I Tedeschi condotti dal duca di Brunswick avevano abbandonato il loro paese per la speranza d'un saccheggio somigliante a quello che nel precedente anno aveva arricchito i loro compatriotti; e quando trovarono le pianure della Lombardia ruinate da una disastrosa guerra, le terre desolate dalla fame e dalla peste, e le città contro di loro difese non meno dai nemici che dagli amici, non tardarono a disgustarsi d'un faticoso servigio, del quale non erano pagati. Mai non giugneva danaro all'armata imperiale, nè dalla Spagna nè dalla Germania; onde Antonio di Leyva, che aveva da principio persuaso il duca di Brunswick ad assediare Lodi, vedendo che quest'assedio non avanzava, cercava di scoraggiarlo per non avere in Lombardia compagni nel comando o nei rubamenti. Il Brunswick vendicossi di questa opposizione con una crudeltà senza pari; egli non si accontentava di saccheggiare ogni cosa, ma faceva oltre a ciò passare a filo di spada tutti gli uomini che gli venivano tra le mani; bruciava tutte le case isolale, volendo che il suo passaggio fosse contrassegnato da una totale desolazione. Per giustificare tante atrocità, pretendeva il Brunswick che tutti gl'Italiani fossero ribelli all'autorità imperiale, e diceva d'essere venuto a distruggere coloro che i suoi predecessori non avevano saputo castigare. Il duca d'Urbino usò lo stesso trattamento verso i prigionieri tedeschi; onde il 13 di luglio i landsknecht si ammutinarono, e poco dopo il duca di Brunswick tornò per la strada di Como in Germania co' deboli avanzi di un'armata, i di cui soldati erano per la maggior parte disertati, o passati sotto le bandiere d'Antonio di Leyva[373].
Questi continuava a conservare Milano ubbidiente col terrore. Abbandonato dall'imperatore, senza danaro per pagare i soldati, erasi impossessato di tutte le vittovaglie che si trovavano in città, di tutte quelle che giugnevano dalla campagna, e, fattone monopolio, le vendeva tre o quattro volte più dell'ordinario loro prezzo. I poveri, ruinati da tre anni d'estorsioni, ai quali erano preceduti vent'anni di guerra, morivano di fame per le strade, non potendo comperare il pane all'alto prezzo fissato dell'avarizia del generale; i ricchi, prigionieri de' soldati alloggiati presso di loro, erano esposti ad ogni genere d'oltraggi, e spesso alla tortura, qualunque volta tardavano a soddisfare i capriccj de' loro tiranni. Le sentinelle trattenevano alle porte tutti coloro che cercavano di fuggire di città; e se a taluno riusciva di scalare le mura, o di uscire dalle porte travestito, gli si confiscavano i beni, ed annunciavasene la vendita con avvisi stampati in tutti i capi strada[374].
L'armata che il signore di San-Paolo conduceva in Lombardia per liberarla dal giogo degli Spagnuoli, doveva essere composta di cinquecento uomini d'armi, e di cinquecento cavaleggieri sotto il comando del signore di Boisì, di sei mila avventurieri capitanati dal signore di Lorges e di tre in quattro mila landsknecht guidati dal signore di Montejan. Ma colla consueta sua negligenza Francesco I lasciò dissipare il danaro destinato a quest'impresa; i corpi non furono ridotti a numero, non giunsero che lentamente ed a lunghi intervalli al luogo dell'unione, ed il conte di San-Paolo era tuttavia sulle Alpi, quand'ebbe notizia che il duca di Brunswick era tornato in Germania per mancanza di danaro[375]. I Francesi eransi lasciati togliere per sorpresa Pavia, conquista del signore di Lautrec; il conte di San-Paolo l'attaccò di nuovo col duca d'Urbino, ed in sul finire della campagna la riebbe d'assalto[376]; ma trovavasi bastantemente occupato da Antonio di Leyva che gli contrastava l'acquisto delle città di Lombardia, onde non potesse innoltrarsi verso Napoli, dove il signore di Lautrec lo andava invano chiamando.
Malgrado i patimenti di quest'ultimo, che andavano a dismisura crescendo, non potevasi ancora facilmente prevedere quale delle due armate di Lautrec o il principe d'Orange avrebbe dovuto soggiacere la prima alla peste ed alla fame ond'erano egualmente travagliate, quando un'importantissima diserzione, cagionata dalla inconsiderata politica di Francesco I, trasse con sè la ruina dell'armata francese. Andrea Doria, che veniva riputato il più grand'uomo di mare del suo secolo, e che, fino dalla sua gioventù trovandosi al soldo di stranieri potentati, aveva creato una flotta che non aveva ricevuta dalla sua patria, lagnavasi da gran tempo della gelosia e degl'intrighi de' ministri del re di Francia. Era stato associato a Renzo di Ceri in una spedizione da principio destinata contro la Sicilia, poscia contro la Sardegna, la quale era andata a male a cagione della loro malintelligenza[377]. In tempo della spedizione del Borbone in Provenza aveva fatto prigioniero il principe d'Orange; ma la ricca taglia di questo prigioniero gli era stata ritenuta dal re; gli erano inoltre ritenuti ragguardevoli arretrati pel soldo delle sue galere; e Francesco della Rochefoucault, signore di Barbesieux, era stato in di lui pregiudizio nominato ammiraglio dei mari del Levante[378].
Ma queste personali offese non erano la principale cagione che alienasse Andrea Doria dal partito della Francia. Sebbene questo grand'uomo non avesse quasi mai vissuto in patria, era teneramente attaccato alla libertà, ed alla prosperità della medesima. Il sacco di Genova eseguito dall'armata imperiale gli aveva inspirata un'altissima avversione contro gli Spagnuoli; onde dopo tale epoca non volle per alcun tempo a qualsifosse prezzo rilasciare i prigionieri di quella nazione, e li faceva remare incatenati sulle sue galere; non cominciò a perdere forza nell'animo suo tanta avversione, che quando lo sprezzo di Francesco I pei privilegj de' Genovesi, per la loro capitolazione, ed ancora per la privata loro prosperità, lo chiamò a vendicare le fresche offese ad ogni costo, e foss'anche coll'ajuto di coloro medesimi che erano stati autori delle più antiche. Il re si ostinava a tenere Genova come una provincia del regno, non già come una repubblica postasi volontariamente sotto la sua protezione; egli risguardava tutti i privilegj dei popoli, i diritti dei cittadini, e le restrizioni della sua autorità, come altrettante offese fatte alla maestà reale; perciò si compiaceva di emettere ordini che umiliassero lo spirito ribelle de' Genovesi. A tal fine si propose di trasportare a Savona, per quanto poteva da lui dipendere, tutto il commercio di Genova. Accrebbe le fortificazioni di questa città, e volle che dipendesse immediatamente dalla corona; vi traslocò la gabella del sale: e sebbene avesse formati questi progetti ne' tempi in cui Savona gli si era conservata fedele, e quando Genova era passata sotto il dominio dell'imperatore, non volle punto rinunciarvi allorchè ebbe ricuperata questa capitale. Nell'esecuzione di questi progetti, i Genovesi vedevano apertamente il totale esterminio della loro città; implorarono quindi l'ajuto dell'illustre loro concittadino, il quale promise: «di fare pel suo paese tutto quanto l'onor suo gli acconsentirebbe di fare»[379].
Il servizio del Doria col re di Francia spirava coll'ultimo giorno di giugno del 1528. Prima di acconsentire a rinnovarlo, mandò un gentiluomo alla corte di Francesco I per chiedergli giustizia tanto sulle taglie de' prigionieri e sugli arretrati dovutigli, che intorno ai privilegj della sua patria; intanto si rimase in Genova ozioso, ordinando a Filippino, suo nipote, di non usare soverchio rigore nel blocco di Napoli. Il Lautrec, avvedutosi che il Doria pensava ad abbandonare l'alleanza della Francia, e fattone più certo dagli avvisi di Clemente VII, sentì il pregiudizio grandissimo che da ciò ne verrebbe alla sua armata. Spedì dunque al re Guglielmo di Bellay per supplicarlo a ritenere il Doria a suo servizio. Il Bellay, passando per Genova, andò a trovare il Doria che era suo amico; ed udite le sue inchieste, cercò di appoggiarle presso il re; ma il cancelliere Duprat impedì che il re le accettasse. Fu spedito a Genova Barbesieux per prendere il comando della flotta di Andrea, e impadronirsi non solo delle galere del re, ma ancora di quelle del Doria, e se gli riusciva, ancora della persona di lui. L'ammiraglio genovese non aspettò che giugnesse chi era destinato a rimpiazzarlo. Ritirossi colla sua flotta a Lerici, e dichiarò a Barbesieux, che andò a visitarlo: essergli noti gli ordini del re, ed essere non pertanto apparecchiato a rilasciargli le di lui galere; ma determinato però a ritenere le altre come una sua proprietà; e non solamente non essere per darne conto a chicchessia, ma per valersene anzi come meglio crederebbe[380].
Intanto il Doria aveva intavolato un trattato coi prigionieri fatti da suo nipote sotto Napoli, ed in particolare col marchese del Guasto, che cercava di ridurlo ai servigj dell'imperatore. Per mezzo di quest'ultimo il Doria, il 20 di luglio, mandò in Ispagna un segretario incaricato di esporre le condizioni sotto le quali si obbligherebbe a servire l'imperatore con dodici galere, per l'annuo stipendio di sessanta mila ducati. Domandava che Genova fosse posta in libertà e dorinnanzi governarsi come repubblica indipendente; che le fossero di nuovo assoggettate Savona e le altre città della Liguria; che a lui ed a tutto il suo equipaggio l'imperatore condonasse le offese fatte alla sua corona; che per ogni spagnuolo ch'egli rilascerebbe gli si desse un altro uomo egualmente robusto e capace di remare[381]. Tutte queste condizioni furono all'istante accettate, e la flotta di Genova, che il 4 di luglio aveva abbandonata la baja di Napoli, passò al servizio dell'imperatore[382].
Giova sommamente a coloro che possono disporre di tutti gli onori e di tutte le ricompense, di far risguardare la costanza nell'ubbidienza militare come il principale dovere di un soldato, e di dissimulare che tutti gli obblighi essendo reciproci, la violazione del contratto per parte di colui che comanda, scioglie dal giuramento quegli che aveva promesso di ubbidire. La posterità fu giusta verso Andrea Doria; non vide nella condotta di lui che eroismo, e non lo accusò di mancanza di fede verso Francesco I. I suoi contemporanei furono talvolta più severi, e l'eroe genovese, che aveva passata la sua vita in mezzo ai soldati, non poteva egli stesso liberarsi da tutti i pregiudizj militari. Il fiorentino Luigi Alamanni, celebre egualmente come patriotto e come poeta, disse un giorno ad Andrea Doria: «Certo, Andrea, che generosa è stata l'impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora sarebbe, se non vi fosse non so che ombra d'intorno, che non la lascia interamente risplendere.» Affermò Luigi allo storico Segni che Andrea a tali parole mosse un sospiro, e stette cheto, e poi con buon volto rivoltosi, disse: «Egli è gran fortuna d'un uomo, a chi riesca di adoperare un bel fatto con mezzi ancorchè non interamente belli. So, che non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che, essendo sempre stato della parte di Francia e venuto in alto grado co' favori del re Francesco, io l'abbia ne' suoi maggiori bisogni lasciato, ed accostatomi ad un suo nemico; ma se il mondo sapesse quanto è grande l'amore che io ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla grande altramente, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qualche parte potuto incolpare. Non vo' già raccontare che il re Francesco mi riteneva i servizj e non mi attendeva la promessa di restituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver forza di rimutar uno dall'antica fede: ma ben puote aver forza la certezza che io aveva, che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova dalla sua signoria, nè che ella mancasse d'un suo governatore, nè della fortezza; le quali cose avendo io ottenuto felicemente col ritrarmi dalla sua fede, posso ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il mio fatto chiaro, senza alcun'ombra che gl'interrompa la luce»[383].