Questo pontefice degno di non molta stima e di poco biasimo, morì il 29 di marzo del 1555, ed ebbe per successore Marcello II di Monte Pulciano, che regnò soltanto ventidue giorni, dal 9 al 30 aprile. L'immatura morte di lui fece luogo a Giovan Pietro Caraffa, Napolitano, che nell'avanzata età di ottanta anni fu eletto il 23 maggio del 1555 sotto il nome di Paolo IV[208].

Da gran tempo la santa sede non aveva avuto che uomini unicamente animati da mondane viste, che si erano successivamente proposto di soddisfare al loro gusto pei piaceri, per le arti, per la magnificenza o per la guerra. Gli uni avevano voluto dilatare la stessa monarchia della chiesa, gli altri per lo contrario staccarne de' feudi per innalzare le loro famiglie; in tutti l'uomo politico aveva coperto l'uomo di chiesa, ed il fanatismo religioso aveva avuta pochissima influenza sulla loro condotta. Tale fu il carattere dei papi in tutto il tempo che decorse dal concilio di Costanza a quello di Trento; ma papa Paolo IV aveva un affatto diverso sentimento.

Il pericolo che sovrastava alla chiesa romana pei progressi della riforma, mutò alla fine il carattere de' suoi capi. Erasi fin allora veduto il basso clero geloso del clero superiore, i vescovi gelosi della corte di Roma, i cardinali gelosi del papa, e dal canto loro i superiori sempre diffidenti o sempre gelosi dei diritti dei loro inferiori. Avevano i papi lungo tempo risguardati i vescovi come loro segreti ma costanti nemici, e questi avevano effettivamente mostrato uno spirito repubblicano che mirava a limitare il potere del capo della chiesa. Ma nello stesso tempo i riformatori avevano attaccato il basso e l'alto clero e l'intera chiesa; coloro che si erano divisi per attirare a sè tutto il potere, sentirono in allora la necessità di unirsi per la comune difesa. I re, cui il clero aveva tanto tempo contrastata l'autorità, si trovarono dopo quest'epoca in guerra collo spirito repubblicano de' riformatori; perciò fecero alleanza cogli antichi loro nemici contro i nuovi avversarj, e tutti coloro che per qualunque titolo e sotto qualsiasi protesto proponevansi di vietare agli uomini di operare e di pensare da sè, riunironsi in una sola lega contro tutto il resto del genere umano.

Fu questo nuovo spirito di resistenza alla riforma che diede al concilio di Trento un carattere così diverso da quello de' precedenti concilj. Dietro le calde istanze di Carlo V questo concilio erasi convocato da Paolo III ad oggetto di decidere tutte le quistioni di fede e di disciplina che la riforma aveva fatto nascere in Germania. Era stato aperto a Trento il 15 dicembre del 1545; ma poco dopo Paolo III, diffidando di quest'assemblea, l'aveva nel 1547 traslocata a Bologna, affinchè fosse più dipendente dalla santa sede. Giulio III acconsentì nel 1551 a farlo tornare a Trento. Le vittorie di Maurizio di Sassonia contro Carlo V, ed il subito avanzamento verso il Tirolo dell'armata protestante, la disperse nel 1552. Il concilio si riaprì di nuovo nella stessa città di Trento, il giorno di Pasqua del 1561, da papa Pio IV, e durò fino al 4 di dicembre del 1563[209].

Il concilio di Trento si adoperò con eguale ardore a riformare la disciplina della Chiesa, come ad impedire ogni riforma nelle credenze e negl'insegnamenti di lei. Egli allargò la breccia tra i cattolici ed i protestanti; sanzionò come articoli di fede le opinioni più invise a coloro che volevano far uso della ragione o de' loro naturali sentimenti per dirigere la loro coscienza[210]. Spinse al più alto grado il fanatismo dell'ortodossia; ma in pari tempo ritornò al clero il primiero vigore da gran tempo indebolito. I preti avevano troppo apertamente sagrificata la propria riputazione ai loro piaceri; tutti gli abusi che si erano introdotti nella disciplina miglioravano la loro condizione, ma in pari tempo diminuivano la loro riputazione ed il loro potere. Per lo contrario la politica del concilio mirò a renderli rispettabili agli occhi dei divoti, a vincolarli più strettamente collo spirito di corporazione, ad assoggettarli alla regola; e questa stessa ubbidienza avrebbe loro data un'irresistibile forza, ed essi avrebbero signoreggiati i consigli di tutti i re, se i progressi dello spirito umano non si fossero avanzati con maggiore rapidità che questa riforma del clero.

Si sentì l'influenza del nuovo spirito che animava la chiesa, e che si era esteso fino al sacro collegio, nelle prime elezioni che seguirono la convocazione del concilio di Trento. Incominciando da quest'epoca i pontefici furono spesso più fanatici e crudeli che non i loro predecessori; ma più non furono visti disonorare la santa sede coi vizj e con un'ambizione affatto mondana. Vero è che Giulio III, il quale fu eletto dopo essersi adunato il concilio, non corrispose alla vantaggiosa opinione che si era di lui concepita; tuttavolta quest'opinione era fondata sulle virtù e sull'austera condotta di cui diede prove prima di giugnere alle ultime grandezze. Marcello II, che gli successe, e che regnò pochissimi giorni, era riputato un uomo santissimo. Paolo IV, creato il 23 di maggio del 1555, si era dato a conoscere per uno de' più dotti cardinali; era stato in particolar modo notato il di lui zelo per l'ortodossia e l'ordine dei Teatini da lui fondato, gli dava grande riputazione di santità[211].

Il fanatismo persecutore salì con Paolo IV sulla sede di san Pietro. L'intolleranza de' precedenti pontefici non era, per così dire, che l'effetto della loro politica; ma quella di Paolo IV era ai suoi occhi medesimi la giusta vendetta del cielo irritato, e della propria disprezzata autorità. L'impetuoso carattere di questo vecchio napolitano non ammetteva nè modificazioni, nè ritardo nell'ubbidienza ch'egli esigeva; qualunque esitanza parevagli una ribellione, e perchè confondeva in coscienza le sue proprie opinioni colle suggestioni dello spirito santo, avrebbe creduto di peccare egli stesso, se avesse accordato un solo istante a coloro i quali erano tanto empi d'avere l'ardire di opinare diversamente da lui. Era egli stato, fin sotto il regno di Paolo III, il principale promotore dello stabilimento dell'inquisizione in Roma, ed aveva egli stesso coperta la carica di grande inquisitore. Quando salì sul trono raddoppiò il rigore degli editti de' suoi predecessori, e moltiplicò i suplicj di coloro che nello stato della Chiesa rendevansi sospetti di favoreggiare le nuove dottrine.

Filippo II e Paolo IV cominciarono a regnare nello stesso tempo, ed erano ambidue animati dallo stesso fanatismo; pure questa passione non formò tra di loro l'unione che poteva aspettarsi. Sdegnato il papa della dipendenza in cui la casa d'Austria aveva ridotta la chiesa romana, aveva determinato di scuotere cotal giogo; fece perciò alleanza con Enrico II, che, sebbene amico fosse degli eretici di Germania e de' Turchi, trattava i protestanti francesi con non minore ferocia e perfidia del monarca spagnuolo. Quest'alleanza strascinò la corte di Roma in una breve guerra contro Filippo II, la quale fu l'estrema che i papi intraprendessero nel presente secolo per motivi di pura politica; questa ebbe un esito assai più felice che non poteva sperarsi dalla debolezza del papa, e dalla inconsideratezza dei suoi tre nipoti, de' quali aveva troppo ascoltati i consigli, e lusingata l'ambizione. Il duca d'Alba, che comandava gli Spagnuoli, in sul cominciare di dicembre del 1556, entrò nello stato della chiesa ed occupò molti luoghi forti senza quasi incontrare resistenza. Il duca di Guisa accorse in ajuto del papa con un'armata francese; ma la disfatta del contestabile di Montmorencì a san Quintino sforzò bentosto Enrico II a richiamarlo. Il papa restava senza alleati e senza mezzi, quando Filippo II, che non poteva risolversi a stare in guerra contro la santa sede, il 14 settembre del 1557, comperò la pace al prezzo delle più umilianti condizioni. Per altro si vendicò dei Caraffa, che Paolo IV, loro zio, aveva arricchiti colle spoglie della casa Colonna, e ch'egli sagrificò negli ultimi anni della sua vita, conoscendo d'essere stato da loro ingannato[212].