La flotta veneziana di Pietro Lando era così male equipaggiata, e tanto sprovveduta di soldati e di buoni marinai, che difficilmente avrebbe potuto, dopo la partenza di Filippino Doria, chiudere il porto di Napoli alle piccole navi siciliane: ma d'altronde anche questa s'allontanò il 15 di luglio per andare a provvedersi di vittovaglie in Calabria, e non tornò che ne' primi giorni d'agosto. Vero è che Barbesieux era giunto il 18 di luglio colla flotta francese; ma non conduceva a Lautrec che ottocento fanti, ed un branco di giovani gentiluomini che volevano fare a Napoli le prime loro campagne: anche il danaro che aveva per l'armata non era che una piccola parte delle somme dal re promesse a Lautrec. Pure avendo il Barbesieux sbarcati i suoi pochi soldati col danaro consegnatogli, questi si avanzarono fino a Nola. Ma il principe di Navarra, che ne aveva il comando, trovandosi colà troppo debole per andare più avanti, mandò a chiedere un rinforzo a Lautrec. In fatti, quando ritornava al campo, dopo averlo ricevuto, gl'imperiali fecero una così gagliarda sortita, che il signore di Candalles, ed Ugone Pepoli, che avevano condotto il rinforzo, rimasero prigionieri, e furono uccisi dugento de' nuovi venuti. Vero è che il danaro arrivò al campo senz'alcuno accidente, ed il Pepoli fu ricevuto in cambio di un altro prigioniero; ma Candalles morì in conseguenza delle ricevute ferite[384].
Fino a quest'epoca Lautrec aveva sostenuto il coraggio dell'armata francese colla fermezza del suo carattere: ma fu ancor esso sorpreso dalla febbre pestilenziale nello stesso tempo in cui Vaudemont era omai agonizzante. Anche sotto il peso di questa malattia Lautrec oppose sempre l'irremovibile costanza del suo carattere a tutti i mali che lo affliggevano. Destinò il danaro mandatogli dalla Francia per far leve in Italia di fanteria e di cavaleggieri: Renzo di Ceri partì per assoldarne nell'Abruzzo, mentre i Fiorentini mandavano due mila uomini per rimpiazzare i soldati perduti dalle bande nere in questa campagna. Ma questa risoluzione era di già troppo tarda. Il Lautrec, bloccato ancor esso nel suo campo da quella stessa armata ch'egli aveva tenuta tanto tempo assediata, perdeva ogni giorno i saccomani, i convoglj, gli equipaggi. Le vittovaglie che faceva venire cadevano quasi sempre in mano del nemico; e mentre che i suoi soldati, sfiniti dalle fatiche e dalla malattia, mancavano ancora di pane, Napoli abbondava d'ogni cosa, e i soldati tedeschi più non pensavano a disertare[385].
In sul declinare di luglio la malattia che infestava il campo francese, vestì un carattere assai più spaventoso. Di venticinque mila uomini che vi si contavano un mese prima, il 2 agosto quattro mila soltanto erano in istato di adoperare le armi, e di ottocento uomini d'armi più non eranvene che cento. Erano ammalati Pietro Navarro, Vaudemont, Camillo Trivulzio, ed i due maestri di campo; Lautrec, che credevasi guarito, era ricaduto; tutti gli ambasciatori, ed i personaggi distinti, ad eccezione del marchese di Saluzzo e del conte Guido Rangoni, erano ammalati. La fanteria soffriva nello stesso tempo la fame e la sete; tutte le cisterne erano senz'acqua, ed i soldati non potevano procurarsene a Poggio reale, che attaccando i nemici, dal che fare venivano sconsigliati dalla presente loro debolezza. L'estensione del campo era affatto sproporzionata al numero de' suoi difensori, i quali erano perciò continuamente spossati da quasi non interrotte fazioni. Prima di partire alla volta degli Abruzzi Renzo di Ceri aveva fatto istanza a Lautrec d'accamparsi altrove, o di acquartierare le sue truppe nelle città della Campania, facendogli osservare che intorno al campo le acque stagnavano in ogni luogo, e che l'erba foltissima cresceva anche nelle tende dei soldati; ma il Lautrec, con un'insuperabile ostinazione, dichiarò di essere apparecchiato a morire in quel luogo piuttosto che dare un tale trionfo ai nemici[386]; egli credeva egualmente compromesso il suo onore nel ristringere i suoi alloggiamenti, e quantunque infermo, si faceva portare da un posto all'altro, per vedere se i suoi ordini venivano eseguiti, e se si mantenevano i corpi di guardia da lui stabiliti. Ma lungo tempo non sostenne tanta fatica, e morì la notte del 15 al 16 agosto: e come la sua virtù, la sua costanza, erano stati fin allora il più solido sostegno dell'armata, così la sua morte distrusse ogni speranza di salvezza[387].
Era morto ancora il conte di Vaudemont, onde prese il comando dell'armata francese il marchese di Saluzzo, il quale non aveva nè talenti, nè riputazione convenienti a tanto peso. Altronde le difficoltà crescevano ogni giorno, perciocchè Andrea Doria era giunto a Gaeta con dodici galere al soldo dell'imperatore, ed aveva costretta la flotta francese a prendere il largo. Maramaldo, Ferdinando Gonzaga ed altri capi imperiali, cessando di starsi chiusi in città, attaccavano e sorprendevano i corpi staccati de' Francesi a Canoa, a Nola, ad Aversa, tagliando quasi ogni comunicazione tra l'armata e le città ancora ubbidienti alla Francia; onde ogni speranza de' Francesi era omai riposta in Renzo di Ceri, che in allora trovavasi all'Aquila, e di cui il marchese di Saluzzo affrettava la tornata, non più per prendere Napoli, ma per ritirarsi egli medesimo con sicurezza[388].
La ritirata era omai indispensabile, ed il marchese di Saluzzo approfittò di una gagliarda pioggia, accompagnata da lampi e tuoni, che cadde la notte del 29 agosto per eseguirla senza saputa dei nemici. Egli si pose con Guido Rangoni in capo alla vanguardia, affidò la battaglia a Pietro Navarro, mentre che Pomperani, Camillo Trivulzio e Negro Pelisse comandavano la retroguardia; lasciando sulle batterie i cannoni da breccia, ed abbandonando i più grossi bagaglj, l'armata partì senza che si battessero i tamburi o si suonassero le trombe: ma non si erano i Francesi scostati molto dal campo, quando cessò la pioggia, in sul fare del giorno. La cavalleria imperiale, avvisata della partenza de' Francesi, si diede tutta in corpo ad inseguirli. La banda nera dei Toscani la ricevette con una scarica di tutta la moschetteria; ma perchè camminava per una strada stretta e chiusa, nella quale non poteva allargarsi, la cavalleria, facendo una nuova carica, riuscì a romperne le ultime file, ed a disordinare tutta la colonna. La resistenza non poteva essere lunga, perchè i soldati ammalati appena avevano forza che bastasse per alzare i loro fucili o le spade, e rovesciati dal primo urto, domandavano ed ottenevano facilmente la vita. Fu in questa circostanza preso Pietro Navarro, che sopra un picciol mulo cercava di fuggire per una rimota strada. Intanto l'avanguardia era giunta sotto Aversa; ma l'angusta porta che le era stata aperta venendo ogni tratto ingombrata, si consumarono tre ore prima che tutti i fuggiaschi, ammucchiati nella fossa, potessero entrare in città[389].
Le sventure de' Francesi non terminavano giugnendo in Aversa: essi rispinsero a dir vero l'irregolare attacco della cavalleria, che gli aveva inseguiti fin sotto le mura di quella città; ma sopraggiunse il principe d'Orange coll'infanteria e coi cannoni dagli stessi Francesi lasciati nell'abbandonato campo. In breve venne aperta una breccia, mentre il marchese di Saluzzo, ferito in un ginocchio da un pezzo di pietra, era portato alla sua casa fieramente tormentato dalla ferita. Per colmo di sventura Capoa, la più vicina città per cui doveva passare l'armata continuando a ritirarsi, aveva aperte le porte a Fabrizio Maramaldo, dopo che vi erano stati portati la maggior parte degli ammalati dell'armata. Aveva il comando di Capoa il conte Ugo Pepoli, ma egli medesimo era pressochè moribondo; gli abitanti consigliarono la guarnigione a fare una sortita per provvedere la città di buoi e di pecore, ed approfittarono della lontananza di quasi tutti i soldati capaci di trattare le armi per ricevere entro le mura Fabrizio Maramaldo coi suoi Calabresi; questi con estrema crudeltà spogliarono gli ammalati ne' loro letti, e lo stesso Ugo de' Pepoli, morto in quell'istante, sul proprio feretro. Gli abitanti d'Aversa, informati di quest'avvenimento che toglieva ai Francesi ogni speranza di salute, supplicarono il marchese di Saluzzo a non esporli agli orrori di un assalto; e questi, di già vinto dal dolore della sua ferita, incaricò il conte Rangoni di passare al campo nemico per capitolare[390].
La capitolazione portava che il marchese di Saluzzo aprirebbe agl'imperiali la città e la fortezza; che loro lascerebbe l'artiglieria, le munizioni, le bandiere, le armi, i cavalli e gli equipaggi; ch'egli medesimo rimarrebbe prigioniero con tutti i capitani dell'armata; ma che tutti i soldati, tanto quelli chiusi in Aversa, che quelli ch'erano stati fatti in avanti prigionieri, sarebbero rinviati in Francia dopo di essersi obbligati a non servire per sei mesi contro l'imperatore. Il marchese di Saluzzo promise d'interporsi caldamente, perchè tutte le guarnigioni francesi del regno di Napoli accettassero la stessa capitolazione. Il solo conte Guido Rangoni fu dal principe d'Orange lasciato libero in ricompensa dell'avere egli negoziato questo trattato[391].
Per tal modo una delle più belle armate che la Francia avesse fin allora poste in campagna, perì interamente, o sotto il ferro de' nemici, o oppressa dalla malattia, o nella cattività. Gli Spagnuoli con una fredda crudeltà chiusero i prigionieri, quasi tutti infermi, nelle reali scuderie della Maddalena. Il principe d'Orange diede licenza al senato di Napoli di somministrar loro i viveri; ma fu questa la sola cura che egli acconsentì di prenderne. Gli sciagurati, ammucchiati gli uni su gli altri nel fango e tra i cadaveri, perirono ancora più rapidamente che non facevano nel campo. Pochissimi rividero la loro patria; e le loro malattie comunicarono a Napoli una terribile peste, che continuò a devastare la città molto tempo ancora dopo di loro[392].
Cotesta capitolazione pose fine alle bande nere, quasi interamente composte di Toscani, che, formate la prima volta da Giovanni de' Medici, erano riputate la migliore fanteria dell'Europa. Gli è il vero che le bande nere si erano colle loro crudeltà e ruberie rendute ancora più formidabili ai paesi in cui facevano la guerra, che ai loro nemici. Orazio Baglioni, il capo loro dato dalla repubblica fiorentina, era morto sotto Napoli; Ugo de' Pepoli, che gli era succeduto, era perito in Capoa, e Giovan Battista Soderini e Marco del Nero, i due commissarj fiorentini che le accompagnavano, terminarono i loro miseri giorni nelle prigioni di Napoli. Più non rimaneva verun capo che prendesse cura di questo corpo di milizia, che aveva il primo fatto riverberare qualche gloria sui Fiorentini. Molti soldati erano prigionieri, altri morti, altri ammalati; il rimanente si disperse, e più non si riunì[393].