Bonifacio, marchese di Monferrato, era morto per una caduta da cavallo, nel 1531, in sul fiore dell'età. Altri non restava della nobilissima famiglia de' Paleologhi che il zio Bonifacio, Giovan Giorgio, che depose per succedergli le insegne ecclesiastiche, e due sorelle, la maggiore delle quali sposò il duca di Mantova Federico II[228]. Allorchè il giorno 30 aprile del 1533 morì Giovan Giorgio, i commissarj imperiali occuparono il Monferrato, aspettando che Carlo V decidesse a chi spettava quest'eredità. Al duca di Mantova riuscì facile il dimostrare che il Monferrato era un feudo femminile, e che era entrato nella casa Paleologa per mezzo di donne. Ad ogni modo non ne ottenne dall'imperatore il possesso che il 3 di novembre del 1536; e l'imperatore a questo modo rinunciò appena a conservarlo per sè medesimo. I Gonzaghi, che si succedettero in quel secolo, e che nel 1574 ottennero che il Monferrato fosse eretto in ducato come lo era di già il Mantovano, governarono questi due paesi come se fossero luogotenenti della casa d'Austria. Federico II morì il 28 di giugno del 1540. Dopo di lui regnarono i due suoi figliuoli, da prima Francesco III il primogenito che si annegò, il 21 di febb. del 1550, nel lago di Mantova, poi il secondogenito che morì il 13 agosto del 1587, lasciando erede l'unico suo figlio don Vincenzo. Tutta la storia di questi principi non versa che intorno ai sontuosi accoglimenti fatti ai sovrani che attraversarono i loro stati, intorno ai loro proprj viaggi, ed a pochi sussidj dati agli imperatori per fare la guerra ai Turchi.
Nel precedente capitolo abbiamo veduto quale si fosse fino alla metà del secolo il governo del duca di Firenze. Cosimo de' Medici diffidente, dissimulato, crudele, sostenevasi in trono a dispetto di tutta la nazione da lui governata. Meno libero, meno indipendente che gli efimeri magistrati della repubblica da lui soppressa, egli doveva rispettare non solo gli ordini dell'imperatore e di Filippo II, ma quelli inoltre di tutti i loro generali, e dei governatori di Napoli e di Milano, che gli facevano crudelmente sentire tutto il peso dell'insolenza spagnuola. Per dare un compenso all'antico orgoglio de' cittadini fiorentini, egli li decorò con nuovi titoli di nobiltà. Nel mille cinquecento sessanta instituì un nuovo ordine religioso e militare sotto il patrocinio di santo Stefano. I ricchi cittadini di Firenze e del territorio toscano, sedotti dall'allettamento di questa onorificenza, ritirarono dal commercio i loro fondi, impiegandoli nell'acquisto di terreni, che obbligarono in sostentamento delle nuove dignità che ottenevano per le loro famiglie con fedecommessi, sostituzioni perpetue e commendarie. Era questo lo scopo cui mirava Cosimo I, che credeva più facile il bandire da Firenze l'antico suo commercio, che non il piegare lo spirito d'indipendenza di quei ricchi mercanti[229].
Non era lungo tempo passato da che Cosimo erasi liberato dal timore inspiratogli da Pietro Strozzi, ucciso nell'assedio di Thionville del 1558, quando la sua casa fu insanguinata da tragici avvenimenti, avvolti entro dense tenebre, che mai non si dissiparono affatto agli occhi della posterità. Si pretende che don Garzia, il terzo de' suoi figli, assassinasse don Giovanni il secondo, di già decorato del cappello cardinalizio, e che Cosimo lo vendicasse colle proprie mani, uccidendo don Garzia col suo pugnale tra le braccia della madre Eleonora di Toledo, che ne morì di dolore[230]. Sebbene il duca cercasse di nascondere al pubblico così tristi avvenimenti, dessi contribuirono però ad inspirargli il desiderio di ritirarsi dalla scena più attiva del mondo, ed a scaricarsi delle principali cure del governo sopra suo figliuolo primogenito don Francesco. Egli eseguì tale risoluzione nel 1564. Nè meno perfido, nè meno crudele del padre, ma più dissoluto, più vano, più iracondo, don Francesco non aveva i talenti con cui Cosimo aveva fondata la grandezza della sua famiglia. Fu perciò, più che il padre, l'oggetto dell'odio dei popoli, il quale odio non era temperato da verun sentimento di rispetto per l'ingegno di lui. Per altro Cosimo erasi riservata la suprema direzione degli affari, inoltre tutte le relazioni diplomatiche, e la cura continua di lusingare Pio V, dando in mano all'inquisizione di Roma tutti i suoi sudditi che il papa credeva infetti d'eresia, e perfino il proprio confidente Pietro Carnesecchi; le quali cose gli guadagnarono in modo l'affetto del pontefice, che, nel 1569, ottenne da lui il titolo di gran duca di Toscana[231].
La Toscana non era, nè mai era stata, un feudo della Chiesa, di modo che il papa non poteva a buon diritto cambiare il titolo del suo sovrano. Perciò quest'innovazione non solamente eccitò la collera di tutti i duchi, i quali vedevano innalzarsi al di sopra di loro quello di Firenze, ma altresì quella dell'imperatore, che sentiva il torto fatto alle sue prerogative. Cosimo I morì il 21 di aprile del 1574, prima di avere veduto condotte a fine le negoziazioni colle quali cercava di ridurre i sovrani dell'Europa a riconoscere il suo nuovo titolo[232]. Ma don Francesco, che gli successe nel 1575, ottenne dall'imperatore Massimiliano II, che gli conferisse egli stesso il 2 di novembre il titolo di gran duca di Toscana, come una nuova grazia, e senza fare memoria della precedente concessione del papa[233].
Una congiura contro il gran duca, che fu scoperta nel 1578, e punita con molti supplicj, fu l'ultimo sforzo che in Firenze facessero gli amici della libertà per iscuotere l'odiato governo dei Medici[234]. Questo governo erasi stabilito già da quarantott'anni, ed aveva lasciati morire in esilio tutti coloro che avevano un elevato carattere; il commercio fiorentino era distrutto; eransi mutate le costumanze nazionali, e la recente educazione aveva accomodate le anime al giogo.
Il gran duca aveva incaricato Curzio Picchena, suo segretario d'ambasciata a Parigi, di liberarlo dai distinti emigrati che tuttavia si trovavano alla corte di Catarina de' Medici. Gli fece avere sottili veleni, per formare i quali Cosimo I aveva eretta nel suo palazzo un'officina, che diceva essere un laboratorio chimico per le sue esperienze; gli diresse inoltre alcuni assassini italiani superiori a tutti gli altri; e promise il premio di quattro mila ducati per ogni omicidio, oltre il rimborso di tutte le spese che sarebbero occorse. Nel 1578 Bernardo Girolami fu la prima vittima di questa trama; e la di lui morte atterrì in modo tutti gli altri emigrati fiorentini, che questi per salvarsi si dispersero per le province della Francia e dell'Inghilterra. Ma ovunque furono inseguiti dai sicarj di don Francesco, e tutti coloro che avevano recata qualche molestia al gran duca perirono[235].
Don Francesco visse e morì totalmente subordinato a Filippo II: e perciò mostrossi agli occhi de' suoi sudditi sempre spalleggiato da tutta la potenza spagnuola; e sebbene nel 1579 si rendesse più spregievole, che non lo era prima, colle sue nozze coll'accorta e dissoluta Bianca Cappello[236], sebbene nella sua famiglia si andassero continuamente rinnovando gli assassinj, gli avvelenamenti, i delitti d'ogni sorta, i Fiorentini più non tentarono di sottrarsi alla sua autorità; ma soltanto non dissimularono la loro gioja, quando, il 19 ottobre del 1587, Francesco e sua moglie morirono avvelenati a Poggio a Cajano, in occasione di un convito di riconciliazione che colà egli dava al cardinale Ferdinando de' Medici, suo fratello[237].
Questo Ferdinando, che gli successe, e che depose le vesti ecclesiastiche per ammogliarsi, fu il primo a rialzare la nazione toscana dall'oppressione in cui essa aveva sospirato sessant'anni. Egli aveva tutta quell'attitudine al governo che può avere un uomo senza virtù, e tutta la fierezza che può conservarsi senza nobiltà d'animo. Si propose di sottrarsi al giogo spagnuolo che aveva così duramente oppressi i suoi due predecessori: volle di nuovo opporre la Francia alla casa d'Austria, e fu il primo sovrano cattolico che riconoscesse Enrico IV, e si alleasse con lui. In appresso s'interpose per la di lui riconciliazione col papa, e gli ottenne l'assoluzione. Ma il trattato di Parigi del 27 febbrajo del 1600, tra la Francia ed il duca di Savoja, togliendo alla prima la comunicazione coll'Italia pel marchesato di Saluzzo, fece ricadere il gran duca sotto il giogo della Spagna, che aveva cercato di scuotere[238].