Ma quando Andrea Doria, nel 1528, ebbe costretto Barbesieux ad uscire colla sua flotta dal porto di Genova, e Teodoro Trivulzio a rifugiarsi nella Cittadella, il senato adunato incaricò i riformatori di dare alla patria una nuova costituzione, ed in particolare di fare sparire radicalmente tutti i segni delle fazioni che l'avevano così lungamente lacerata[401]. Pure il senato ignorava tuttavia se il Doria, ad esempio di tutti i suoi predecessori, non vorrebbe raccogliere per sè solo tutti i frutti della sua vittoria e farsi sovrano della sua patria. Infatti Carlo V, che non amava le repubbliche, ed a cui lo zelo a pro della libertà ricordava i freschi torbidi de' suoi regni di Spagna, aveva offerto ad Andrea Doria di riconoscerlo principe di Genova, e di mantenerlo nel possedimento di quello stato; ma questo grand'uomo ricusò costantemente d'innalzarsi con danno della sua patria; si ostinò a chiedere che venisse riconosciuta la di lei costituzione repubblicana, ed altro per sè non volle che la gratitudine dei suoi concittadini[402].

Non era quasi mai per interessi loro proprj, per diritti, o per privilegj contesi tra le varie classi de' cittadini, che le fazioni di Genova avevano prese le armi. Fino dalla metà del XIV.º secolo la prima dignità dello stato era stata dalle leggi riservata ad un plebeo ghibellino, e le fazioni guelfa e patrizia, eransi senza mormorare assoggettate a questa costante esclusione. Ad ogni modo l'una e l'altra aveva continuato ad esistere ed a prendere parte nelle violenti rivoluzioni dello stato. Ma il punto d'onore di cadaun cittadino trovavasi bizzarramente associato piuttosto ad un nome che ad un vero interesse, appoggiandosi le fazioni ad odj personali, non ad opinioni. Erano in Genova Guelfi e Ghibellini, nobili e cittadini, grandi e piccoli borghigiani, partigiani degli Adorni e partigiani dei Fregosi: ogni cittadino si era collocato in alcuna di queste parti, ognuno trovavasi gravemente offeso nelle prerogative, o nell'onore della propria fazione; fors'anche era per sè stesso indifferente rispetto alla cosa che doveva ferirlo, ma se non se ne fosse mostrato offeso, i suoi concittadini lo avrebbero creduto senz'onore e senza coraggio. Era dunque il più delle volte l'immaginazione, era un fatale pregiudizio, e non già reali offese, che avevano tante volte poste le armi in mano di questo popolo focoso, e precipitatolo d'una in altra rivoluzione. Perciò i riformatori si trovarono in dovere di mutare piuttosto i nomi che le cose. Se potevano sopprimere i nomi delle antiche fazioni e quegli ancora delle antiche famiglie, che erano un pegno dell'attaccamento di ogni famiglia ad ogni fazione, confidavano di potere spegnere con que' nomi, anche quelle passioni prive di reale alimento, e tenute vive soltanto dal pregiudizio.

In ogni tempo le potenti famiglie avevano in Genova avuta la costumanza di accrescere la potenza loro coll'adottare altre meno ricche famiglie, meno illustri, meno numerose, cui comunicavano i loro nomi, i loro stemmi, obbligandosi in pari tempo a proteggerle, e facendo in cambio che queste prendessero parte a tutte le loro liti. Le case nelle quali si entrava in tal guisa per adozione, si chiamavano alberghi, ed eranvi poche illustri famiglie che non si fossero aggrandite coll'unione di straniere famiglie. Questa costumanza apparecchiò un nuovo regolamento, col quale i dodici riformatori riformarono la repubblica[403].

Prima di tutto soppressero la legge che assegnava le più eminenti magistrature a' soli cittadini dell'ordine popolare ed ai Ghibellini, volendo che tutti gli antichi Genovesi contribuenti e proprietarj venissero considerati come eguali in diritto: e per uniformarsi alla crescente vanità del secolo, invece di chiamarli cittadini, loro diedero il nome di gentiluomini. Onde meglio cimentare fra di loro l'eguaglianza, vollero che tutti questi gentiluomini fossero classificati in un ristretto numero di case; dichiararono che tutte le famiglie che in allora tenevano in Genova sei case aperte, sarebbero considerate per alberghi, ad eccezione soltanto degli Adorni e dei Fregosi, de' quali volevano sopprimere i nomi, come quelli che rammentavano troppe guerre civili. Le famiglie, che avevano tali requisiti, trovaronsi in numero di ventotto[404]. Essi le obbligarono ad adottare tutto il rimanente de' cittadini genovesi che potevano partecipare agli onori dello stato; in maniera per altro che frammischiarono e confusero tutto quello ch'era prima stato oggetto di distinzione; fecero entrare i Guelfi nelle case anticamente Ghibelline, e i Ghibellini in quelle dei Guelfi; vollero che in ogni albergo vi fossero e nobili e plebei, e partigiani degli Adorni, e partigiani de' Fregosi; in pari tempo risvegliarono la vanità di tutti, legandola al nuovo loro nome di famiglia; e riuscirono così felicemente, che coloro che la legge aveva associati insieme, cominciarono fino d'allora a risguardarsi come parenti[405].

Questa singolare divisione di tutta la repubblica in ventotto famiglie durò quarant'otto anni. Questa aveva fatte cessare le antiche divisioni; ma ne lasciò scoppiare delle altre tra l'antica e la nuova nobiltà, e tra queste due classi che governavano ed il popolo escluso dal governo. Per mettere fine a questa dissensione, che aveva degenerato in guerra civile, il papa, l'imperatore ed il re di Spagna, cui i Genovesi avevano deferito l'ufficio di mediatori, credettero di dovere distruggere l'opera fatta ne' tempi del Doria. Colla legge che pubblicarono il 17 marzo del 1576, furono soppressi i nomi degli alberghi, e fu invitata ogni famiglia a riprendere l'antica sua denominazione[406].

Tutti i gentiluomini genovesi ammessi a partecipare degli onori dello stato dovettero essere ammessi nel senato, nel quale era riposta la sovrana autorità. Questo senato nel 1528 fu formato di 400 membri, che si rinnovavano a vicenda, e che non sedevano che un anno. Quando in seguito l'aristocrazia si andò ristringendo, si trovò più giusto e più conveniente di chiamare tutti ad un tempo in senato i gentiluomini che avevano diritto alla sovranità. Erano in allora ridotti al numero di circa 700, ed entrarono nel gran consiglio tutti coloro che avevano compiuto l'anno 22.mo[407].

A questo primo senato o gran consiglio spettava l'elezione di un altro senato, composto di cento membri, che posteriormente fu portato a dugento, e che rinnovavasi tutti gli anni. Al primo spettava pure la nomina del doge, degli otto consiglieri della signoria e degli otto procuratori di comune, il di cui ufficio durava due anni, e che formavano tra di loro il governo. La nuova costituzione, sopprimendo le distinzioni de' natali, apriva ad Andrea Doria la strada alla dignità ducale, in addietro chiusa ai gentiluomini; ed infatti pareva che la pubblica riconoscenza gliela destinasse. Ma questo generoso cittadino credeva cosa essenziale di conservare alla sua patria la protezione di Carlo V, continuando a servirlo come comandante delle sue flotte; ed un tale impiego era incompatibile colla rappresentanza della sovranità. Perciò il Doria ricusò la corona ducale; e soltanto a motivo di questo suo rifiuto le funzioni di doge furono ridotte a soli due anni, e strette le prerogative entro angusti confini. Il primo nominato doge fu Uberto Lazario Catani. Si volle che tra gli otto signori che formavano il suo più intimo consiglio, due risiedessero a vicenda nel palazzo ducale; e si accordò a tutti coloro che sarebbero in appresso stati dogi, il diritto di prendere posto nel consiglio de' procuratori del comune. Per ultimo si volle che cinque supremi censori o sindaci conservassero una certa quale ispezione su tutte le magistrature, sull'andamento costituzionale di tutte le autorità, e sulle vicendevoli relazioni fra di loro. Andrea Doria fu il primo di questi sindaci; e per una eccezione personale si volle che egli conservasse a vita tale dignità, mentre i suoi colleghi non dovevano restare in carica che quattro anni[408].

La costituzione di Genova, a seconda della nuova riforma, era puramente aristocratica. Stabiliva bensì l'eguaglianza, ma soltanto tra i nobili; limitava ad un numero proporzionatamente assai piccolo d'individui e di famiglie una sovranità che stendevasi non solo sopra una grandissima città, ma inoltre sopra le due Riviere e su tutta la provincia della Liguria. Il popolo genovese, senza influenza sulla casta che si era arrogato il diritto di governarlo, non potevasi in verun modo risguardare come rappresentato; vero è che le lunghe abitudini di una democrazia, la pubblica opinione ed il rispetto per le antiche memorie impedirono all'aristocrazia genovese di rendersi esclusiva come quella di Venezia, o di Lucca. Fino alla fine della repubblica s'introdussero frequentemente nel consiglio, e con una tal quale regolarità, uomini nuovi, tanto della città, che delle due riviere[409]. Venivano in tal modo associati alle prerogative de' governanti; ma non si davano con ciò difensori al popolo. Altronde le antiche famiglie, o spegnevansi interamente, o producevano un minor numero d'individui; il circolo in cui si chiudevano tutti i poteri andava ogni giorno sempre più ristringendosi, e la repubblica, invecchiando, s'andava maggiormente allontanando da quella libertà, di cui conservava tuttavia il nome.

Dal canto suo la costituzione fiorentina partecipava di quello spirito d'aristocrazia, che suole generarsi dall'orgoglio, e che non tarda ad introdursi in quelle medesime famiglie che si sono rese illustri fondando la libertà. Il primo sentimento che diresse i Fiorentini nell'organizzazione dell'antica loro repubblica, era stato il desiderio di far concorrere tutte le volontà e tutte le forze, così alla difesa dello stato come alla sua amministrazione. Pure di mano in mano che la libertà rendeva la città più prospera, il commercio, le manifatture, il solo sentimento della sicurezza, facevano sorgere nella repubblica uomini nuovi, che dalla campagna venivano a stabilirsi in città, o che vi si rifugiavano dagli stati vicini, o finalmente che sorgevano di mezzo alle classi affatto povere, e la di cui esistenza era quasi del tutto ignota. Gli antichi cittadini non avevano deposta ogni gelosia verso coloro che venivano in tal modo a dividere con loro le proprie prerogative; ed il mantenimento degli esclusivi diritti alla sovranità, che gli uni pretendevano, e che gli altri non volevano ammettere, era stato cagione di molte dissensioni.

Quando la repubblica venne nuovamente costituita nel 1527, il principio di limitare il diritto di cittadinanza a coloro che lo avevano ricevuto per eredità dai loro antenati fu riconosciuto da tutte le parti. Non si risguardarono come cittadini fiorentini che coloro i quali poterono provare che i loro antenati erano stati ammessi ai tre maggiori ufficj, della signoria del collegio, e del buoni uomini. E non si tenne pur conto di quest'ammissione, s'era stata accordata dal governo de' Medici, dal 1512 al 1527, perchè si diceva che in questo spazio di tempo molti uomini nuovi avevano ottenuto l'ingresso al collegio col danaro, mentre che niuno era stato dichiarato abile agl'impieghi per mezzo dello scrutinio di una libera magistratura[410]. Per tal modo, in nome dell'aristocrazia e della libertà, i Fiorentini pronunciarono una severa esclusione contro quanti non appartenevano ad una classe poco numerosa. Effettivamente gli abitanti del territorio fiorentino non avevano parte alcuna alla sovranità, riservata ai soli cittadini della capitale. Tra questi ancora non tenevasi verun conto di coloro che non pagavano le imposte dirette, e che venivano indicati col nome di non sopportanti. Rispetto a coloro che trovavansi inscritti nel libro del comune, e che pagavano la decima, quando toccavano l'età di ventiquattro anni, prima della quale non potevano entrare nel gran consiglio, dovevano provare che il nome del loro padre o dell'avo loro era stato posto nelle borse dalle quali si estraevano a sorte le tre supreme magistrature, ed in appresso dovevano essere approvati dalla signoria a scrutinio segreto; locchè loro dava il rango di statuali ossia di cittadini attivi. Tutti i cittadini erano finalmente divisi tra i quattordici mestieri inferiori, ed i sette superiori. I primi, ossiano le arti minori avevano avuto per parte loro il quarto degli onori pubblici, e le arti maggiori i tre quarti; ma questa divisione, che sembra ineguale, era favorevole ai mestieri inferiori. Più non restava che un piccolo numero di antichi cittadini immatricolati nelle arti inferiori; e se fossero stati posti allo stesso livello che gli altri, non avrebbero ottenuto quel quarto degl'impieghi che veniva loro accordato[411].