Tale fu in compendio la storia di tutti i principi sovrani che in questo secolo contava l'Italia. Quella delle tre repubbliche che tuttavia conservavano la loro libertà fu ancora più povera d'importanti avvenimenti. In Toscana la repubblica di Lucca aveva conservata la sua indipendenza. Se si vuole farne giudizio dalle sue forme esteriori, essa continuava a governarsi democraticamente: la sovranità risiedeva in tre corpi che dovevano approvare tutte le leggi; questi erano, la signoria formata da un gonfaloniere e da 9 anziani che mutavansi ogni due mesi; il senato formato di 36 membri che si rinnovavano ogni sei mesi all'anno; ed il consiglio generale formato di 90 individui che sedevano un anno[239]. Ma perchè i magistrati in esercizio nel corpo dell'anno formavano essi medesimi il corpo elettorale, dal quale venivano nominati i magistrati del susseguente anno, gli stessi uomini trovavano il destro di occupare sempre tutti gl'impieghi, soltanto col cambiare fra di loro le rispettive funzioni, perchè la legge non acconsentiva di essere rieletti senza intervallo. Per ciò gli emigrati fiorentini, assai numerosi in Lucca, rinfacciavano ai loro ospiti di avere abbandonata la repubblica ad una stretta oligarchia, detta burlevolmente i signori del cerchiolino[240].
Alcuni oppressivi regolamenti emanati a favore de' capi manifatturieri contro gli artigiani, ed in particolare contro i tessitori di seta, diedero motivo, il primo maggio del 1531 ad un'insurrezione che costrinse la signoria a transigere col popolo, e ad accrescere di un terzo il numero de' consiglieri, onde accordare queste piazze ad uomini nuovi; ma prima che terminasse l'anno la signoria si fece autorizzare a prendere una guardia di cento soldati forastieri per difendere il palazzo pubblico, e coll'ajuto di questa e delle milizie del territorio, ristabilì l'antico sistema, il 9 aprile del 1532, ed annullò tutte le leggi fatte in favore delle classi inferiori[241].
Per altro non fu che dopo la capitolazione di Siena, e quando la libertà era di già stata esiliata da tutto il rimanente della Toscana, che il gonfaloniere Martino Bernardino, il 9 dicembre del 1556, propose e fece sanzionare la legge che i Lucchesi risguardarono poi come il fondamento della loro aristocrazia, e come equivalente al serrar del consiglio di Venezia, e che intitolarono dal suo autore legge Martiniana. Martino, che voleva ridurre la sovranità in pochissime famiglie, accarezzava non pertanto ancora la pubblica opinione, e non aveva infatti espresso ancora tutto ciò che voleva stabilire. La legge Martiniana vuole soltanto che ogni figlio o di forastiere o di campagnuolo sia perpetuamente escluso da qualunque magistratura. Con tali indiretti modi il corpo aristocratico, che di già era stato ridotto a poche famiglie, si assicurò di non essere mai più rinnovato, perchè tutti i nuovi candidati che vi si sarebbero potuti introdurre, non potevano essere che stranieri naturalizzati, o di già sudditi dello stato fatti nobili. In questo modo la sovranità venne trasmessa per ereditario diritto ad un sempre più ristretto numero di famiglie nobili[242]. Sembra infatti che nell'anno 1600 l'aristocrazia lucchese non contasse che cento sessant'otto famiglie, le quali, nel 1797 in occasione degli ultimi comizj adunati per l'elezione delle magistrature, trovaronsi ridotte a sole ottant'otto, e queste non somministravano un sufficiente numero d'individui per tutti gl'impieghi dello stato[243].
La costituzione che si era data la repubblica di Genova, quando Andrea Doria le aveva renduta la libertà, aveva colmati di riconoscenza tutti i Genovesi, perchè chiamava a governare il maggior numero di loro, nell'istante in cui avevano potuto temere che la sovranità venisse usurpata da un solo: pure questa costituzione era puramente aristocratica, e tendeva a sempre più restringere il circolo dei depositarj della suprema autorità. D'altronde l'assoluta dipendenza in cui si erano poste, rispetto alla Spagna, la famiglia Doria e la repubblica doveva altresì riuscire vantaggiosa all'oligarchia per via di tutti i pregiudizj di nobiltà fomentati dall'orgoglio di Filippo II e della sua corte[244].
Dacchè Andrea Doria, giunto ad una estrema vecchiaja, e molestato dalla gotta, più non usciva di casa, suo nipote Giannettino, aveva preso il comando delle sue galere; onorato come lo zio del favore dell'imperatore, aveva pure le prime parti nella repubblica: ma egli si era arrogata maggior potenza d'assai di quella che aveva avuta lo zio, e la esercitava con maggiore orgoglio. Il popolo, afflitto di vedersi escluso dall'amministrazione della repubblica, e la primaria nobiltà, gelosa della potenza del Doria, sentivano ogni dì crescere il loro malcontento. Giovanni Luigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, ascoltando l'antico odio della sua famiglia contro i Doria, ed offeso dall'orgoglio di Giannettino, progettò di sottrarre la sua patria tutta ad un tratto all'autorità dell'aristocrazia, a quella dei Doria ed a quella della Spagna. Si assicurò degli ajuti di Pier Luigi Farnese, nuovo duca di Parma e di Piacenza, e di quelli della Francia; trasse ne' suoi interessi molti cittadini affezionati all'antica fazione popolare, e gli avanzi del partito dei Fregosi; finalmente fece venire da' suoi feudi molti suoi vassalli, e circa dugento fidati soldati, sotto colore di armare quattro sue galere per andare in corso contro i Barbareschi[245].
Giovan Luigi del Fiesco aveva invitati molti giovani, di coloro ch'egli credeva più scontenti del governo, ad un convito che diede il 2 di gennajo del 1547; e quando gli ebbe tutti adunati in casa sua, e che le porte furono chiuse e custodite da gente fidata, dichiarò apertamente tutto il piano della sua congiura, loro chiedendo di secondarlo e di seguirlo, se volevano salvare la propria vita. I più di costoro, atterriti dalle minacce di lui, piuttosto che strascinati dalle proprie passioni, si obbligarono con giuramento. Giovan Luigi del Fiesco divise in allora la truppa coi suoi fratelli, onde attaccare nello stesso tempo il porto ove il Doria teneva le sue galere, la porta di Bisagno, e quella che conduceva al palazzo ove dimoravano i due Doria fuori di città. La notte era di già molto inoltrata quando la zuffa cominciò contemporaneamente in ogni luogo. Giannettino Doria, avvisato dal tumulto che si era eccitato, fu ucciso presso la porta della città nell'atto che vi accorreva per calmarlo: allora Andrea Doria, credendo la città e le sue galere perdute, fuggì fino a Sestri. In fatti la cospirazione aveva dovunque avuto buon esito; la flotta, che aveva quaranta galere era di già venuta in mano degl'insorgenti, e le porte della città erano state sorprese. Ma invano si andava cercando Luigi del Fiesco per incamminarsi verso il palazzo, scacciarne la guardia della signoria, e mutare il governo; ma Luigi, volendo passare a bordo della galera capitana nell'istante in cui questa si scostava dalla riva, era caduto in mare col ponte su cui passava, ed il peso delle sue armi gli aveva impedito di salvarsi a nuoto. I di lui partigiani, perduto avendo il coraggio alla notizia della sorte di lui, più non osarono di occupare il palazzo, e, sebbene di già vincitori, trattarono colla signoria come se stati fossero vinti; offrirono di cedere le porte a condizione di avere un'intera amnistia, la quale poichè fu accordata e solennemente giurata, i Fieschi si ritirarono a Montoglio[246]. Ma un governo che ubbidiva all'influenza spagnuola non credevasi tenuto all'osservanza delle sue promesse: crudelissime furono le vendette del vecchio Andrea Doria, e non ebbero fine che colla di lui vita, che si prolungò fino ai novantaquattro anni, e si spense il 25 di novembre del 1560[247].
In tutto il restante del secolo i Genovesi furono sempre soggetti agli Spagnuoli, e perdettero nel 1566 l'isola di Scio, conquistata da Solimano sopra i Giustiniani, loro concittadini, che se n'erano arrogata la sovranità. Furono pure in pericolo di perdere la Corsica, che, dopo essere stata invasa dai Francesi nel 1553[248], si sollevò nel 1564, e continuò a respingere con tutte le sue forze il giogo oppressivo della repubblica, fino al 1568, in cui fu di nuovo sommessa[249]. Più non vi fu pace in Genova. Dopo la congiura dei Fieschi i più ricchi e più potenti membri dell'aristocrazia, temendo di vedersi tolto di mano il governo dall'odio popolare, avevano risolto di rialzare una rocca alla Lanterna, con intenzione d'introdurvi una guarnigione spagnuola, onde tenere la città in dovere e consolidare la propria autorità. Questo progetto doveva avere esecuzione nel 1548, in occasione del passaggio per Genova di don Filippo, principe di Spagna: e don Ferdinando di Gonzaga, governatore del Milanese, doveva spalleggiarlo con tutte le sue forze. Ma malgrado la loro ubbidienza, i Genovesi abborrivano gli Spagnuoli; onde pregarono Andrea Doria di opporsi a così vergognoso progetto, cui lo spirito di vendetta lo aveva in sulle prime ridotto ad acconsentire; gli raccomandarono la libertà della repubblica, di cui era il secondo fondatore, ed ottennero da lui la promessa, che nè il principe di Spagna, nè le truppe di lui sarebbero ricevute in città[250].
Nuove dissensioni scoppiarono nella seconda metà del secolo tra l'antica e la nuova nobiltà, i di cui diritti non erano ben definiti; e tanto s'innoltrarono queste da dare speranza a Giovanni d'Austria di potere occupare Genova, quando nel 1571 passò davanti a questa città colla flotta, che in appresso conseguì la vittoria di Lepanto[251]. In questa circostanza papa Gregorio XIII prese sotto la sua protezione la repubblica, e contribuì potentemente a riconciliare le fazioni. Nel 1575 ottenne da queste, che rimettessero le ragioni loro in arbitrio di tre mediatori, cioè egli stesso, l'imperatore ed il re di Spagna. Le tre corti modificarono la costituzione della repubblica, ed in parte distrussero l'opera di Andrea Doria. La recente loro legge, pubblicata il 17 marzo del 1576, accrebbe i privilegj dei nuovi nobili, ma sempre come nobili: restarono dimenticati i diritti dei cittadini, e la libertà venne bandita da questa repubblica quasi come dagli assoluti principati[252].