Sebbene la popolazione dello stato fiorentino non fosse lontana dal milione, non vedevansi giammai sedere nel grande consiglio più di due mila cinquecento cittadini; la quale assemblea propriamente non rappresentava il rimanente della nazione, ma era sovrana di proprio diritto, piuttosto che a nome del popolo: ad ogni modo bastava che la suprema autorità venisse esercitata da un corpo così numeroso, per interessare l'intera nazione alle sue deliberazioni, e per dare ai Fiorentini i vantaggi di un governo popolare.

Ma tutti i membri del gran consiglio non avevano egualmente cara questa popolarità. Vi si distinguevano due fazioni. Capo della prima, ossia di quella de' magnati, era il gonfaloniere Niccolò Capponi. Questi uomini renduti orgogliosi dalle immense loro ricchezze, dal fasto onde si vedevano circondati ne' loro palazzi, dalle eminenti cariche ottenute nella chiesa, dai cappelli cardinalizj, vescovadi, e governi di province ond'erano decorati i loro figli o fratelli, sdegnavano di riconoscere altri uomini loro eguali nella massa dei cittadini fiorentini, e si studiavano di ravvicinare la repubblica alla costituzione oligarchica di Venezia, in allora oggetto dell'universale ammirazione. Alla testa della fazione popolare opposta a questa stava Baldassare Carducci, dottore di legge, che aveva grandissima riputazione, e che, esiliato già da' Medici, aveva alcun tempo risieduto in Padova, ov'era stato arrestato per ordine di Clemente VII. Malgrado la sua assai avanzata età il Carducci si rendeva ancora oggetto della pubblica attenzione, non meno per l'impetuosità del suo carattere, e pel suo odio verso il Capponi e verso tutti i grandi, che per i suoi talenti[412]. Fu un trionfo pel partito aristocratico lo avergli fatto dare l'ambasceria di Francia, che lo allontanava dalla sua fazione. Egli morì durante la sua legazione, in tempo dell'assedio di Firenze[413].

Primeggiava nello stesso partito Dante di Castiglione, il quale assai più nemico de' Medici che dell'aristocrazia, sforzavasi di aprire tra di loro e la sua patria una così larga breccia, che in verun tempo non si potesse più chiudere. Un giorno con un branco d'uomini mascherati, ma ch'erano stati conosciuti sotto la loro maschera, egli entrò a forza nella Nunziata, una delle più ricche chiese di Firenze, e vi rovesciò co' suoi compagni le statue di Lorenzo, di Giuliano, di Leon X e di Clemente VII. Questi forsennati, dopo averle spezzate con disprezzo, passarono a distruggere gli stemmi dei Medici nelle chiese di san Lorenzo, di san Marco e di san Gallo, edifizj eretti o ristaurati da quella famiglia; essi risguardavano questi emblemi come monumenti di una servitù che volevano far dimenticare; disprezzavano la politica di Niccolò Capponi, che temeva di offendere troppo Clemente VII; e sebbene fossero stati conosciuti, il governo non ardì di punire questa violazione dell'ordine pubblico[414].

Niccolò Capponi era sinceramente attaccato alla libertà; ma la dolcezza del suo carattere unita a qualche debolezza, lo portavano ad avere de' riguardi per il papa, e per gli uomini ch'erano stati potenti sotto il governo mediceo, quali erano Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi: egli avrebbe voluto che la repubblica, scuotendo il loro giogo, non lasciasse di rispettarli, onde non provocare il loro risentimento; e così aveva ingrossato il suo partito con tutti coloro che mantenevansi segretamente attaccati ai Medici, o che temevano le vendette del popolo. Contava pure tra i suoi aderenti un'altra classe di uomini, che non avevano veruna relazione co' precedenti: erano costoro gli antichi piagnoni, ossia i settatori di Girolamo Savonarola. Lo stesso Capponi era stato discepolo di quel frate, e non aveva interrotte l'esagerate sue pratiche di divozione nemmeno sotto il precedente governo poco favorevole ai bigotti. I partigiani de' Medici, che dicevansi Palleschi o bigi, avevano lungo tempo conservata la più marcata avversione verso i fautori del Savonarola, da loro detti piagnoni ed ipocriti; ma un interesse comune li riunì sotto le insegne del Capponi, e bentosto sentirono la segreta alleanza che suole unire gli uni agli altri i partigiani del dispotismo dell'aristocrazia e della superstizione.

Le calamità che travagliarono Firenze il primo anno del governo del Capponi, contribuirono ad accrescere il di lui credito, ed a sviluppare in lui l'entusiasmo religioso. La peste era stata portata da Roma a Firenze nel 1522 da un uomo del basso popolo che si era sottratto alle guardie sanitarie. Sebbene in allora il contagio non si estendesse oltre alcune strade, che vennero cautamente separate dal rimanente della città, lo spavento fu in tutti gli abitanti estremo, e la maggior parte de' ricchi cittadini si rifugiarono nelle loro ville o in lontani paesi. La peste, cessata nel caldo della state, ricomparve nel susseguente anno dopo alcune prediche che avevano riunito una grandissima quantità di popolo. All'ultimo ricomparve nel 1527 con maggiore violenza di prima, dopo una processione ordinata per rendere grazie a Dio della ricuperata libertà. In così lungo intervallo il contagio non si era mai spento del tutto, e ne' sei anni che si protrassero i suoi guasti, si calcolò che rapisse sessanta mila uomini a Firenze, e press'a poco altrettanti nel territorio[415].

L'emigrazione ch'era stata nel primo anno grandissima, non si era rinnovata ne' susseguenti, perchè gli uni si erano accostumati al pericolo, gli altri non si trovavano abbastanza ricchi per sostenere così grave dispendio. Ma nel 1527, quando si vide in sul cominciare di luglio morire in Firenze circa dugento persone al giorno, poi tre in quattrocento al giorno in agosto, e più di cinquecento in tre successivi giorni, lo spavento costrinse tutte le persone doviziose a fuggire nuovamente[416]. Allora si rendettero impossibili le adunanze de' consiglj o dei collegj della signoria, e tutte le risoluzioni rimasero ineseguite per non essere sanzionate da sufficiente numero di suffragj. Per uscire da questo stato di anarchia la signoria fece intimare un ordine di recarsi al loro luogo nel gran consiglio a tutti i membri del consiglio degli Ottanta, ed a tutti i cittadini esercenti una qualunque magistratura. Voleva essere autorizzata a poter trascurare in tempo della peste le ordinarie forme della legislazione: ma quest'adunanza non si formò che di novanta cittadini, i quali, dispersi nell'immensa sala del consiglio, tenevansi possibilmente il più lontano che potevano gli uni dagli altri per timore di ogni comunicazione. Varj amici e parenti, che dal principio della malattia fino al presente più non si erano trovati assieme, si rivedevano per la prima volta in questa sala, e apprendevano gli uni dagli altri la morte delle più care persone; perciò si udivano qua e là sospiri e gemiti muovere da quelle quasi deserte panche. L'autorità domandata dal gonfaloniere gli fu in tale circostanza di buon grado accordata da quest'assemblea, ed in appresso la signoria, finchè durò la peste, amministrò la repubblica senza consultare i consiglj. La vigilia della festa dell'Assunta la malattia parve sensibilmente diminuita, ed era quasi affatto cessata il dì d'ogni Santi[417].

Non era gran tempo che la peste più non infieriva, quando in una delle prime sedute del gran consiglio, il 9 febbrajo del 1528, Niccolò Capponi si animò in parlando de' gastighi di Dio e della sua compassione; tenne arringando quasi i termini medesimi adoperati già dal padre Savonarola in pulpito, e terminò la sua allocuzione gettandosi in ginocchioni ed implorando ad alta voce la divina misericordia. Il consiglio, strascinato dal suo esempio, replicò, stando pure in ginocchio, il grido di misericordia e decretò in appresso, dietro proposizione fatta dal Capponi, che Cristo sarebbe dichiarato perpetuo re di Firenze, e fece collocare alla porta principale del palazzo pubblico un'iscrizione che attestava questa nomina. Ma que' medesimi che non si erano opposti al Capponi nelle sue estasi religiose, per timore di cadere in sospetto d'empietà, lo motteggiavano in appresso per la città come imbecille, o lo accusavano d'ipocrisia[418].

Malgrado l'alienamento che avevano pel Capponi tutti gli amici più ardenti della libertà, il 10 giugno del 1528, egli fu confermato per esercitare la seconda volta l'ufficio di gonfaloniere, e tale elezione riuscì universalmente gradita al popolo, che trovava nel capo dello stato moderazione, disinteresse ed amore del ben pubblico[419]. Durante la sua amministrazione egli aveva cercato di riformare i tre più importanti rami del governo, la giustizia, la finanza e la guerra; ed aveva se non altro ottenuto di rendere più tollerabili diverse istituzioni assai viziose.

Erasi fin allora sperimentato che i delitti politici non erano mai in Firenze giudicati imparzialmente; e sebbene alternativamente portati al tribunale del podestà, della signoria, degli otto di balìa e del gran consiglio, le sentenze erano sempre state il trionfo di un partito sull'altro. In giugno si pubblicò una legge che accordava l'interposizione dell'appello di tutti i delitti politici e militari ad un nuovo tribunale detto la quaranzia. Fu composto detto tribunale di quaranta membri estratti a sorte per ogni caso particolare nel consiglio degli ottanta; e vi si trovò il vantaggio d'avere giudici originariamente nominati dal popolo, e preventivamente non conosciuti dai delinquenti. Nello stesso tempo la legge che stabiliva la quaranzia, assicurava la pronta decisione delle cause portate alla sua decisione[420].