Violazione della capitolazione di Firenze; persecuzione di tutti gli amici della libertà. Regno e morte di Alessandro de' Medici: successione di Cosimo I al titolo di duca di Firenze. Siena, oppressa dagli Spagnuoli, abbraccia il partito francese: assedio ed ultima capitolazione di questa città.
1530 = 1555.
L'indipendenza dell'Italia, che aveva cominciato col XII secolo, e che era stata solennemente riconosciuta in forza delle vittorie della lega lombarda sopra Federico Barbarossa, cessò all'epoca del coronamento dell'imperatore Carlo V a Bologna, o a quella dell'occupazione di Firenze fatta da' generali imperiali in marzo o in agosto del 1530. Prima del dodicesimo secolo, l'Italia, rammentando ancora l'antica sua grandezza, sdegnavasi di essere ridotta in servitù dai vicini popoli. Credevasi meritevole di miglior sorte; ma pure ubbidiva. L'Italia faceva prima parte dell'impero de' Franchi, poi di quello della Germania. La sua sorte era regolata dalle passioni, dalla politica e dalle vittorie de' popoli d'oltremonti, dei quali essa non conosceva nemmeno il linguaggio. Tale tornò ad essere la sua situazione dal 1530 fino all'età nostra.
La libertà aveva dati all'Italia quattro secoli di grandezza e di gloria. In quei quattro secoli fece poche conquiste al di là de' naturali suoi confini; ma non pertanto assicurò a' suoi popoli il primo posto tra le nazioni dell'occidente. L'Italia mai non esercitò la sua potenza sugli stati limitrofi in modo di porre in pericolo la loro indipendenza; divisa in molti piccoli stati, le era assolutamente interdetta quest'ambiziosa carriera; ma quella stessa divisione, che gli toglieva ogni esterno dominio, aveva moltiplicati i suoi mezzi e sviluppato lo spirito ed il carattere in tutte le sue piccole capitali. In allora gl'Italiani non avevano d'uopo di conquiste per farsi conoscere come grande nazione. I Tedeschi, i Francesi, gl'Inglesi, gli Spagnuoli avevano e privilegj municipali, e feudatarj, e monarchi da difendere: soltanto gl'Italiani avevano una patria, e lo sentivano. Essi avevano rialzata l'umana natura degenerata, e dando a tutti gli uomini i diritti che all'uomo si convengono, e non privilegj, avevano essi i primi studiate le teorie de' governi, e dati agli altri popoli modelli di liberali instituzioni. Gl'Italiani avevano ridonate al mondo la filosofia, l'eloquenza, la storia, la poesia, l'architettura, la scultura, la pittura, la musica, ed avevano fatti far rapidi progressi al commercio, all'agricoltura, alla nautica, alle arti meccaniche; in una parola erano stati i precettori dell'Europa. Appena si potrebbe nominare una scienza, un'arte, una nozione qualunque, di cui non abbiano insegnati i principj ai popoli che dopo gli hanno superati[92]. Questa universalità di cognizioni aveva sviluppato il loro ingegno, il loro gusto, le loro maniere, e per lungo tempo conservarono quella civiltà anche dopo perduti tutti gli altri vantaggi; l'eleganza e la gentilezza sopravvissero all'antica dignità: ma questa n'era stato il fondamento, e durò quanto la libertà italiana. Tale fu la grandezza della nazione ne' tempi della sua gloria; e certo questa grandezza non aveva bisogno di vittorie per sostenersi.
Avanti il XII secolo alcuni piccoli principi italiani si credevano indipendenti, alcuni popoli poco numerosi si credevano liberi, e forse erano tali. Pure pei soli duchi di Spoleto o di Benevento, e per le repubbliche di Amalfi o di Napoli, non abbiamo creduto di dover cominciare la storia dell'Italia dalla caduta dell'impero romano in occidente; e parimenti non crediamo doverla continuare dopo la caduta di Firenze, pei duchi di Toscana o di Parma, e per le repubbliche di Venezia o di Genova.
In tutto il tempo che gl'Italiani furono veramente nazione, abbiamo cercato di raccogliere con iscrupolosa esattezza tutti i fatti che potevano dipingere il loro carattere, spiegarne la politica, far conoscere i motivi delle loro leggi, e risvegliare ne' loro discendenti istruttive memorie, o servire di specchio agli altri popoli liberi. Non abbiamo temuto di scendere a troppo minute particolarità; cotali particolarità non sono inutili, quando giovano a dipingere gli uomini. Non abbiamo inoltre temuto di mescolare alla nostra narrazione i principali avvenimenti degli altri paesi d'Europa; perciocchè l'influenza dell'Italia facevasi sentire sopra tutti, e non poteva intendersi la politica de' suoi stati senza volgere di quando in quando lo sguardo sulla Grecia, la Spagna, l'Ungheria, la Francia, la Turchia e la Germania. Abbiamo in appresso veduto l'abbassamento di quest'influenza italiana sopra le straniere contrade. Abbiamo veduta l'Italia, vittima a vicenda della falsa politica dei suoi capi, della mala fede degli oltremontani, della ferocia de' soldati mercenarj; guastata dalle armate, dalla peste e dalla fame pel corso di trentasette anni di quasi continue guerre; l'abbiamo veduta nell'estremo esaurimento. Siamo finalmente giunti all'epoca in cui cessò di esistere. Abbiamo osservato per l'ultima volta un imperatore di Germania venire in una chiesa italiana per ricevervi la corona d'oro dalle mani del papa; e questa cerimonia, diventata futile, più non si rinnovò dopo Carlo V. Nel 1530 egli aveva cominciato a regnare pel solo diritto della spada; egli più non aveva bisogno, per assumere il titolo d'imperatore, che un rappresentante dell'Italia sanzionasse la sua inaugurazione con un'autorità religiosa.
Da quest'epoca fino all'età nostra, otto in dieci principi continuarono in Italia a credersi sovrani, ma senza godere di veruna indipendenza, senza mai difendersi colle proprie forze, senza giammai esercitare sopra gli stranieri quell'influenza che gli stranieri esercitavano continuamente sopra di loro. Tre e se vogliamo ancora quattro repubbliche, comprendendovi San Marino, continuarono a respingere dal loro seno il potere di un solo, ma senza mantenere la loro libertà, senza conservare verun'ombra nè della sovranità del popolo, nè della guarenzia de' diritti e della sicurezza de' cittadini. D'allora in poi l'Italia altro non fu che un vasto museo, nel quale trovansi deposti sotto gli occhi de' curiosi i monumenti della morte. Più non si ebbe occasione di chiedere una sola volta a Vienna, a Madrid, a Parigi, a Londra cosa vorrebbero, cosa farebbero i principi ed i popoli d'Italia. I popoli avevano cessato di avere o di esprimere una volontà; ed i principi, distruggendo lo spirito vitale de' loro sudditi, si erano distrutti essi medesimi. L'Italia snervata più non parlava che alla memoria; e che l'interpellava intorno a ciò che aveva fatto in altri tempi, era certo ch'ella non si rianimerebbe mai più.
Non perciò abbandoneremo questi popoli, co' quali abbiamo, per così dire, vissuto tanto tempo, senza gettare un'ultima rapida occhiata sulla sorte che loro era riservata nella nuova organizzazione. Siccome ne' sei primi capitoli di quest'opera abbiamo corso lo spazio di sei secoli, e ci siamo appagati di fissare nella nostra memoria alcune date ed alcuni principali tratti, così speriamo che il nostro lettore indulgente ci vorrà permettere di concedere ancora pochi capitoli ai tre ultimi secoli, affinchè la nostra storia comprenda, sebbene in differentissime proporzioni, la prima fanciullezza, la virilità e la decrepitezza della nazione italiana.
La Toscana, che per così lungo tempo era stata la patria della libertà, a sè richiama i primi nostri sguardi. La storia di Firenze non sembra totalmente terminata colla capitolazione di questa città; finchè i cittadini, che si erano veduti animati da così ardente patriottismo, erano ancora vivi, finchè continuavano a lottare contro l'assoluto potere, la repubblica fiorentina esisteva tuttavia, almeno nella loro memoria, e noi dobbiamo ammirare i loro estremi sforzi. Essi seppero associare la loro causa a quella della libertà di Siena, e la caduta di quest'ultima repubblica merita altresì dal canto nostro qualche attenzione.
La repubblica fiorentina venne distrutta (1530) con forme repubblicane. Per creare una balìa si convocò un parlamento, e venne consultata una pretesa assemblea di tutto il popolo fiorentino. Si era chiesto a questo popolo di conferire la totalità del suo potere ai commissarj che dovevano riordinare la tirannide. Ciò era un riconoscere la sovranità del popolo, nell'istante medesimo in cui il popolo rinunciava per sempre a tale sovranità. Ma il parlamento fiorentino che creò la balìa del 1530 doveva essere l'ultimo; ed infatti fu in appresso ordinato di spezzare la campana che serviva ad adunarlo, onde più servire non potesse dinnanzi a tale uso[93].