Perciò non si pensò ad enumerare tra le pubbliche calamità dell'Italia la cagione forse più generale de' privati patimenti di tutte le famiglie italiane; il torto, dico, fatto al sacro nodo del matrimonio con un altro nodo, risguardato come onorevole, e che gli stranieri vedono sempre in Italia con eguale stupore, senza poterlo comprendere; ed è quello de' cicisbei, o de' cavalieri serventi. Questa sciagurata moda essendo stata una volta introdotta nel diciassettesimo secolo dall'esempio delle corti, ed essendo posta sotto la protezione di tutte le vanità, la pace delle famiglie fu bandita da tutta l'Italia; verun marito più non risguardò la sua consorte come una fedele compagna, associata a tutta la sua esistenza; più non trovò in essa un consiglio nel dubbio, un sostegno nell'avversità, un salvatore nel pericolo, una consolatrice nella disperazione; niun padre osò assicurarsi che i figliuoli a lui dati dal matrimonio fossero suoi; niuno si sentì legato a loro dalla natura; e l'orgoglio di conservare il proprio casato, sostituito al più dolce ed al più nobile affetto, avvelenò tutte le domestiche relazioni. Quanto non demeritarono dell'umanità que' principi, che riuscirono ad impedire che i loro sudditi conoscessero qualcuno de' dolci affetti di sposi, di padri, di fratelli e di figli!

Sebbene l'instituzione di tutti i ridicoli doveri de' cicisbei fosse per avventura il più efficace mezzo di calmare gli spiriti irrequieti di fresco ridotti in servitù, di snervare i coraggi troppo maschi, d'effeminare i nobili ed i cittadini intolleranti del giogo, facendo loro scordare che avevano perduto ciò che più non dovevano cercare, forse si viene a far troppo onore alla penetrazione di coloro che mutarono le costumanze d'Italia, supponendo che prevedessero tutte le conseguenze delle nuove mode ch'essi introducevano; pure l'istinto del delitto conduce più volte tanto direttamente allo scopo, quanto il calcolo.

Fino alla metà del sedicesimo secolo l'abitudine del lavoro era stata la qualità distintiva degl'Italiani: a Firenze, a Venezia, a Genova il primo ordine era dei mercanti; e le famiglie decorate di tutte le dignità dello stato, della Chiesa o dell'armata, non perciò rinunciavano al commercio. Filippo Strozzi, cognato di Leon X, padre del maresciallo Strozzi e del gran priore di Capoa, amico di molti sovrani, il primo cittadino dell'Italia, erasi fino alla fine della sua vita mantenuto capo di una casa di banco. Ebbe sette figli; ma, malgrado la sua immensa ricchezza, non ne aveva destinato veruno all'ozio. I principi vollero sostituire a questa formidabile attività ciò che essi intitolarono un nobil ozio; le armi castigliane inondavano l'Italia, ed essi chiamarono in loro ajuto i pregiudizj castigliani, che coprivano con un profondo disprezzo ogni specie di lavoro. Trassero tutti i loro cortigiani a convertire le loro sostanze in terre, a destinarle a perpetuità al primogenito della loro famiglia, sagrificando in tal modo all'orgoglio i più giovani fratelli e le femmine, e condannando ad una costante inerzia tutti i figli primogeniti per alterigia, tutti i figli cadetti per impotenza.

Per occupare l'ozio di tutto ciò che era cortigianesco, di tutto ciò che venne onorato col titolo di nobiltà, per offrire nello stesso tempo un compenso a quella folla di cadetti privati di ogni speranza, e per sempre esclusi dal matrimonio, furono inventati i diritti ed i bizzarri doveri dei cicisbei, o cavalieri serventi; questi furono interamente fondati sopra due leggi che s'impose il bel mondo: niuna femmina più non potè con decenza mostrarsi sola in pubblico; verun marito non potè, senza esporsi al ridicolo, accompagnare sua moglie.

L'esempio de' traviamenti de' grandi contribuì senza dubbio assai a corrompere il popolo: quello della impudica Bianca Capello, e di tutti i principi e principesse della casa Gonzaga, nel diciassettesimo secolo, non poteva essere senza influenza: ma sebbene i costumi delle corti fossero più corrotti, si era conosciuto l'intrigo e la galanteria fino ne' tempi delle repubbliche, e questo disordine non bastava solo a distruggere il carattere nazionale. Ciò che distingue il secolo diciassettesimo è l'origine d'un pregiudizio antisociale, più del libertinaggio funesto, dietro il quale facevasi pomposa mostra di ciò che in addietro si nascondeva. Non fu già perchè alcune donne ebbero degli amanti, ma perchè una donna non potè più mostrarsi in pubblico senza un amante, che gl'Italiani cessarono d'essere uomini.

Mentre che tutti i legami di famiglia furono rotti nel diciassettesimo secolo con queste nuove costumanze, che, risguardate in seguito come sole, consentanee all'eleganza, vennero bentosto imitate dalla intera massa del popolo, il commercio fu oppresso da un mortal colpo per la subita ritirata degli uomini industri e dei capitali; ne consumarono la ruina i monopolj e le assurde gabelle sopra ogni vendita di tutti gli oggetti commerciabili, stabilite dagli Spagnuoli in tutte le province loro soggette. Frattanto il fasto andava crescendo a misura che diminuivano i mezzi; quanto, secondo gli antichi costumi, erano apprezzati l'ordine e l'economia, altrettanto furono tenuti in pregio nelle corti lo splendore e il lusso, e a norma di questi furono fissati i gradi. Gl'Italiani impararono in questo secolo (e furono loro maestri gli Spagnuoli) l'arte di economizzare sui più pressanti bisogni per accordare di più all'apparenza, di sopprimere tutti i comodi non veduti per accrescere il fasto che abbacina gli occhi del pubblico. La spesa diventò la misura della considerazione, e si diede lode al capo di famiglia di tutto ciò che accordava al suo fasto ed a' suoi piaceri.

Ne' tempi delle repubbliche, i cittadini, non cercando altra decorazione che i suffragj de' loro concittadini, temevano di eccitare la loro gelosia con ambiziose distinzioni. Nè ricevevano, nè davano titoli, e non mettevano alla tortura il loro linguaggio per trovare formole più ossequiose. In ogni cosa le nuove corti sostituirono la vanità all'orgoglio nazionale; e le questioni di precedenza occuparono tutta la loro politica. La rivalità tra la casa d'Este e la casa dei Medici, fra questa e la casa di Savoja, non aveva altra vera cagione che la rispettiva pretesa di ciascuna di andare innanzi all'altra nelle cerimonie in cui si scontravano i loro ambasciatori. Successivamente i sovrani si andavano arrogando nuovi titoli, mentre ne attribuivano altresì dei nuovi a tutta la loro corte. Mentre passavano essi medesimi per tutti i gradi d'illustrissimi, di eccellenze, di altezze, di altezze serenissime, di altezze reali, creavano pei loro sudditi patenti senza fine di marchesi, di conti, di cavalieri, loro cedendo in appresso la qualificazione che essi avevano portata, e che cominciavano a disprezzare. Tali decorazioni scendevano sempre più a basso nella folla; più non iscrivevasi trent'anni sono al proprio calzolajo senza chiamarlo molto illustre: ma col moltiplicare i titoli, non si erano moltiplicati che i malcontenti e le mortificazioni; ognuno in cambio di ciò che gli era accordato, non vedeva che quanto gli era ricusato; e non eravi così magro gentiluomo, così piccolo ufficiale di milizia, che non si tenesse mortalmente ferito quand'era per errore chiamato chiarissimo ed eccellentissimo, quand'egli aspirava all'illustrissimo.

Le leggi, le costumanze, l'esempio, la stessa religione, tal quale era praticata, miravano a sostituire in ogni cosa l'egoismo ad ogni mobile più nobile. Ma mentre che si sforzavano gli uomini di riportare ogni cosa a sè medesimi, nello stesso tempo si privavano di tutte le soddisfazioni che avrebbero potuto trovare in sè medesimi. Il padre di famiglia, ammogliato con una donna non di sua scelta, da lui non amata, e dalla quale non era amato, circondato da figliuoli di cui non sapeva di essere padre, che non pensava ad educare, e de' quali non si curava di acquistare l'amore, continuamente disturbato nella propria famiglia dalla presenza dell'amico di sua moglie, separato da alcuni de' suoi fratelli e sorelle, e ch'erano stati fino dalla fanciullezza chiusi ne' conventi, e stancheggiato dall'inutilità degli altri, i quali, per loro parte d'eredità, avevano sempre diritto alla sua mensa, non era da tutti risguardato che come l'amministratore del patrimonio della famiglia. Egli era soltanto risponsabile della sua economia, mentre che tutti gli altri, fratelli, sorelle, moglie e figli, erano entrati in una segreta lega per deviare a loro profitto il più che potevano della comune entrata, per godere, per mettersi essi medesimi al largo, senza curarsi delle difficoltà in cui poteva trovarsi il loro capo.

Questo capo di famiglia più non era il vero proprietario del fondo patrimoniale; più non aveva verun mezzo di accrescerlo, mentre che le imposte, le pubbliche calamità e l'accrescimento del lusso lo andavano sempre diminuendo. La sostanza che ricevuto aveva da' suoi maggiori era tutt'intera sostituita a perpetuità. Dessa non apparteneva alla vivente generazione, ma a quella che non era ancora nata. Il padre di famiglia non poteva nè ipotecare, nè mutare, nè vendere; se qualche stravaganza giovanile gli aveva fatto contrarre un debito, le sole sue entrate potevano essere prese per pagarlo, ed intanto egli doveva per vivere contrarne un altro. Il legame impostogli dal suo antenato per conservare la sua sostanza, gl'impediva di usarne. Per ogni impreveduto bisogno doveva valersi dei capitali destinati all'agricoltura, i soli di cui potesse disporre, ed i soli che avrebbero dovuto essere intangibili. Con ciò ruinava quelle terre che non aveva diritto di vendere, e le numerose famiglie de' coloni erano con lui vittime della sua inconsiderazione, di quella de' suoi parenti, o dell'accidentale disgrazia che aveva danneggiata la sua sostanza.

S'egli cercava onori per sottrarsi ai dispiaceri che trovava nella propria casa, si vedeva ad ogni istante mortificato da tutte le vanità gelose della sua; se voleva mettersi in sulla strada de' pubblici impieghi, non poteva avanzarsi che colle arti dell'intrigo, coll'adulazione e colla bassezza; e se aveva delle processure, le sue ragioni venivano compromesse dalle interminabili lentezze del foro, o sagrificate dalla venalità de' giudici; se aveva nemici, i suoi beni, la libertà, la vita, erano in balìa di segreti delatori, di arbitrarj tribunali. Non amando che sè medesimo, non trovava in sè medesimo che pene e cure. Per sottrarsi ai suoi dispiaceri era in certo qual modo costretto a seguire l'universale tendenza della sua nazione verso i piaceri sensuali, ed abbandonandovisi, apparecchiavasi ancora in mezzo a questi nuove pene e nuovi tormenti.