Questo trattato, forse il più fatale all'onore della Francia di qualsiasi altro sottoscritto da verun monarca francese, si pubblicò il 5 di agosto nella chiesa di Cambrai. Pochi dì prima, e quando tutti gli articoli erano di già convenuti, Francesco I aveva protestato agli ambasciatori degli alleati, che mai non gli abbandonerebbe, ed aveva rifiutato ai Fiorentini l'assenso loro accordato dal suo predecessore nel 1512 di fare una pace parziale coll'imperatore, assenso caldamente ricercato allora di bel nuovo dal loro ambasciatore[448].
Il re, che in tempo delle negoziazioni si era recato fino a Compiegne, andò a Cambrai per vedere Margarita subito dopo la sottoscrizione degli articoli; ma perchè sostenere non poteva la vista degli ambasciatori che aveva ingannati, ricusò loro udienza sotto diversi pretesti. Finalmente quando si vide costretto a ricevere Baldassare Carducci, ambasciatore dei Fiorentini, gli volle far credere che il trattato di Cambrai non fosse che uno stratagemma necessario per riavere i suoi figliuoli; protestò non essere altrimenti mutate le sue disposizioni, e se ad onta di qualsiasi impegno ch'egli avesse preso, essere sempre pronto ad assistere i Fiorentini, che incoraggiò pure a fare una vigorosa resistenza[449].
Carlo V non aveva aspettato che si conchiudesse il trattato di Cambrai per prendere la strada d'Italia. Aveva spedito Andrea Doria a Barcellona per assumere il comando delle sue galere; lo aveva onorato più che verun altro monarca non avesse fatto mai un cittadino; aveva voluto che si coprisse alla sua presenza, e lo aveva investito del principato di Melfi[450], confiscato a danno di Ser Gianni Caraccioli. Tostocchè si fu accordato col papa, egli infatti recossi a Barcellona, ed il 29 di luglio andò a bordo della flotta genovese, risguardando di già come sicura la pace colla Francia[451]. Il tragitto fu assai penoso; ed egli non arrivò a Genova che il 12 di agosto, ove ricevette gli articoli della pace di Cambrai. Colà trovavasi alla testa d'un'armata appositamente adunata per dare esecuzione alla pace. Prima di lui erano giunti a Genova due mila Spagnuoli; conduceva sulla sua flotta mille cavalli e nove mila fanti, e doveva essere raggiunto in Lombardia dal capitano Felice di Virtemberga, che gli conduceva otto mila Landsknecht. Nello stesso tempo il principe d'Orange radunava all'Aquila il resto dell'armata che aveva presa Roma e difesa Napoli. Vi si trovavano tre mila Tedeschi, in addietro arruolati sotto il contestabile di Borbone e sotto Giorgio Frundsberg, e quattro mila Italiani che servivano senza paga sotto il comando di Fabrizio Maramaldo di Calabria. Una piccola armata spagnuola, composta degli avanzi delle vecchie bande che si erano sottratte a quelle micidiali campagne, spingeva con poca apparenza di buon esito l'assedio di Monopoli in Puglia, sotto gli ordini del marchese del Guasto, e faceva testa ai Veneziani, che in questa provincia avevano ottenuti alcuni vantaggi[452].
Carlo V era entrato in Italia, intenzionato di valersi di tutti i diritti che aveva acquistati colla vittoria e colla rinuncia di Francesco I; e per verità la di lui armata era abbastanza numerosa ed agguerrita per fargli credere agevole l'esecuzione de' suoi progetti. Ma gli alleati d'Italia, sebbene abbandonati dal re di Francia, non mostravansi del tutto scoraggiati. I Fiorentini spedirono a Genova ambasciatori a Carlo; ma essi ostinatamente rifiutavano di trattare con Clemente VII. L'armata de' Veneziani non era per anco stata attaccata; Malatesta Baglioni tratteneva sotto Perugia quella del principe d'Orange; ed il vescovo di Tarbes, ambasciatore di Francia, non lasciava di persuadere gli alleati a fare resistenza, anche dopo pubblicata la pace, facendo loro sperare i soccorsi di una potente armata francese, che diceva essere di già in cammino[453].
D'altra parte l'urgente pericolo del fratello di Carlo V e di tutto l'impero stesso germanico richiamava a sè l'attenzione dell'imperatore. Solimano con un'armata, che facevasi ascendere a cento cinquanta mila uomini, aveva invaso e guastato tutto il regno d'Ungheria, ed il 13 di settembre aveva posto l'assedio a Vienna. Il tradimento del Visir di Solimano, o la destrezza di Ferdinando, costrinsero veramente il turco a levare l'assedio il 16 di ottobre; ma quel superbo monarca, ritirandosi sdegnato, minacciava tuttavia, ed il terrore incusso dal suo prossimo ritorno era proporzionato alla violenza della sua collera. Altronde la Germania, divisa dalle dispute religiose, vedeva lo spirito d'indipendenza andar crescendo cogli avanzamenti della riforma; e l'imperatore sentiva il bisogno di fissarvi per alcun tempo la sua residenza, onde ristabilirvi l'autorità imperiale; finalmente sperimentava egli stesso quella penuria, che spesse volte aveva lasciata provare ai suoi generali. Aveva tutti esauriti i suoi mezzi per equipaggiare la flotta e trasportare la sua armata, ed in principio della campagna si trovava di già senza danaro. Non pertanto egli non aveva cuore di risolversi a far esercitare sotto i proprj occhi le orribili esazioni con cui Antonio di Leiva ed il principe d'Orange avevano tanto tempo mantenute le loro armate[454].
Per tutti questi motivi Carlo V s'impose, trattando cogli stati d'Italia, una moderazione che non potevasi da lui sperare, e che infatti non si accordava col suo carattere. I soli ai quali non volle accordare veruna indulgenza furono i Fiorentini, non perchè avesse qualche particolare motivo di odio contro di loro, ma perchè credeva per sè vantaggioso di soddisfare pienamente a Clemente VII, e perchè era sollecito di togliere ai popoli il pericoloso esempio d'uno stato che la libertà rendeva prospero[455].
Il 30 di agosto era partito da Genova alla volta di Piacenza, e gli ambasciatori fiorentini che l'avevano seguito, non avendo potuto ottenere pieni poteri, dei quali egli voleva che fossero muniti, per trattare col papa, non vennero ammessi alla sua udienza[456].
Frattanto Antonio di Leiva manteneva viva la guerra contro il duca di Milano; ed il marchese di Mantova, che a prezzo d'oro aveva ottenuto di rientrare nell'alleanza dell'imperatore, era stato posto al comando di un'armata che doveva attaccare i Veneziani. Vero è che queste due guerre trattavansi assai mollemente. Il duca di Milano ed i Veneziani, che egualmente cercavano di negoziare coll'imperatore, temevano d'inasprirlo approfittando de' loro vantaggi. Gli ultimi avevano rinunciato all'attacco di Brindisi, e ritirata la loro flotta a Corfù, evitando una battaglia. Il primo aveva lasciato sorprendere Pavia, che Annibale Picinardo, suo governatore, aveva per tradimento venduta ad Antonio di Leiva; ma sperava tuttavia di potere difendere Cremona e Lodi, ed ambidue si erano vincolati a non trattare separatamente l'uno dall'altro[457].
Clemente VII e Carlo V erano d'accordo di avere un abboccamento in Bologna. Il primo vi si recò in sul finire di ottobre, per ricevere l'illustre suo ospite[458]. Carlo, dietro le calde istanze di Alfonso duca di Ferrara, attraversò i ducati di Modena e di Reggio per passare da Piacenza a Bologna; venne accolto ai confini da Alfonso, che da lungo tempo negoziava per riavere la di lui grazia, e che, mai più non abbandonandolo per molti giorni, riuscì finalmente a guadagnarsi il di lui favore. L'imperatore fece il suo ingresso in Bologna il 5 di novembre, ed il restante dell'anno fu consacrato alle negoziazioni, che dovevano finalmente fissare la sorte dell'Italia[459].
Il papa non aveva cessato di proteggere Francesco Maria Sforza, e non aveva pure voluto dare orecchio ad alcune proposizioni che gli si erano fatte di stabilire la casa de' Medici a Milano piuttosto che a Firenze[460]. Ottenne per lo Sforza un salvacondotto, munito del quale questi si recò a Bologna il 22 di novembre. Appena giunto, l'infelice stato della sua salute diede subito a conoscere che non vivrebbe lungo tempo, e che Carlo V nulla arrischiava trattandolo favorevolmente, poichè con lui spegnevasi la di lui famiglia, ed il ducato di Milano ricadeva all'imperatore. Dopo un mese di negoziazioni, delle quali il papa si fece mediatore, il 23 dicembre del 1529 furono sottoscritti il trattato di pace dello Sforza e quello de' Veneziani[461].