Ad ogni modo era di somma importanza per Francesco I di presentarsi sempre a Carlo V come capo di una potente lega, ponendo sulla bilancia tutto il peso de' suoi alleati d'Italia; perciò non lasciò mai, finchè durarono le negoziazioni, di dare ai suoi alleati le più costanti assicurazioni di difendere gl'interessi loro collo stesso zelo de' proprj. Promise replicatamente, ed ancora con giuramento, a Baldassare Carducci, ambasciatore di Firenze, ed a molti di lui concittadini, che mai non abbandonerebbe la repubblica, nè passerebbe a verun trattato senza comprendervela[433]. A ciò aggiunse positive proteste di essere apparecchiato a rinnovare la guerra, e ad entrare personalmente in Italia, ove ciò riuscisse necessario ai suoi alleati; prometteva pure di condurre con sè due mila quattrocento lance, mille cavaleggieri e ventimila fanti, e sollecitava i suoi alleati, i Veneziani, i Fiorentini, ed i duchi di Milano e di Ferrara, a promettergli dal canto loro mille cavaleggieri e venti mila fanti. Egli continuava queste negoziazioni con tanto maggior zelo, quanto meno pensava a dare esecuzione alle sue promesse; e cercava in ogni modo di accrescere la confidenza dei suoi alleati nella costanza e lealtà del suo carattere[434].
Ma mentre il re tentava con tali pratiche d'ingannare i suoi alleati, Clemente VII con una politica non diversa cercava d'ingannare lo stesso re. Voleva il papa vendere a caro prezzo la sua alleanza all'imperatore, facendosi a lui vedere sostenuto da tutta la potenza della santa lega, e mentre dava agli stati, che avevano prese le armi per la sua liberazione, manifeste prove della sua riconoscente fedeltà, mercanteggiava con Carlo V la misura del prezzo pel quale gli avrebbe abbandonati[435].
Nella santa lega Clemente VII trovavasi associato a stati che non odiava meno di Carlo V, o a dir meglio, l'opinione della quasi irresistibile potenza di questo sovrano aveva pressocchè interamente fatto tacere il suo rancore, mentre non sapeva perdonare a più deboli stati altre più leggieri offese. Nel tempo della sua prigionia avevano i Veneziani occupate Ravenna e Cervia, sotto colore di custodirle per la santa sede; ma in seguito avevano rifiutato di restituirle, e per quante istanze loro ne facesse il papa direttamente, e per mezzo del re di Francia, unendovi anche le minacce, le due città continuarono ad avere guarnigione veneziana[436]. Il duca di Ferrara aveva a mano armata riprese le sue terre di Reggio, Modena e Rubbiera, sulle quali la santa sede non aveva altro diritto che quello che poteva darle la violenta occupazione fattane da Giulio II, poi da Leone X. Pure Clemente VII risguardava come un'usurpazione la riconquista fattane dalla casa d'Este; rivolgevasi alternativamente a tutti i sovrani, perchè le facessero restituire alla santa sede, e si maravigliava che il duca Alfonso fosse da loro protetto dopo avere ricuperati i proprj stati[437]. Ma i più odiati dal papa erano per altro i Fiorentini. Egli non poteva perdonar loro il ristabilimento della loro libertà, nè lo scacciamento della sua famiglia, nè il rovesciamento delle sue statue, nè la persecuzione de' suoi partigiani; domandava che gli fosse restituita sua nipote Cattarina de' Medici, figliuola di Lorenzo duca d'Urbino; e malgrado l'interposizione della Francia, non aveva ancora potuto riaverla[438]. Perciò, dopo avere ricuperata la libertà. Clemente VII non aveva voluto con verun atto pubblico violare la neutralità, sebbene dichiarasse ai Francesi che il solo motivo che lo ritraeva dall'entrare apertamente nella lega, era lo stato di miseria e di debolezza cui trovavasi ridotto[439].
Dal canto suo Carlo V, sebbene prendesse co' suoi nemici il contegno di conquistatore, segretamente desiderava di mettere fine ad una guerra che ruinava le sue finanze, e che, riducendo i suoi popoli alla disperazione, poteva alla fine ridondare in suo danno e grave pericolo. Altronde era sommamente agitato dai progressi della riforma in Germania, e da quelli de' Turchi in Ungheria. Egli non poteva lusingarsi che la costante sua prosperità si mantenesse ancora; perciocchè, sebbene le sue truppe mancanti di danaro, di armi e di munizioni, e spesso mal disciplinate, avessero trionfato di numerose popolazioni, ricche ed agguerrite, in una nuova guerra potevano pure restar perdenti. Perciò Carlo desiderava di staccare dalla lega alcuni de' membri che la componevano, persuadendosi che, quando la lega fosse una volta rotta, gli altri individui temerebbero per se medesimi, e si disporrebbero ad abbandonare i loro alleati. Ma più che tutt'altro egli desiderava l'alleanza del papa; voleva cancellare lo scandalo della di lui prigionia; e dopo avergli fatto sentire tuttociò che poteva temere, credeva giunto il propizio istante di affezionarselo coi beneficj.
Per giugnere al suo intento Carlo V accordò a Clemente VII vinto, spogliato e di fresco uscito di carcere, tali condizioni che appena Clemente avrebbe potuto pretendere se fosse stato costantemente vittorioso. La negoziazione cominciatasi in Roma dall'ambasciatore imperiale Mussetola si terminò in Ispagna dal nunzio del papa, Niccola di Schomberg, arcivescovo di Capoa; ed il trattato di pace e di alleanza tra l'imperatore ed il papa fu sottoscritto a Barcellona il 20 di giugno del 1529[440].
Col trattato di Barcellona Clemente VII prometteva a Carlo V la corona imperiale, che questi disponevasi a venire a prendere in Italia; gli accordava l'investitura del regno di Napoli pel solo tributo d'una cavalla bianca, e la licenza di levare contribuzioni sul clero de' suoi stati. Più variati assai erano gli obblighi di Carlo V; dessi risguardavano la santa sede, la casa de' Medici, ed il ducato di Milano. L'imperatore prometteva al papa di fargli restituire Ravenna e Cervia dai Veneziani, e Modena, Reggio e Rubbiera dal duca di Ferrara. La casa de' Medici più non era rappresentata che dal bastardo Alessandro, perciocchè il papa, sorpreso da grave malattia in principio del 1529, per non lasciare i suoi nipoti senza appoggio nel mondo, aveva il 10 di gennajo dato il cappello di cardinale ad Ippolito da lui sempre prediletto, e cui aveva avuto già prima intenzione di unire in matrimonio all'erede di Vespasiano Colonna, sua pupilla[441]; Carlo V prometteva di rimettere Firenze in potere della casa de' Medici, e di maritare sua figliuola naturale Margarita con Alessandro, che il papa destinava al governo di quella repubblica; all'ultimo l'imperatore prometteva di rimettere alla decisione di un giudice non sospetto la sorte di Francesco Sforza e del ducato di Milano[442].
La notizia del trattato di Barcellona portata a Cambrai, vi affrettò la conclusione del trattato delle Dame, che così fu chiamato quello che negoziavano Luigia di Savoja e Margarita d'Austria. Queste dal canto loro sottoscrissero il 5 agosto del 1629 la convenzione che doveva rendere la pace all'Europa. Ma per quanto fosse grande la diffidenza che aveva potuto eccitare la politica delle corti, l'Europa non era apparecchiata allo scandaloso scioglimento di tutti gl'intrighi che per lo spazio di trent'otto anni avevano occupato il gabinetto di Francia. Col trattato di Cambrai Francesco I sagrificava tutti i suoi alleati, senza nemmeno raccomandarli alla clemenza dell'imperatore, cui li lasciava in balìa. Egli abbandonò coloro che avevano prese le armi in tempo della sua prigionia, che avevano fatto tremare gl'imperiali dopo la vittoria di Pavia, che lo avrebbero anche liberato se egli non avesse tanto affrettata la sua andata in Ispagna, che dopo tale epoca avevano costantemente per lui combattuto, sagrificandogli i loro tesori, i loro soldati, le loro province. Niente stipulò a favore di Firenze, la quale dietro i di lui eccitamenti aveva provocata la collera di Carlo V, e rifiutato più volte vantaggiose offerte di neutralità; niente per Venezia, che dal principio del di lui regno fino al presente erasi mantenuta fedele alleata della Francia, e verso la quale egli aveva recentemente assunti più formali impegni. Vero è che i Veneziani ed i Fiorentini trovavansi nominati nel trattato, ma soltanto per esserne esclusi con un'indegna soverchieria. Diceva uno degli articoli: «Inoltre il detto signore re cristianissimo procurerà che il comune di Firenze si convenga coll'imperatore entro tre mesi da contarsi dalla data del presente trattato, e ciò fatto desso comune sarà compreso nel presente trattato, e non altrimenti.» Un altro articolo nominava i Veneziani per obbligarli ad evacuare tutte le piazze del regno di Napoli nel termine di sei settimane[443]. Ma le pretese intorno alle quali dovevano andare d'accordo, i sagrificj che dovevano fare, o i giudici delle loro liti non erano altrimenti indicati; onde questi alleati erano del tutto abbandonati all'arbitraria volontà dell'imperatore, ed erano, fin che questi non avesse loro accordata la pace, esclusi dal trattato.
Parimenti il re di Francia nulla aveva convenuto pel duca di Milano, al quale aveva guarentiti gli stati col trattato dell'ultima alleanza; nulla pel duca di Ferrara, cui, come pegno d'indissolubile amicizia, aveva dato in matrimonio sua cognata, figliuola del suo predecessore; nulla per i baroni Romani, ed in particolare per gli Orsini, che, col loro attivissimo zelo e co' moltiplici loro servigj a favore della Francia, avevano posta in compromesso la propria esistenza, nulla per i Fregosi a Genova, che fortunatamente trovarono maggiore riconoscenza presso la repubblica di Venezia, nulla pel partito d'Angiò in tutto il regno di Napoli, il quale, mosso dalla memoria d'un'antica fedeltà, aveva prese le armi a di lui favore, e trovavasi oramai respinto verso i patiboli; anzi Francesco si obbligò vergognosamente a non dare asilo ne' proprj stati a nessuno di coloro che avessero portate le armi contro Carlo V, privandosi in tal modo della possibilità di poter dare qualche soccorso a quelli, ch'egli aveva spinti alla loro ruina[444].
Quest'abbandono di tutti gli alleati della Francia era tanto più scandaloso in quanto che Carlo V nello stesso trattato dava un esempio tutt'affatto contrario. Egli non dimenticò gl'interessi di coloro che si erano per lui sagrificati. L'art. 35 ristabiliva in tutti i loro beni gli eredi del duca Carlo di Borbone, come se questi mai non avesse abbandonata la Francia; i susseguenti articoli volevano il mantenimento o il ristabilimento de' diritti ed interessi del conte di Pont-de-Vaux, del principe d'Orange, della duchessa di Vandome, del conte di Gavre, del marchese d'Arschott, finalmente di tutti coloro che, pel loro zelo verso l'imperatore, avevano compromessi i loro diritti o le sostanze da loro possedute in Francia[445]. Vero è che Francesco non si curò di rispettare gl'impegni che assumeva, e tosto che riebbe i suoi figli, fece di nuovo sequestrare i beni di tutti i ribelli francesi[446].
Col sagrificio de' suoi alleati, de' suoi impegni, del suo onore, Francesco I aveva ottenuto grandi modificazioni al trattato di Madrid: egli più non rendeva a Carlo V il ducato di Borgogna, il territorio d'Auxerre, il Maconnese, Bar sulla Senna, la viscontea d'Auxonne, e le dipendenze di San Lorenzo, siccome si era obbligato per ricuperare la sua libertà. Soltanto rinunciava a tutti i diritti di supremazia sopra le province della Fiandra, che restavano all'imperatore; come pure ad ogni diritto sopra tutti gli stati d'Italia da' quali obbligavasi a ritirare le sue truppe prima che spirassero sei settimane. In iscambio gli venivano restituiti i suoi figliuoli a condizione di pagare due milioni di scudi, e di sposare Eleonora, sorella dell'imperatore, e regina vedova di Portogallo, siccome era stato convenuto nel trattato di Madrid[447].