La libertà non era meglio conosciuta a Venezia; questa città, dopo avere esaurite le proprie forze per resistere alla lega di Cambrai, pareva cercare l'oscurità facendo di tutto per seppellirsi nel silenzio, diffidare de' suoi cittadini, de' suoi alleati, e de' suoi nemici, ed allegando i pericoli che la stringevano ora dal canto della Turchia, ed ora dal canto dell'Austria, sottrarsi dal far mostra di sè medesima. Due crudeli guerre coi Turchi privarono effettivamente la repubblica di molti de' suoi più importanti possedimenti nel Levante. Cominciò la prima nel 1537 col guasto di Corfù, e finì il 20 ottobre del 1540 colla cessione fatta a Solimano di tutte le isole dell'Arcipelago che di già si trovavano in potere dei Turchi, e delle forti città di Napoli e di Malvagia, o Epidauro, che la repubblica possedeva ancora nel Peloponneso[253]. L'altra fu dai Turchi intrapresa nel 1570 per conquistare l'isola di Cipro; la quale, difesa con prodigj di valore e con infiniti sagrificj di uomini e di danaro, fu all'ultimo perduta dai Veneziani, ed abbandonata colla pace che sottoscrissero nel mese di marzo del 1573[254].

Il timore dei Turchi, che in tutte le guerre aveva avuti costanti vantaggi contro la repubblica, costringeva questa ad allearsi colla casa d'Austria. Circondata dagli stati di questa casa, costretta di ricorrere a lei contro un nemico ancora più terribile, la repubblica non ardiva pretendere ad un'assoluta indipendenza. Finchè le due monarchie dei Turchi e degli Spagnuoli conservarono tutto il loro vigore, i Veneziani furono abbastanza fortunati di sottrarsi al pericolo coll'oscurità, e di evitare ogni azione che attirare potesse su di loro gli sguardi dell'Europa.

Tali furono in tutti gli stati d'Italia le rivoluzioni accadute nel sedicesimo secolo. Il nome di questo secolo richiama a principio un periodo di gloria, perchè i primi anni di questo vennero illustrati dai più grandi ingegni che l'Italia producesse nelle lettere e nelle arti. In mezzo ad orribili calamità, ogni speranza non era in allora per anco perduta, e questa sosteneva i talenti di coloro ch'erano nati, o che si erano formati in più felici tempi. Tutti i grandi uomini onde si onora l'Italia appartengono a questa prima metà del sedicesimo secolo, in cui l'Italia sentivasi ancora libera. Il solo Tasso è di tutti il più moderno, perciocchè non pubblicò il suo poema che nel 1581, e di già in allora si trovava isolato, quale rappresentante degli andati tempi, in mezzo ad una degenere nazione. Il genio sparve con lui dalla terra, dalla quale era stata scacciata la libertà; e la fine del sedicesimo secolo, in cui l'umana specie fu in Italia colpita dalle più spaventose sventure, non dev'essere ricordata che coll'orrore che ispirano il delitto, i patimenti e l'avvilimento dei nostri simili.

CAPITOLO CXXIV.

Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del diciassettesimo secolo.

1601 = 1700.

Mentre che presso gli altri popoli inciviliti gli ultimi secoli svilupparono tanti nuovi interessi, e nuovi sentimenti e nuove passioni, che più non potrebbesi ristringere la loro storia nell'angusto circolo che bastava ai precedenti secoli, la storia d'Italia diventa più sterile di mano in mano che ci avviciniamo all'età nostra. Ma tutte le altre nazioni giugnevano lentamente all'esistenza, mentre che la nazione italiana perdeva la sua. Anche dopo terminata l'ultima contesa per l'indipendenza, fu ancora necessario qualche tempo per disingannare gli uomini dai sogni della loro ambizione, per convincerli che più non restava loro a sperare nè libertà, nè grandezza, nè gloria; molti genitori avevano instillati ne' loro figli i sentimenti di cui si erano essi medesimi nudriti in più felici tempi; molti caratteri erano stati di nuovo rinvigoriti dall'esilio, dalle persecuzioni, dai patimenti della guerra e da tutte le calamità dei primi anni del sedicesimo secolo; molti uomini energici, avendo presa una falsa direzione, e servito il comune nemico, erano stati accarezzati da que' medesimi che opprimevano tutti gli altri, ma che sentivano il bisogno di riservarsi alcuni strumenti abbastanza forti per signoreggiare il paese. Molti altri, senz'avere alcuno determinato scopo o speranza di miglior sorte, si andavano tuttavia agitando per l'abitudine delle rivoluzioni, in quello stesso modo che la materia conserva il movimento, per la forza d'inerzia, allorchè l'ha ricevuto una volta. Così tutto il sedicesimo secolo ebbe ancora un'apparenza di vita, ed è per questo, a non dubitarne, ch'egli partecipò tutt'intero alla gloria che gli procacciarono eterna i poeti, i letterati, gli artisti, che fiorirono principalmente ne' primi anni. Per lo contrario il diciassettesimo secolo è un'epoca di compiuta morte; e quanto la storia letteraria lo rappresenta come in preda al più cattivo gusto, alla insipidezza, al languore ed alla sterilità, altrettanto la storia politica lo mostra privo d'ogni azione come d'ogni virtù, d'ogni elevato carattere, d'ogni importante rivoluzione. Di mano in mano che andiamo avanzando ci è forza di rimanere convinti, che la storia, non solo delle repubbliche, ma dell'intera nazione italiana, finì coll'anno 1530.

Ma si verserebbe in un grand'errore, se, osservando che la storia quasi d'altro non si occupa che delle disgrazie degli uomini, si supponesse che i tempi di cui essa non parla siano stati meno infelici. Non tutte le calamità sono istoriche, loro abbisognando un certo qual grado di grandezza e di nobiltà perchè possano richiamare la nostra attenzione, ed imprimersi nella nostra memoria. Acciocchè gli stessi contemporanei ci trasmettano i fatti circostanziati dell'età loro, d'uopo è che le calamità siano comuni a molti individui, e che si possa a prima vista comprendere il rapporto che corre fra la cagione e l'effetto. Le disgrazie del diciassettesimo secolo erano di diversa natura; erano tacite, e non sembravano dipendenti dalla politica: ognuno soffriva, ma ognuno soffriva nella propria famiglia, come uomo e non come cittadino. Avvelenate erano le private relazioni, distrutte le speranze, diminuita la fortuna, mentre che i bisogni di ognuno andavano ogni giorno crescendo: la coscienza invece di essere di sostentamento nella sventura, rinfacciava continuamente le passate colpe; ed aggiugnendosi la vergogna al dolore, ognuno sforzavasi ancora di nascondere agli occhi del mondo le sue pene e d'involarne la memoria alla posterità.