'armata, sebbene l'epidemia non giugnesse al colmo che il 15 di luglio[370].
L'imperatore ed il re di Francia, informati che l'assedio di Napoli non terminerebbe così presto, ed eccitati dai loro generali a mandare soccorsi, risolsero ambidue di spedire nuove truppe in Italia. Il primo scelse per tale spedizione Enrico il giovane, duca di Brunswick; l'altro Francesco di Borbone, conte di San-Paolo. Doveva il Brunswick condurre rinforzi ad Antonio di Leyva, e poichè avesse ritornata la superiorità agl'imperiali in Lombardia, avanzarsi verso l'Italia meridionale per costringere il Lautrec a levare l'assedio di Napoli. Per lo contrario il San-Paolo, doveva opporsi al passaggio del primo, scacciare da Milano Antonio di Leyva, e dopo avere ridotti gl'imperiali a sgombrare la Lombardia, raggiugnere il Lautrec per terminare con lui la conquista del regno di Napoli[371].
Il duca di Brunswick coll'assistenza di Ferdinando, re d'Ungheria, fratello dell'imperatore, fu il primo a scendere in Italia. Partì da Trento il 10 di maggio con seicento cavalli e dieci mila fanti; passò l'Adige e s'avanzò fino in Lombardia, senza che il duca d'Urbino, generale de' Veneziani, gli si avvicinasse mai tanto da venire a qualche scaramuccia. Aveva questi dichiarato al senato veneto, che, per quanto la sua armata potesse superare di numero la nemica, giammai la sua cavalleria sosterrebbe l'urto della tedesca, nè la sua fanteria quello dei landsknecht; onde, non deviando dalla consueta sua tattica, aveva difese le città e le fortezze, lasciando tempo agli oltremontani di consumare la loro furia[372].