Tale era nel diciassettesimo secolo la situazione di quasi tutti i sudditi italiani; ed in tal guisa tra le feste ed i divagamenti della vita, la sventura li raggiugneva in ogni luogo senza lasciare veruna traccia nella storia. Rispetto agli avvenimenti del secolo di cui lo storico vuole farsi carico, ove si confronti col precedente, vi si troveranno per avventura minori calamità generali e più umiliazioni, un minor numero di quei patimenti violenti e rapidi che sembrano esaurire le forze della natura umana, ma altrettanta miseria e maggiore avvilimento.

Carlo V aveva unita l'Italia alla monarchia spagnuola. Filippo II nel lungo suo regno l'aveva mantenuta in una stretta dipendenza; e sebbene tutti gli stati che gli erano subordinati avessero cominciato a deperire nell'istante in cui erano passati in suo potere, pareva che sotto di lui la monarchia spagnuola andasse riparando con esterne conquiste la perdita delle interne sue forze. Invano l'oppressione aveva spinti alla ribellione i Mori di Granata e gli Olandesi ne' Paesi bassi; invano l'Oceano aveva inghiottite le formidabili flotte di Filippo; invano la Francia e l'Olanda erano lorde del sangue de' suoi soldati; invano il sempre crescente disordine delle sue finanze l'aveva ridotto a fare un ignominioso fallimento; ad onta di tutto ciò quando venne a morte il 13 di settembre del 1598 era tuttavia il più formidabile monarca d'Europa. Non eravi sovrano che ardisse tentare con lui la sorte delle armi, e niuno stato poteva conservare a lui vicino la propria indipendenza. Il diciassettesimo secolo vide regnare tre principi della linea austriaca di Spagna, successori di Filippo. Suo figlio Filippo III morì il 31 marzo del 1621; Filippo IV, suo nipote, mancò il 7 settembre del 1665; e suo pronipote Carlo II morì il primo di novembre del 1700. La crescente incapacità di questi tre sovrani, la debole loro pusillanimità, e l'imprudenza de' loro favoriti e de' loro primi ministri, affrettarono il decadimento della monarchia spagnuola, e fecero che il disprezzo sottentrasse allo spavento che aveva inspirato.

Pure questo decadimento della monarchia spagnuola non somministrò all'Italia i mezzi di spezzare le sue catene. I tentativi fatti dalle province suddite del re di Spagna furono mal combinati e mal diretti, e non ottennero che una più crudele oppressione: rispetto ai piccoli sovrani che si erano posti sotto la protezione della Spagna, più non avevano bastante energia per desiderare maggiore libertà. Talvolta pendevano incerti tra questo giogo e quello della Francia; si avvicinavano momentaneamente a Lodovico XIV, di cui conoscevano l'ascendente; ma bentosto non sentendosi appoggiati da bastante buona fede, ricadevano nelle antiche loro abitudini, e non volevano, per la speranza di lontano ajuto, esporsi all'inimicizia de' loro prossimi vicini.

L'autorità di Filippo III sopra l'Italia non fu turbata dalla rivalità del re di Francia. Vero è che durante parte del suo regno ebbe per antagonista il grande Enrico; ma questo principe, che voleva rialzare i suoi stati dallo spossamento cui gli avevano ridotti le guerre civili, evitò le battaglie, e si chiuse in certo qual modo l'ingresso dell'Italia. La reggenza tutt'affatto austriaca di Maria de' Medici più non diede alla Spagna motivo d'inquietudine. Filippo IV, più debole che suo padre, ebbe più formidabili antagonisti. I due ministri Richelieu e Mazarino, durante tutta la loro amministrazione, altro scopo non si proposero che l'abbassamento della casa d'Austria. Cominciando dal 1621, in cui Richelieu prese a proteggere contro gli Spagnuoli i diritti de' Grigioni protestanti sopra la Valtellina, fino alla pace de' Pirenei del 7 di novembre del 1659, la Spagna e la Francia furono quasi sempre in guerra: ma la Francia non aveva in allora nè un re che sapesse mettersi alla testa delle armate, nè ministri guerrieri; onde non si lasciò allettare da lontane spedizioni. Non perciò fu meno prodiga di sangue e di tesori che in tempo dei più gloriosi regni di Lodovico XII e di Francesco I: ma le sue armi in Italia quasi non oltrepassarono i confini della Valtellina e del Piemonte. Per vero dire i principali suoi sforzi venivano diretti contro la Fiandra e la Germania, ma non devesi perciò meno notare quale proprio carattere di tutte le guerre dirette dai due cardinali, che lo scopo loro fu piuttosto la devastazione che la conquista, e che ruinavano la Spagna senza riuscire utili alla Francia.

Il terzo periodo stendesi dalla pace de' Pirenei fino alla guerra della successione di Spagna, e corrisponde al regno di Carlo II, siccome agli anni più gloriosi di quello di Lodovico XIV. In questo tempo gli ultimi monarchi austriaci di Madrid, tutta sentendo la propria debolezza, cercavano ad ogni prezzo di schivare la guerra, mentre che il Francese, credendo di non potere acquistare gloria che colle armi, avidamente coglieva tutte le occasioni di attaccare i suoi vicini, senza perdere tempo a pesare la giustizia o l'apparente validità dei pretesti che egli impiegava. Nè Lodovico XIV, nè veruno de' suoi consiglieri, hanno potuto credere ben fondati i titoli della regina madre reggente di Francia a dividere la successione di Filippo IV. Altro vero motivo non aveva la guerra che il sentimento della forza opposta alla debolezza, ed i manifesti altro non erano che una grossolana ipocrisia, che sarebbe stato meglio di risparmiare. Non pertanto in questo periodo, che costò tanto sangue all'umanità, l'Italia fu meno che il rimanente dell'Europa il teatro della guerra generale. Le armi francesi quasi non la visitarono che allorquando la vanità di Lodovico XIV compiacquesi nel 1662 di umiliare papa Alessandro VII, in occasione del preteso insulto fatto dai Corsi al suo ambasciatore, e quando nel 1684 desolò la repubblica di Genova con un barbaro bombardamento. Altronde i piccoli principi, imbarazzati dalla libertà che loro rendeva l'indebolimento della Spagna, si volsero verso l'imperatore per deferirgli il loro vassallaggio, ed essere spalleggiati dalla sua protezione; quantunque Leopoldo I, che salì sul trono imperiale nel 1658, e che vi si tenne fino al 1705, non si facesse in Italia conoscere che colle vessazioni e colla rapacità dei suoi generali.

Il ducato di Milano ed i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, rimasero tutto il diciassettesimo secolo sotto il dominio degli Spagnuoli. Non avendo il ducato di Milano in questo spazio di tempo manifestate nè una volontà nazionale, nè una risoluzione che gli appartenesse, desso, non altrimenti che le altre province della vasta monarchia austriaca, non può essere argomento di separata istoria; desso soffrì come le altre il fasto e l'impero del duca di Lerma, del conte duca d'Olivarès, di don Luigi di Haro, i quali, essendo primi ministri e favoriti, dispoticamente governavano il re ed il regno; soffrì ancora più delle altre province, perchè la guerra tra la Francia e la casa d'Austria, avendo in tutto il secolo avuto per oggetto, in Italia il possedimento del Piemonte, del Monferrato, della Valtellina e del ducato di Mantova, mai non si allontanò dai confini del Milanese. Pure questa guerra si trattò, se non con minore crudeltà, almeno con minore attività che non si trattarono quelle del precedente secolo; ed i suoi guasti, come i giornalieri errori del governo, non bastarono a controbilanciare la maravigliosa fertilità di quel bel paese, o a distruggere le dispendiose opere colle quali gli antichi suoi proprietarj avevano signoreggiate le acque, facendole servire ad accrescere le ricchezze delle campagne.

In questo secolo la storia conserva un perfetto silenzio intorno al vice-regno di Sardegna; ma i regni di Napoli e di Sicilia fecero almeno parlare di loro cogl'infruttuosi loro sforzi per iscuotere la tirannide spagnuola.

Le entrate del regno di Napoli, alla metà del XVII secolo, ammontavano a sei milioni di ducati; e le spese dell'amministrazione della flotta e dell'armata, comprese ancora le ambascerie d'Italia, non assorbivano più di un milione e trecento mila ducati. Riputavasi, a dir vero, che settecento mila ducati erano impiegati nel regno in segrete spese, o dilapidati dagli ufficiali del re; ma quattro milioni di ducati, o i due terzi delle ordinarie entrate uscivano ogni anno del regno per pagare i debiti o le armate della Spagna[255]. Un tale impiego dei tributi del popolo a pro di una politica per la quale egli non prendeva verun interesse, lo rendeva estremamente scontento; ma il di lui cattivo umore veniva in oltre accresciuto dal progressivo accrescimento di tutti i carichi. In forza dei privilegj dello stato, riconosciuti da Ferdinando e da Carlo V, veruna nuova imposta poteva essere ordinata senza l'assenso del parlamento, che rappresentava la nobiltà ed il popolo; ma da gran tempo il parlamento più non si adunava, ed ogni giorno i vicerè, stimolati dalla loro corte, inventavano qualche nuova gabella, e sempre più angustiavano con insopportabili pesi un popolo di già estremamente oppresso. Gli Spagnuoli, in conseguenza della consueta loro ignoranza dell'economia politica, gravavano con queste gabelle quasi tutte le derrate di prima necessità, tassando successivamente le carni, il pesce, la farina, ed all'ultimo le frutta. I poveri, costretti di rinunciare ad una consumazione che le imposte rendevano sempre più cara, si andavano successivamente privando degli oggetti tassati. La gabella sulle frutta, che si valutava per la sola città di Napoli quattrocento mila ducati, parve loro fatta per rapir loro l'ultimo rifugio, togliendo loro il solo cibo non ancora sproporzionato ai loro mezzi. Si sollevarono il 7 di luglio del 1647 contro il duca d'Arcos, allora vicerè: un giovane pescatore d'Amalfi, detto Maso o Tommaso Aniello, si fece loro capo; bruciarono le baracche ove precisavasi l'imposta; minacciarono il vicerè, e lo costrinsero a fuggire in castel sant'Elmo; incendiarono le case di coloro che si erano arricchiti colle malversazioni delle finanze; richiamarono i privilegj loro guarentiti da Carlo V; ed all'ultimo sforzarono il governo, vinto in varj incontri, a trattare con loro[256].

Di quest'epoca uno spirito di libertà pareva che tutta animasse l'Europa. Gli Olandesi avevano fatto riconoscere e rispettare la loro repubblica; gl'Inglesi tenevano Carlo I prigioniero ad Hampton-Court; i Francesi facevano la guerra a Mazarino ed alla reggente; i Portoghesi avevano scosso il giogo della Spagna; i Catalani erano sollevati; ed in Sicilia era scoppiata un'insurrezione, prima ancora di quella che poi si manifestò in Napoli. Ma quasi in ogni luogo l'inquietudine ed i lunghi patimenti avevano sollevati i popoli contro intollerabili abusi, prima che i popoli stessi avessero bastanti lumi per correggere i loro governi, o per fondarne di nuovi sopra migliori principj. Il popolaccio si pose alla testa de' movimenti degl'insorgenti e loro diede uno spaventoso carattere. Gli uomini di più elevato ordine, che più ancora della plebe avevano bisogno di libertà, abbandonarono non pertanto una causa pur troppo frequentemente macchiata dai delitti; vedevano da un canto lo stendardo del dispotismo, dall'altro quello dell'anarchia, e non sapevano quale seguir dovessero. I patimenti del popolo e la stessa sua ignoranza, ch'erano l'opera del governo, giustificavano, a dir vero, il suo odio; ma la più dannosa di tutte le passioni cui gli oppressi possano darsi in preda, è quella della vendetta, la quale fa andare a male quasi tutte le rivoluzioni.

Il duca d'Arcos diffidava non meno de' gentiluomini napolitani che del popolo; sapeva di avere violati tutti i privilegj, di avere amaramente mortificati quei gentiluomini che potevano per altro sollevare tutte le province, col credito loro presso i contadini loro vassalli, ed aggiugnerle alla capitale. Giudicò adunque essere prima di tutto conveniente cosa di spargere tra loro la disunione. Perciò incaricò i gentiluomini di dare al popolo simulate proposizioni di conciliazione; li persuase a leggere un falso privilegio di Carlo V, a rendersi garanti di false scritture, e li trasse così avanti nelle proprie perfidie, che il popolaccio, credendoli essere stati strumenti degl'indegni artificj del vicerè, rivolse contro di loro quel furore che a bella prima concepito aveva contro gli Spagnuoli, ne uccise molti, ed incendiò le loro case. Gli altri gentiluomini, sebbene convinti che il solo vicerè era colpevole del sangue de' loro fratelli, furono costretti di assecondarlo, perchè più non ottenevano confidenza, nè trovavano sicurezza nell'opposto partito[257].