Francesco Sforza venne rimesso nel ducato di Milano, e ne ottenne l'investitura imperiale, o piuttosto, ottenne la conferma di quella che aveva già ricevuta molt'anni prima. Ma egli staccò da questo ducato la contea di Pavia, che cedette ad Antonio di Leiva, il quale ne doveva conservare la sovranità per tutto il tempo della sua vita. Lasciò inoltre in mano dell'imperatore la città di Como ed il castello di Milano come guarenzia dei pagamenti che prometteva di fargli nel susseguente anno. Infatti prima che quell'anno terminasse, prometteva di pagare all'imperatore quattrocento mila ducati per prezzo di quest'investitura; e nei dieci successivi anni, doveva ogni anno pagarne cinquanta mila, che in tutto formavano la somma di novecento mila ducati, pel quale prezzo Carlo V gli vendeva il suo ristabilimento nell'eredità de' suoi antenati. Ma per formare così enorme somma in un paese sventurato, guastato da trent'anni di atroci guerre, dalla carestia e dalla peste, d'uopo era di aggravare la mano sui contribuenti con crudeli imposizioni.

Perciò i Milanesi non trovarono sotto Francesco Sforza quel riposo e quella prosperità che da tanto tempo desideravano. Ne' pochi anni che ancora passarono sotto il di lui governo, poterono appena cicatrizzare le profonde piaghe che loro aveva fatte la guerra, e più volte ebbero a dolersi dell'eccessivo prezzo che pagavano pel ritorno del loro principe[462]. Per affezionare Francesco alla sua casa, Carlo V gli fece sposare sua nipote Cristierna, figlia del re di Danimarca, la quale principessa arrivò a Milano in aprile del 1534. Ma questo matrimonio inspirava poca confidenza ai principi ed ai popoli vicini. La salute di Francesco Sforza era a tale termine ridotta, che non potevasi avere lusinga di vederlo godere una lunga vita, nè avere speranza che lasciasse figliuoli dopo di lui. Infatti egli morì il 24 ottobre del 1535, senza posterità, chiamando con suo testamento erede l'imperatore[463].

Per ottenere la pace i Veneziani restituirono al papa le città di Ravenna e di Cervia, ed all'imperatore i porti sull'Adriatico ch'essi avevano conquistati nella Puglia. Essi ad ogni modo richiesero un assoluto perdono per tutti coloro che gli avevano serviti, e che tornavano sotto gli antichi loro sovrani. Dal canto loro accordarono pure il perdono ad una parte de' loro esiliati, e fissarono sui loro beni una pensione a favore di coloro cui non vollero permettere di tornare in patria. Inoltre i Veneziani promisero di pagare a certi termini i dugento mila ducati di cui andavano tuttavia debitori verso l'imperatore, e si obbligarono di aggiungerne altri cento mila come prezzo della pace. Fecero ricevere il duca d'Urbino, loro generale, sotto la protezione dell'imperatore, e finalmente si obbligarono a guarentire i possedimenti dell'imperatore in Italia, e del duca di Milano, ma soltanto contro i principi cristiani, non volendo sottoscrivere verun trattato che potesse strascinarli in una guerra contro i Turchi[464].

Il trattato di pace di Alfonso, duca di Ferrara, fu assai più che non i precedenti difficile a conchiudersi; negli altri due il papa aveva fatte le parti di mediatore, mentre che era ostacolo egli medesimo alla conchiusione di questo. Aveva lungamente cercato d'impedire che Alfonso non fosse ammesso in Bologna, ed a stento acconsentì di accordargli un salvacondotto il 20 marzo del 1530. Dopo tale epoca Alfonso trattò i suoi affari personalmente; ma egli doveva difendere contro il papa la totalità de' suoi stati. Clemente VII riclamava per la santa sede Modena e Reggio, conquistate dai suoi predecessori, e Ferrara che pretendeva avere Alfonso perduta coll'avere egli fatta la guerra al papa, suo supremo signore. Carlo V non desiderava di rendere tanto potente lo stato della Chiesa; egli si riprometteva assai più dell'ubbidienza all'impero di un duca di Ferrara, che di un futuro papa; e soltanto egli voleva aggiustare queste vertenze prima di abbandonare l'Italia, per non lasciare dietro di sè alcun seme di guerra; in conseguenza stimolava Alfonso di prenderlo arbitro di tutti i suoi interessi. Alfonso, che conosceva il trattato di Barcellona, col quale l'imperatore si era obbligato a far restituire alla santa sede Modena, Reggio e Rubbiera, aveva paura di acconsentirvi; Clemente VII dal canto suo non diffidava meno di assoggettare alla disamina de' giureconsulti i diritti totalmente immaginarj della santa sede sopra Modena e Reggio. Per persuaderlo, Carlo V segretamente gli promise, che, dopo l'esame de' reciproci diritti, se i giureconsulti decidevano a favore della santa sede, pubblicherebbe e farebbe eseguire la loro sentenza, che, se accadesse il contrario, la sentenza non sarebbe mai pubblicata, e che, spirato il termine del compromesso, le due parti rientrerebbero ne' rispettivi diritti. Dopo quest'iniqua convenzione, il papa ed il duca di Ferrara si assoggettarono all'arbitramento della camera imperiale con un compromesso sottoscritto il 20 di marzo, e le terre contestate furono depositate in mano dell'imperatore[465].

Carlo V, che tacitamente aveva ritornato in sua grazia Alfonso d'Este, volle dargliene una prima dimostrazione il 25 di marzo, accordandogli l'investitura della città e della contea di Carpi, che aveva confiscata a pregiudizio di Alberto Pio in gastigo del di lui attaccamento alla Francia. Vero è che Alfonso pagò sessanta mila ducati in effettivo danaro per questo favore, promettendo di pagarne altri quaranta mila a lungo termine. I rispettivi diritti dell'impero, della santa sede e della casa d'Este furono in seguito discussi con molte scritture da varj giureconsulti, i quali conchiusero che le città di Modena, Reggio e Rubbiera non erano state altrimenti comprese nella donazione dell'esarcato di Ravenna, fatta ai pontefici da Pipino, o da Carlo Magno; e che perciò queste città non avevano mai cessato di far parte del dominio dell'impero. Per tal modo, piuttosto che riconoscere o i diritti delle popolazioni di essere governate pel loro maggiore vantaggio, o quelli de' trattati, o quelli che dà il possesso, si ricorse ad un'apocrifa transazione di un secolo barbaro, senza farsi carico di sette secoli di successive rivoluzioni. Carlo V, trovandosi in Colonnia il 21 dicembre del 1530, pronunciò la sua arbitramentale sentenza a favore della casa d'Este; soltanto il papa riuscì ad impedirne la pubblicazione fino al 21 aprile del 1531. Con questa si obbligava la santa sede a conferire al duca Alfonso l'investitura di Ferrara, contro il pagamento di cento mila ducati d'oro da farsi alla camera apostolica; mentre che la camera imperiale, la quale dal canto suo si era fatta lautamente pagare, accordò allo stesso duca l'investitura di Modena, Reggio e Rubbiera, come feudi dell'impero[466].

Il duca d'Urbino era stato presentato in Bologna all'imperatore ed al papa dagli ambasciatori veneziani, ed era stato egualmente ben accolto dall'uno e dall'altro[467]. Federico Gonzaga, marchese di Mantova, era stato uno de' primi tra i piccoli potentati a fare la sua pace coll'imperatore, cui apparecchiava uno splendido ricevimento nella sua capitale, ottenendo in contraccambio da lui il 25 di marzo un diploma, col quale il marchesato di Mantova veniva eretto il ducato[468]. Il duca Carlo III di Savoja ed il marchese Bonifacio di Monferrato recaronsi pure personalmente a Bologna per fare la loro corte al monarca diventato il solo arbitro dell'Italia. Il primo era cognato dell'imperatore, essendo sua moglie Beatrice, siccome pure quella di Carlo V, figlia del re di Portogallo; ed era in pari tempo zio di Francesco I, perchè Luigia d'Angoleme, di lui madre, era sua sorella. Questo doppio parentado aveva senza dubbio contribuito a farlo rispettare dai due rivali monarchi in tempo delle guerre che avevano fino allora guastata l'Italia. I suoi stati avevano sofferto assai pel continuo passaggio delle armate, ma per altro erano sempre stati risguardati come neutrali: ma Luigia, duchessa d'Angoleme, morì nel susseguente anno, e Carlo III, perdendo la sua protettrice alla corte di Francia, credette più prudente consiglio di attaccarsi totalmente all'imperatore cui vedeva salito all'apice della potenza; e questo cambiamento di politica trasportò ne' suoi stati le guerre che bentosto si riaccesero tra i due rivali[469].

La repubblica di Genova occupava in allora un altissimo grado nel favore di Carlo, ed il liberatore di lei Andrea Doria aveva ricevuto dal monarca nuove distinzioni. Nella Toscana due altre repubbliche, Siena e Lucca, conservavano nell'oscurità la loro indipendenza: erano da lungo tempo affezionate al partito Ghibellino, e venivano considerate quali feudatarie dell'impero; avevano continuamente somministrati sussidj alle armate imperiali, ed il solo favore che domandavano in contraccambio, era di venire dimenticate; effettivamente al primo aspetto i loro rapporti cogli altri stati non parvero cambiati; ma il consolidamento della potenza imperiale in Italia le faceva sempre più di mano in mano decadere dal rango e dall'importanza di stati indipendenti.

La sola repubblica di Firenze non era compresa in questa pace universale: Carlo V aveva promesso al papa di sagrificargliela; e sul di lei territorio egli andava ragunando tutte le armate che successivamente richiamava dalle diverse province cui rendeva la pace. Tutta questa gente, nudrita nel sangue e ne' delitti, che aveva pel corso di trent'anni spogliate senza pietà ed avvolte nel dolore tutte le contrade dell'Italia, si adunava adesso in Toscana. Ma Carlo V preferiva di non essere testimonio dello sterminio di quell'industre ed illuminato popolo, che tanto aveva contribuito ai progressi delle lettere, delle arti, delle scienze, e che in faccia sua non aveva verun demerito. Egli si era legate le mani col papa, obbligandosi a non avere pietà dei Fiorentini; perciò non volle trovarsi a portata di sentire le loro preghiere, quando dovrebbe ricusar loro ogni compassione; e questo motivo si aggiunse a tutti gli altri sovraccennati, che già lo affrettavano a prendere la strada della Germania.

Carlo V si era proposto di ricevere in Italia le due corone della Lombardia e dell'impero. Secondo l'antica costumanza, avrebbe dovuto cingere la prima a Milano nella chiesa di sant'Ambrogio, e la seconda a Roma nella basilica di san Giovanni Laterano. Ma pare che troppo non desiderasse di vedere queste due città, le quali erano state barbaramente trattate da' suoi generali: pretestò lettere di suo fratello Ferdinando, re d'Ungheria, che lo affrettavano a recarsi in Germania, ed ottenne dal papa che le due coronazioni si facessero in Bologna. Queste cerimonie ebbero dunque luogo, la prima il 22 di febbrajo nella cappella del palazzo pontificio, la seconda il 24 di marzo nella cattedrale di san Petronio. Da ottant'anni a quella parte l'Italia più non aveva veduto coronarsi verun imperatore, e questa fu pure l'ultima coronazione. Tutto adunque contribuì a rendere questa cerimonia magnifica, ed il fasto e la pompa che si spiegarono in tale occasione, ed il rango de' personaggi che in tale circostanza corteggiarono l'imperatore, ed il terrore che inspiravano le vittoriose legioni che lo circondavano, e la gloria militare de' loro capi[470].

Ma la coronazione di Carlo V a Bologna è ancora più notabile, siccome l'epoca della nuova potenza cui erasi l'imperatore innalzato, e dell'intera servitù dell'Italia. Nè Carlo Magno, nè il primo Ottone, non avevano ottenuto in mezzo a tutta la gloria delle loro conquiste un così illimitato potere su tutta l'Italia come quello che vi esercitava Carlo V. I primi erano stati contenuti dalle prerogative della Chiesa, da' privilegj de' principi e delle città, e per quanto si estendessero le loro pretese, scontravano dovunque delle barriere che non potevano superare. Ma nell'istante in cui venne coronato Carlo V, più non eravi alcuna parte d'Italia che potesse chiamarsi indipendente. Il popolo che così lungamente aveva occupata la storia colle sue alte imprese, colle sue virtù, co' suoi talenti e colla sua politica, aveva cessato di esistere come nazione. Al mezzodì i due regni di Sicilia e di Napoli riconoscevano l'immediata sovranità di Carlo V. Lo stato della chiesa, che veniva dopo quelli co' suoi piccoli principi feudatarj, era stato talmente domo dalle vittorie dell'armata imperiale, che il papa aveva perduta ogni confidenza nelle proprie forze, ed ogni idea di resistenza. La Toscana, invasa dalle armate di Carlo, era vicina ad essere convertita in un principato feudale dell'impero. I duchi di Ferrara, di Mantova, di Milano, di Savoja, ed il marchese di Monferrato dovevano l'esistenza loro al beneplacito dell'imperatore, ed in questi ultimi mesi essi medesimi avevano confessate e più strettamente rannodate le loro catene. La repubblica di Genova, libera soltanto entro il recinto delle sue mura, si era colle sue esterne relazioni compiutamente assoggettata alla politica spagnuola. Quella di Venezia si era sottratta tremando ai pericoli che la minacciavano, ma non lasciava perciò di sentire tutta la sua debolezza: ella calcolava l'infelice suo stato meglio assai che non facevano i suoi vicini, e di già si assoggettava a quella timida e sospettosa condotta, con cui protrasse la sua esistenza per lo spazio di quasi tre secoli, rinunciando all'influenza che aveva fin allora esercitata su tutta l'Europa. Dall'una all'altra estremità dell'Italia la potenza dell'imperatore era del tutto illimitata. Colui che avesse avuto la disgrazia d'incontrare il suo risentimento, colui che ardito avesse, nei suoi discorsi, nelle sue scritture, di giudicare liberamente le di lui azioni o quelle de' generali o de' ministri di lui, non avrebbe trovato asilo contro la formidabile di lui collera, nè alla corte dei principi, nè in seno delle repubbliche. Tutti gl'Italiani tremavano ed ubbidivano; e quando Carlo V partì per recarsi in Germania, ne' primi giorni d'aprile del 1530, non aveva verun motivo d'inquietudine rispetto alle province che si lasciava alle spalle[471].