Il marchese di Saluzzo morì bentosto in prigione; e perchè l'afflizione si aggiunse all'infermità per opprimerlo, si credette che volontariamente si affrettasse colle proprie mani la morte. Pietro Navarro fu condotto a Napoli, in quella stessa fortezza ch'egli aveva presa ai Francesi ai tempi del gran capitano, e chiuso in quella stessa prigione in cui il re di Spagna l'aveva dimenticato per tre anni. Fu scritto a Madrid per sapere come dovesse essere trattato, Carlo V ordinò che fosse decapitato; ma il governatore del castello, Francesco Hijar, compassionando quest'illustre vecchio, che dalla condizione di palafreniere del cardinale di Arragona erasi innalzato con tante luminose azioni, e tanti talenti a tanta gloria, andò egli medesimo, affinchè non perisse per mano del carnefice, a strozzarlo in prigione, o, secondo altri, lo fece soffocare sotto le coltri del suo letto[394].
La capitolazione dell'armata francese ad Aversa non fece immediatamente cessare le calamità del regno di Napoli. Il principe d'Orange, che comandava i residui di quelle compagnie avvezzate all'assassinio ed alla crudeltà nel sacco di Roma, era sempre dall'imperatore lasciato senza danaro, e soltanto col terrore colle confische e coi supplicj poteva di nuovo riempiere il suo tesoro. I suoi soldati, che avevano saccheggiata Aversa nell'istante in cui i Francesi l'avevano ceduta, chiedevano tuttavia il pagamento di otto mesi di soldo. Altro mezzo non restava al principe d'Orange per soddisfarli che la confisca de' beni di que' signori che si erano dichiarati pel partito d'Angiò: fece decapitare in Napoli, sulla piazza del mercato, Federico Cajetano, figlio del duca di Trajetto, Enrico Pandone, duca di Goviano, figlio d'una figlia di Ferdinando seniore, re di Napoli, ed altri quattro principali signori napolitani[395]. Ogni città del regno fu insanguinata da somiglianti esecuzioni. E dopo di avere in tal modo sparso il terrore tra i partigiani della Francia, il principe d'Orange si fece a trattare con loro vendendo loro la grazia per una somma di danaro proporzionata alla loro ricchezza. Per altro molti, piuttosto che assoggettarsi a così crudeli ed avidi padroni, preferirono di continuare la guerra, e per qualche tempo furono secondati dai Francesi e da' Veneziani. Federico Caraffa, il principe di Melfi ed il duca di Gravina, continuarono nella Puglia i loro guasti; ed il Romano Simone Tebaldi ottenne qualche vantaggio in Calabria[396]. Ma questi fatti d'armi, piuttosto che come una guerra regolare, devono risguardarsi come il cominciamento di quello stato di violenza e di anarchia, che si prolungò nel regno di Napoli per tutto il tempo del dominio spagnuolo. Al governo avido, oppressivo, perfido e crudele dei vicerè deve ascriversi l'impossibilità che provasi anche al presente di stabilire un regolare andamento di giustizia, di polizia, di pubblica sicurezza in queste provincie tanto favorite dalla natura.
Andrea Doria aveva colla sua flotta contribuito alla ruina dell'armata francese; ma tosto che la capitolazione d'Aversa rendette inutile il suo servigio a Napoli, fece vela verso Genova per raccogliervi il prezzo ch'egli aveva posto alla sua mutazione di partito, e per liberare la sua patria. Allora in Genova infieriva la peste, e Teodoro Trivulzio che vi comandava a nome di Francesco I, non avendo sotto i suoi ordini che una debole guarnigione, aveva inutilmente domandato un rinforzo di due mila uomini; questi non vollero entrare in città per timore del contagio; e il Trivulzio, vedendosi abbandonato, si ritirò nel Castelletto. Ma egli sperava di potere difender Genova colla flotta del signore di Barbesieux, ch'entrava in allora nel porto con alcune compagnie francesi, imbarcate al campo sotto Napoli dopo la rotta dell'armata. Ma ciò fu invano; perciocchè essendosi il 12 di settembre presentato il Doria con tredici galere in faccia a Genova, il Barbesieux ritirossi con tutta la sua flotta nel porto di Savona. Il Doria non aveva che cinquecento uomini di sbarco: li fece di notte scendere sulle scialuppe, e li mandò verso la città sotto il comando di suo nipote Filippino e di Cristoforo Palavicini. I Genovesi, cui aveva preso cura di dare avviso del suo trattato coll'imperatore, trovarono, malgrado la peste, tanto vigore da prendere le armi, assecondare lo sbarco, respingere tutti i Francesi nel castello, ed occupare tutte le fortezze della città[397].
Teodoro Trivulzio, maravigliato della debolezza de' nemici cui aveva in allora ceduto, si volse al conte di San-Paolo, che aveva il comando dell'armata francese in Lombardia, e che aveva di fresco ricuperata Pavia, chiedendogli soltanto tre mila uomini, co' quali confidava di potere di nuovo sottomettere Genova al re di Francia. Ma il duca d'Urbino ricusò di prendere parte in questa spedizione; ed il San-Paolo da lui ritardato, non potè arrivare a Genova che il primo di ottobre con cento lance e due mila fanti. Era di già troppo tardi, i passaggi delle montagne erano custoditi, e San-Paolo non ottenne pure d'introdurre qualche rinforzo nel castello. Ritirossi dopo avere dato ordine al suo luogotenente Montejean di condurre trecento uomini a Savona, in rinforzo di quella guarnigione; ma Montejean non fu di lui più fortunato, e non potè penetrare fino a Savona. I Genovesi, condotti dal Doria, stringevano l'assedio di Savona e del Castelletto. La prima di queste piazze capitolò il 21 di ottobre, l'altra pochi giorni dopo; ed i Genovesi, per assicurare la loro libertà, e soddisfare la loro gelosia, si affrettarono di distruggere la fortezza del Castelletto che li signoreggiava, e di colmare il porto di Savona, di cui avevano tanto temuta la rivalità[398].
CAPITOLO CXX.
Nuove costituzioni delle repubbliche di Genova e di Fiorenza. L'indipendenza italiana viene sagrificata da Clemente VII, e da Francesco I ne' trattati di Barcellona e di Cambray. Coronazione di Carlo V a Bologna e servitù dell'Italia.
1528 = 1530.
Press'a poco nell'epoca in cui l'Italia perdeva la sua indipendenza, eransi vedute risorgere due delle più antiche sue repubbliche. Firenze e Genova, non si lasciando scoraggiare dalle spaventose calamità che opprimevano tutta la penisola, sforzavansi di riformare le loro costituzioni. La peste diminuiva la loro popolazione, la fame ne esauriva i mezzi, e la guerra minacciava ad ogni istante la medesima loro esistenza, quando, sottraendosi l'una e l'altra alla tirannide da cui erano state lungamente oppresse, cercavano di non ricadere nello stesso infortunio colla combinazione di nuove leggi. Ma nello stato di miseria cui trovavasi l'Italia ridotta da così lunghe e disastrose guerre, non le bastavano le proprie forze per fissare i nuovi suoi destini da sè medesima; ed i piccoli stati ond'era composta potevano ancora meno guarentire co' loro proprj sforzi la loro esistenza e la loro indipendenza. Essi dovevano soggiacere o sostenersi a seconda della sorte de' loro alleati, piuttosto che della propria; e se Firenze e Genova ebbero diverso destino, procedette dall'avere una di queste seguito il partito imperiale, l'altra il partito francese, e non perchè fosse migliore la costituzione dell'una o dell'altra.
Anche prima che il Doria si presentasse innanzi a Genova, i capi de' contrarj partiti, che si erano così lungamente e con tanto accanimento battuti, e che, vittime de' vicendevoli loro odj, trovavansi tutti ridotti in eguale servitù, avevano finalmente conosciuto che non potevano trovare salvezza che in una sincera riconciliazione. Avevano avute fra di loro alcune conferenze, alle quali avevano chiamati tutti coloro che avevano in Genova opinione di conoscere le leggi e gli affari dello stato. Tutti avevano manifestato un conforme desiderio di concordia, tutti eransi mostrati disposti a grandi sagrificj. Teodoro Trivulzio, in allora luogotenente del re di Francia in Genova, non aveva concepito verun sospetto di tali adunanze; conciossiachè il loro apparente scopo di procurare una pace generale ad una città divisa in tanti partiti, pareva troppo legittimo.[399]. Egli aveva trovati in città dodici magistrati, creati nel precedente anno col titolo di riformatori, i quali dovevano occuparsi della riforma delle leggi, e della riunione delle diverse fazioni. Il Trivulzio aveva lasciato questi che si occupassero liberamente intorno alle funzioni della loro carica; e i riformatori poterono sotto il di lui governo maturare i loro progetti di legislazione, senza prendere veruna misura per mandarli ad effetto[400].