Ma questa risoluzione non bastava a contentare il Guicciardini ed i suoi compagni: sapevano essi che la fazione repubblicana teneva dal canto suo segrete adunanze, pensavano che una più lunga irrisoluzione poteva ruinare la loro fazione, e tennero di notte un segreto comitato, cui furono presenti, oltre i quattro capi del partito, il cardinale Cibo, Alessandro Vitelli, comandante della guardia, ed il giovane Cosimo de' Medici, che sollecitamente era giunto da Trebbio per cogliere l'occasione che gli veniva dalla fortuna offerta. Convennero di adunare nuovamente all'indomani mattina il senato, e di persuaderlo ad eleggere Cosimo de' Medici non in qualità di duca, ma come capo e governatore della repubblica fiorentina, con limitati poteri, adoperando, ove il bisogno lo richiedesse, la forza per affrettare la risoluzione de' senatori. Infatti, mentre questi, il martedì 9 di gennajo del 1537, tenevansi ancora titubanti di accettare e sanzionare le condizioni che Francesco Guicciardini aveva scritte, Alessandro Vitelli, che aveva fatta empire tutta la strada di soldati, fece risuonare le grida di viva il duca ed i Medici! e avvisò i senatori di affrettarsi, perchè più non si potevano contenere i soldati. In tal guisa si risolse in senato l'elezione di Cosimo I con grande maggiorità di voti[122].

Cosimo de' Medici, figliuolo di Giovanni, che era egli medesimo pronipote di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo, aveva concetto di lentezza e di timidità. Il Guicciardini, che aveva avuta la principale parte nell'elezione di lui, tenevasi sicuro di governare questo giovane privo di esperienza, e che supponeva non avere inclinazione che per la caccia e per la pesca. Aveva fatto ristringere a dodici mila scudi il trattamento annuale del duca, mentre credevasi diventato egli stesso il vero sovrano di Firenze. Ma niun giovane più di Cosimo de' Medici seppe ingannare l'universale aspettazione: sotto il suo contegno taciturno e riservato nascondeva la più sospettosa gelosia del potere, la più smisurata ambizione, la più profonda dissimulazione; colui che tutti speravano di governare, non ebbe confidenti, e non volle ricevere consiglj da veruno[123].

I tre cardinali fiorentini, Salviati, Ridolfi e Gaddi, quand'ebbero avviso di quest'elezione, partirono subito da Roma alla volta di Firenze con due mila uomini di truppe levate a loro spese. Bartolomeo Valori, che aveva abbandonato il duca Alessandro nel suo ritorno da Napoli, e che dopo tale epoca erasi associato agli emigrati, accompagnò i cardinali con moltissimi fuorusciti. Dal canto suo Filippo Strozzi erasi da Venezia recato a Bologna, e vi assoldava truppe. Il più piccolo attacco poteva bastare a rovesciare il nuovo governo; ma perchè i figliuoli dello Strozzi avevano preso servizio in Francia, e perchè gli emigrati speravano di già ajuti da questa corona, i generali dell'imperatore si affrettarono di dare assistenza a Cosimo, facendo passare in Toscana due mila Spagnuoli in allora sbarcati a Lerici. Frattanto il duca di Firenze aveva dirette ai cardinali le più rispettose proteste coll'invito di rientrare senz'armi nella loro patria, accertandoli del suo desiderio di uniformarsi in ogni cosa alle loro volontà. Il cardinale Salviati, riconosciuto dagli altri prelati e da tutti gli emigrati per loro capo, era fratello della madre di Cosimo; e questa stretta parentela pareva che dovesse agevolare le negoziazioni. Gli emigrati acconsentirono a licenziare le loro truppe; entrarono in Firenze con doppio salvacondotto di Cosimo de' Medici e di Alessandro Vitelli; ma non tardarono ad accorgersi di essere stati ingannati, perciocchè le truppe spagnuole, che, secondo le promesse di Cosimo, dovevano essere rimandate nello stesso tempo che le loro, si andavano invece sempre più avvicinando a Firenze, che la cittadella era stata occupata per sorpresa da Alessandro Vitelli ed era guardata a nome dell'imperatore, che non si accordavano loro le condizioni che si erano fatte loro sperare, finalmente che il Vitelli cominciava a farli minacciare da' suoi soldati: perciò tutti si ritirarono di bel nuovo precipitosamente il 1.º di febbrajo dopo la breve dimora in Firenze di nove giorni. E perchè il cardinale Salviati, credendo di non avere che temere da suo nipote, era rimasto in città dopo di loro, Alessandro Vitelli fece circondare la di lui casa da' suoi soldati, e minacciandolo di farlo tagliare a pezzi, lo costrinse a fuggire[124].

L'imprudenza ed i replicati falli di coloro che gli emigrati avevano riconosciuti per loro capi, perchè erano i soli del partito che fossero abbastanza ricchi per fare la guerra col loro privato peculio, contribuivano a consolidare il governo di Cosimo I. Cotale governo acquistò maggiore stabilità per la venuta di Ferdinando di Silva, conte di Sifonte, ambasciatore dell'imperatore, il quale in un'adunanza del senato del 21 giugno produsse una bolla imperiale del 28 di febbrajo, colla quale Cosimo de' Medici veniva dichiarato legittimo successore di Alessandro nel principato di Firenze, mentre che Lorenzino, il fratello di lui, e tutti i discendenti di Pier Francesco, venivano per sempre privati del loro diritto all'eredità a motivo dell'uccisione dell'ultimo principe. Vero è che questa sentenza attaccava crudelmente l'indipendenza dello stato fiorentino, ed era inoltre accompagnata da condizioni ancora più contrarie agli antichi diritti della repubblica. Le fortezze di Firenze e di Livorno ricevettero guarnigione imperiale, e non furono restituite al sovrano della Toscana che nel 1543[125].

Non però per questo gli emigrati avevano deposta la speranza di rovesciare colla forza il governo di Cosimo I. Dopo essere rimasti perdenti colle truppe assoldate a loro spese, ricorsero all'assistenza della Francia. Era scoppiata la guerra tra Carlo V e Francesco I, senza che le armate dell'ultimo avessero potuto penetrare al di qua del Piemonte. Ma il conte della Mirandola si era conservato sotto la protezione della Francia; aveva aperta ai Francesi la sua fortezza, e questi tentavano tuttavia di ricuperare presso gli stati d'Italia quell'opinione di cui avevano goduto nell'ultima guerra. Perciò alla Mirandola col danaro di Francesco I e con quello di Filippo Strozzi gli emigrati assoldarono in principio di luglio quattro mila fanti e trecento cavalli sotto gli ordini di Pietro Strozzi, primogenito di Filippo, di Bernardo Salviati, priore di Roma e di Capino di Mantova[126].

Tutta la provincia di Pistoja era in aperta insurrezione; le antiche fazioni de' Panciatichi e de' Cancellieri avevano ricominciato ad attaccarsi con furore. Uno de' capi de' Panciatichi, Niccolò Bracciolini, offrì a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoja, che dipendeva quasi totalmente da lui; egli lo tradiva ed era fin allora d'accordo con Alessandro Vitelli; pure riuscì ad ispirare tanta confidenza agli emigrati, che Filippo Strozzi, che fino a tale punto aveva dato prove di singolare prudenza, Bartolomeo Valori e quasi tutti gli altri capi della fazione, risolsero di entrare in Toscana in sul finire di luglio del 1537, sotto la protezione di alcune compagnie di cavalleria; essi s'innoltrarono fino a Montemurlo, castello posto in vantaggiosa posizione, alle falde degli Appennini, tra Pistoja e Prato, mentre che Capino ed il Salviati venivano più lentamente dalla Mirandola per raggiugnerli[127].

Tutti gli emigrati fiorentini avevano raggiunta l'armata di Pietro Strozzi e del priore di Roma, e tutti gli scolari fiorentini delle università di Padova e di Bologna eransi fatto un dovere di venire a combattere per la libertà. Dal canto suo Cosimo de' Medici aveva al suo servigio un grosso corpo di veterani spagnuoli e tedeschi, che l'imperatore gli aveva dati per mantenere la di lui autorità, ma più ancora per assicurarsi della di lui ubbidienza. Aveva inoltre sufficienti truppe italiane per farsi rispettare; pure affettò la più viva inquietudine, richiamò in città tutte le sue truppe spagnuole, e non prese che misure difensive. Con questo simulato terrore ingannò tanto bene gli emigrati, che Filippo Strozzi, Bartolomeo Valori e gli altri ch'erano meno accostumati alle fatiche della guerra, andarono ad alloggiarsi come in piena pace nella casa dei Nerli a Montemurlo, che in addietro aveva servito di rocca, ma che ora non ne conservava che il nome; mentre che Pietro Strozzi con poche centinaja d'uomini stava a piè del colle, e che l'armata, trattenuta da dirotte piogge, trovavasi tuttavia distante quattro miglia[128].

Cosimo de' Medici approfittò accortamente della confidenza che aveva saputo ispirare a' suoi nemici: nella notte del 31 di luglio fece uscire tutta la sua armata sotto gli ordini di Alessandro Vitelli, e la mandò senza far alto a Montemurlo. Pietro Strozzi aveva divisa la piccola sua truppa per tendere un'imboscata ad un debole corpo di cavalleria, col quale si era battuto nel precedente giorno. Sandrino Filicaja, che aveva il comando de' soldati appiattati, sorpreso di vedersi passare innanzi un'intera armata invece di uno squadrone, non uscì d'aguato, e non potè prevenire Pietro Strozzi; questi fu sorpreso nel suo quartiere, la sua truppa sgominata, ed egli medesimo fatto prigioniere, ma senz'essere conosciuto; onde trovò in appresso il modo di fuggire, attraversando a nuoto un piccolo fiume[129].

Quando si raccontò a Filippo Strozzi che suo figliuolo era stato ucciso o fatto prigioniere, egli si smarrì, e sebbene fosse ancora in tempo di salvarsi, aspettò di essere attaccato da Alessandro Vitelli. Questi, giunto sotto l'antica rocca di Montemurlo, che gli emigrati avevano barricata alla meglio, la fece attaccare ed appiccare il fuoco alla porta. Dopo una sanguinosa pugna, che durò più di due ore, gli assalitori penetrarono da ogni banda nella fortezza, e gli emigrati si diedero prigionieri ai soldati, italiani o spagnuoli, ch'erano i primi ad arrestarli. Per tal modo Filippo Strozzi, che fin allora era stato creduto il più felice privato cittadino d'Italia, siccom'era ancora il più ricco, si arrese allo stesso Vitelli. Avendo questi avviso che l'armata di Capino e del priore Salviati avvicinavasi, ed era di già arrivata a Fabbrica, poco distante da Montemurlo, egli non volle aspettarla ed esporre all'incertezza d'una nuova pugna i molti prigionieri che aveva fatti. Rientrò in Firenze il primo giorno d'agosto colla sua vittoriosa truppa, conducendo prigionieri nella loro patria per lo meno un individuo di ognuna delle illustri famiglie dell'antica repubblica; mentre che l'armata degli emigrati, informata della sventura de' suoi capi, si ritirava a precipizio oltre gli Appennini[130].

Era Cosimo persuaso che non sarebbe mai sicuro del suo potere finchè non avesse distrutti tutti coloro che amavano la loro patria, e che vi avevano qualche considerazione. Ma sebbene tutti i suoi nemici fossero prigionieri della sua armata, non poteva ancora disporre della loro sorte; perciocchè, essendosi essi arresi in una battaglia ai soldati come prigionieri di guerra, erano diventati proprietà di coloro che gli avevano presi. Cosimo incaricò il supremo tribunale di balìa di entrare in trattato coi soldati per acquistare da loro i proscritti, e di sorpassare le taglie che le loro famiglie sarebbero disposte a dare. Il dispotismo avvilisce talmente coloro cui confida le sue dignità, che i giudici e i magistrati accettarono questa vergognosa incumbenza. La più parte de' soldati spagnuoli ricusarono di trattare con loro; ma gl'Italiani furono meno delicati, ed appunto tra le loro mani si trovavano i più illustri prigionieri[131].