La maniera di distribuire le imposte era stata d'ogni tempo quasi affatto arbitraria, ed era forse impossibile l'evitare tale inconveniente in una repubblica mercantile, dove il maggior peso doveva gravitare sul fruttato del commercio, e dove ogni dichiarazione del proprio stato di fortuna; intaccando il credito de' mercanti, non poteva non riuscire odiosa. L'imposta territoriale appoggiavasi ad un catastro fatto con grandissima diligenza. Le imposte indirette sono di loro natura apparentemente volontarie, e non alterano punto la libertà; ma l'imposta diretta sulle ricchezze mobiliari o sopra gli sconosciuti profitti del commercio era la più difficile a regolarsi, ed era riservata soltanto per gli urgenti bisogni e per le straordinarie sovvenzioni. Il gran consiglio, dopo avere ordinata la somma da levarsi in questo modo, sceglieva venti cittadini, cui dava il carico di ripartire la fissata somma fra tutti i contribuenti. Richiedeva, sotto severe pene, che l'operazione loro si terminasse entro un determinato numero di giorni, e stabiliva un minimum ed un maximum per ogni quota di contribuzione. Questi commissarj facevano tutti i loro lavori separatamente, ed in appresso rimettevano ai monaci di qualche convento, designato con pubblico decreto, il proprio ruolo de' contribuenti colla somma che gli era arbitrariamente imposta. I monaci, per determinare la contribuzione di un cittadino, riunivano le venti proposizioni dei commissarj a suo riguardo, levavano preventivamente le sei più alte e le sei più basse, siccome quelle che potevano essere state dettate da odio o da favore, indi addizionavano le otto medie, e dividevano la somma per otto. Questi monaci erano obbligati con giuramento al segreto per tutto questo lavoro; e dopo averlo ultimato ne bruciavano tutti i materiali[421].
Per ultimo la terza riformagione, procurata da questo governo alle leggi di Firenze, tendeva a dare alla repubblica abitudini più militari; e questa era, meno che le altre, opera del gonfaloniere. Nicolò Capponi, sia pel suo carattere pacifico e per l'età sua, o sia per economia, erasi opposto all'accrescimento delle fortificazioni di Firenze, ed aveva tentato d'impedire che si adottasse il dispendioso progetto seguito da Clemente VII quand'era tuttavia cardinale. Soleva frequentemente ripetere che una piccola armata non sarebbe capace di prendere Firenze, e che una grande non potrebbe tanto tempo mantenersi nella campagna fiorentina per intraprendere l'assedio della capitale[422]. Ma non potè interamente resistere all'ardore marziale, che aveva allora invasa la nazione. Un corpo di trecento giovani, appartenenti alle principali famiglie, si era volontariamente formato per guardia del palazzo; era composto de' più caldi partigiani della libertà, cui il Capponi si rendette in breve sospetto a cagione de' suoi riguardi verso i Medici. Il gonfaloniere, ch'erasi lungamente opposto all'armamento del popolo fiorentino, finì col farne egli medesimo la proposizione, onde procurarsi un appoggio contro la guardia del palazzo. Tale proposizione fu riconosciuta come legge il 6 novembre del 1528[423].
La guardia urbana doveva essere formata di quattro mila cittadini dell'età de' diciotto ai quarantacinque anni, tutti di famiglie che avessero diritto di sedere nel gran consiglio. Dividevasi questa guardia in sedici compagnie sotto gli ordini dei sedici gonfalonieri che formavano il collegio della signoria. Ella prestò giuramento di fedeltà alla repubblica in mezzo ad un popolo orgoglioso di ricevere nuovamente le armi, e riconobbe per suo capo Stefano Colonna di Palestrina, che fu incaricato di ordinarla. La ricchezza de' suoi abiti e de' suoi equipaggi le inspirava una confidenza in sè medesima affatto nuova pei Fiorentini. Finalmente dopo la sua creazione il consiglio decise, contro il parere del gonfaloniere, di terminare le fortificazioni di Firenze; ma per impiegare minor numero di gente nel custodirle, se ne ristrinse il circuito. Michel Angelo Buonarotti non isdegnò di farne il piano, dopo avere consultati varj sperimentati militari; ed il più grande artista consacrò i suoi talenti alla prima delle arti, quella della difesa della patria[424].
Ma mentre che la repubblica apparecchiavasi con tanto ardore a difendere la sua libertà, per una singolare circostanza si trovava implicata in una stessa lega con quel principe medesimo, ch'ella doveva più d'ogni altro temere. Lo scopo principale della sua alleanza con Francesco I, Enrico VIII e la repubblica di Venezia, era di costringere Carlo V a riporre in libertà Clemente VII; e non pertanto Clemente VII era colui che la repubblica Fiorentina doveva più d'ogni altro temere. Fin dal principio della rivoluzione, nel 1527, i Fiorentini avrebbero potuto essere tentati di attaccarsi all'alleanza dell'imperatore, che in allora teneva prigioniere il papa loro nemico, e che tanto accanimento mostrava contro la casa de' Medici; ma essi conservavano per la nazione francese la più tenera affezione: avevano potuto fare confronto di questa nazione coi Tedeschi, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri, che tanto tempo avevano guerreggiato in Italia, e l'avevano costantemente trovata umana, leale e generosa. Invano i loro politici, Macchiavelli, Guicciardini, Vettori e Capponi, loro avevano rappresentato che non dovevano confondere la nazione col capo; che quanto questa era, generalmente parlando, valorosa e fedele, altrettanto il suo governo si faceva giuoco senza scrupolo della data fede, come l'avevano essi medesimi sperimentato nella guerra di Pisa, in quella della lega di Cambrai, e nelle negoziazioni colla Spagna. Le maniere ed i cavallereschi discorsi di Francesco I rendevano inutili tutti questi avvertimenti. I Fiorentini avevano in lui tutta riposta la loro fiducia[425]; eransi essi spogliati del necessario per pagargli sussidj, e per portare a numero la di lui armata a Napoli, mentre ch'essi medesimi si trovavano oppressi dalla peste e dalla fame. Le loro bande nere, che gli avevano mandate, erano state lungo tempo il nervo delle di lui armate, ed erano state totalmente disperse trovandosi al di lui servigio. Quando seppero il disastro di Lautrec sotto Napoli, ed in appresso la rivoluzione di Genova, estremi erano stati il loro dolore e lo spavento loro. Pure risguardavano come cosa impossibile che un eroe, pel quale si erano sagrificati, gli abbandonasse: ma l'avvenimento fece vedere che Macchiavelli, Capponi ed Alamanni avevano conosciuto il re assai meglio che non avevano saputo conoscerlo i loro concittadini.
Luigi Alamanni era amico di Andrea Doria; aveva veduto con piacere stabilirsi in Genova un governo libero; ed egli medesimo, proscritto per avere congiurato contro Clemente VII, allora cardinale dei Medici, non doveva cadere in sospetto di parzialità per questo pontefice. Dall'altro canto Andrea Doria vivamente desiderava la libertà fiorentina; egli profondamente paventava per la sua patria la gelosia degli stati dispotici, e calcolava tutti i pericoli che correva Genova se sopravviveva quasi sola alle distrutte repubbliche dell'Italia. Fece perciò sentire all'Alamanni quanto poco poteva sperarsi che i Francesi rimanessero vittoriosi, quanto rischio correvano in particolare i Fiorentini d'essere da Francesco I abbandonati nelle prime trattative di pace; l'avvisò confidenzialmente, che Clemente VII consentiva a riconciliarsi coll'imperatore, se in compenso gli venivano ceduti i Fiorentini, mentre che Carlo V per dare il suo assenso altro non aspettava che di vedere se i Fiorentini gli farebbero qualche offerta. Luigi Alamanni dietro queste prime aperture venne spedito dalla signoria a Barcellona. Tornò in breve per annunciare al governo, che, se voleva prevenire la conclusione del trattato del papa, non aveva un solo istante da perdere; che ad ogni modo Andrea Doria, valendosi del favore che godeva altissimo presso l'imperatore, prometteva ancora di far guarentire la libertà e la sicurezza della repubblica, purchè si affrettasse di trattare. In tale occasione si tennero molte deliberazioni e consulte segrete, tanto fra i membri componenti il governo, come cogli uomini di stato che non erano attualmente in carica; all'ultimo il gonfaloniere assoggettò cotale deliberazione alla signoria, ai dieci della guerra, ed a quelli che dicevansi la pratica segreta, persone da lui medesimo scelte per tenergli luogo di consiglieri. Anton Francesco Albizzi espose in una scrittura i vantaggi della riconciliazione coll'imperatore, la di cui lettura fu ascoltata di controgenio. Tommaso Soderini, rispondendogli, risvegliò l'antico amore de' Fiorentini verso la Francia, e tutti a sè trasse i suffragj; di modo che le trattative si ruppero, e lo stesso Alamanni credette essere prudente cosa l'allontanarsi[426].
Dopo la rottura del trattato di Madrid Francesco nulla aveva avuto più a cuore che di rinnovare le negoziazioni, onde liberare i suoi figliuoli. Si era alcun tempo lusingato di riuscirvi colle vittorie di Lautrec; ma bentosto aveva privato questo generale de' fondi che gli aveva promessi, e ruinata in tal modo la sua armata. La sua negligenza, i suoi dissipamenti, erano stati la prima cagione del disastro de' Francesi sotto Napoli; e questo disastro terminò di scoraggiarlo interamente, e lo dispose ad accettare tutte le condizioni che potrebbero condurre ad una pace di cui sentiva così vivamente il bisogno.
Omai altre armate non restavano al re in Italia, che quella di Francesco di Borbone, conte di San-Paolo, la quale era più debole assai di quello che si diceva, e composta di più cattive truppe che le precedenti: inoltre il re le mandava meno danaro di quello che aveva promesso, e perchè il Borbone era prodigo e negligente, s'appropriava parte di questo danaro, lasciando che i suoi subalterni rubassero il rimanente. Si disgustò col duca d'Urbino, che dal canto suo rifiutavasi ad ogni fatto alcun poco pericoloso. Egli non seppe nè soccorrere Genova, nè assediare Milano, sebbene Antonio di Leyva più non avesse che un pugno di soldati. Gli andò a male un attentato poco onorevole per sorprendere Andrea Doria nella sua casa di campagna[427]; e non seppe impedire a due mila Spagnuoli, di quelli cui l'estrema nudità aveva fatto dare il nome di Bisogni, di passare a Milano, sebbene avessero preso terra a Genova, senza abiti, senza scarpe, senz'armi, senza paga e senza vittovaglie; tutte le sue intraprese si ristrinsero alla presa de' tre castelli di Serravalle, sant'Angelo e Mortara[428].
La campagna del 1529 era di già cominciata, ed i Milanesi si erano trovati doppiamente oppressi, perchè i due mila Bisogni erano giunti a Milano in aprile, ed era stato forza di provvederli d'ogni cosa. Frequentemente costoro fermavano di bel mezzogiorno i cittadini nelle strade per farsi dare le loro vesti, scarpe, cappelli ec.; e quando facevasi di ciò lagnanza ad Antonio di Leyva, non si avevano da lui per tutta risposta che motteggi[429]. In questo tempo il San-Paolo aveva unita la sua armata a quella del duca d'Urbino ed a quella di Francesco Sforza; ma tutti tre insieme si erano trovati più deboli assai che non lo avevano annunziato i loro generali; tutti i reggimenti erano incompleti, non contando che la metà degli uomini che avrebbero dovuto avere. Dopo essersi alcun tempo trattenuti in vicinanza di Milano per privare di vittovaglie quella vasta città, i tre capi sentirono la necessità di separarsi; e partirono da Marignano, i Veneziani per Cassano, il duca di Milano per Pavia, ed il conte di San-Paolo per Landriano[430].
Il conte di San-Paolo era giunto il sabbato sera, 19 giugno, a Landriano, grossa borgata lontana dodici miglia da Milano, e poco meno da Pavia. Questa viene attraversata da un ramo del fiume Olona, che d'ordinario porta pochissima acqua, ma che in quell'istante era così gonfio a cagione di una dirotta pioggia, che si trovò impossibile di farlo guadare all'artiglieria. Il San-Paolo vi si trattenne tutta la domenica, ed Antonio di Leyva, avutone avviso a Milano, risolse di sorprenderlo. Il lunedì mattina, 21 giugno, quando il generale francese aveva già fatta partire la sua vanguardia sotto gli ordini di Guido Rangoni, e faceva passare il fiume all'artiglieria con circa mille cinquecento landsknecht ed un piccolo corpo d'artiglieria, che gli erano rimasti, venne all'improvviso attaccato da Antonio di Leyva, il quale, trovandosi gravemente preso dalla gotta, era costretto di farsi portare sopra una seggiola da quattro uomini alla battaglia. Gli uomini d'armi francesi fecero una valorosa resistenza; ma i Landsknecht si difesero assai debolmente, sicchè all'ultimo il San-Paolo fu fatto prigioniere con Giovan Girolamo Castiglione, Claudio Rangoni, Lignacco, Carbone, ed altri ragguardevoli personaggi. Dopo quest'ultima disfatta, l'armata francese si disperse, e quasi tutti i soldati tornarono in Francia[431].
Intanto a Cambrai si andava trattando la pace. Fino dal mese di maggio Carlo V e Francesco I avevano convenuto di mandare in quella città, il primo sua zia, l'altro sua madre. La prima, Margarita d'Austria, già duchessa di Savoja, sorella del padre dell'imperatore, era governatrice de' Paesi bassi; la seconda, Luigia di Savoja, duchessa di Angouleme, madre di Francesco I, aveva in ogni tempo esercitata grandissima influenza sul suo figlio, che le aveva dato il titolo di reggente. Queste due signore, pienamente informate de' segreti della loro corte, che avevano l'intera confidenza de' sovrani che rappresentavano, ch'erano unite in istretto nodo di parentela, che avevano molto spirito, abilità ed attitudine al maneggio degli affari, furono concordemente di avviso d'escludere dalla loro negoziazione tutte le formalità che tanto ritardo sogliono portare agli affari diplomatici. Recaronsi il 7 di luglio a Cambrai; alloggiaronsi in due vicine case, tra le quali fecero praticare una riservata comunicazione: conferirono ogni giorno senza testimonj, adoperandosi per la pace de' due imperj con una costante attività e con un impenetrabile segreto[432].