Non la data fede, non i giuramenti per quanto fossero solenni, potevano incatenare le vendette del governo spagnuolo. Fu in mezzo alla chiesa del Carmine, nell'istante in cui faceva leggere al popolo gli articoli della pace che aveva in allora giurata, che il duca d'Arcos fece fare una scarica di archibugiate sopra Masaniello ed i compagni di lui[258]. Questo capo di fazione, per una straordinaria felicità, non rimase ferito, ed il vicerè, dichiarando di non conoscere i banditi da lui adoperati, li sagrificò al furore del popolo per ricuperare il proprio credito; poi, continuando a trattare della pace, invitò Masaniello ad un convito di riconciliazione, nel quale gli fece servire una bevanda che lo trasse di senno. Il favorito del popolo perdette allora la confidenza del suo partito a motivo delle sue stravaganze e delle sue crudeltà; ed il duca d'Arcos ne approfittò per farlo assassinare il 16 di luglio[259].

Ne' pochi giorni in cui si mantenne il suo potere, Masaniello aveva esercitata sul popolo la più illimitata autorità. I naturali talenti del giovane pescivendolo, e la pronta ubbidienza della plebaglia ai voleri di lui, avevano atterrito il duca d'Arcos, e strappategli tutte le concessioni colle quali aveva cercato di calmare la sedizione; ma le ritirò tutte tostochè si fu disfatto del suo nemico. Credette allora di potere annullare senza pericolo le obbligazioni recentemente contratte; ma il 21 di agosto ricominciò la sedizione con maggior furore che mai, e gli Spagnuoli, conoscendosi troppo deboli, si ridussero a fare una nuova capitolazione[260]. Ad ogni modo quando colle più solenni promesse ebbero persuaso il popolo a deporre le armi, i tre forti che signoreggiano Napoli, e la flotta di don Giovanni d'Austria, ch'era entrata in porto, cominciarono tutt'ad un tratto, il 5 ottobre a mezzodì, a cannonare ed a bombardare la città; e mentre il popolo disarmato, atterrito, sorpreso, chiedeva tuttavia la cagione di così impreveduto attacco, sbarcarono dalla flotta sei mila uomini delle bande spagnuole, con ordine di uccidere tutto quanto incontrerebbero[261].

Ma la popolazione di Napoli ammontava a più di quattrocento mila uomini. Gl'insorgenti, quasi tutti senza casa e senza beni, non avevano che temere dal bombardamento: combattendo essi senza ordine, non si accorgevano di tutte le perdite che andavano facendo, e l'uccisione che accadeva in una strada non era conosciuta nella vicina, ove cominciava la zuffa. Il popolaccio camminava dall'uno all'altro tetto gettando pietre e tegole sopra i soldati, poscia fuggiva prima che dalla truppa di linea potesse essere raggiunto. Dopo due giorni di battaglia, gl'insorgenti attaccarono i soldati oppressi dalla fatica, e, cacciandoli da tutti i posti, li costrinsero a ripararsi nelle tre fortezze, o sopra la flotta, restando essi padroni della città[262].

Solamente dopo questo fatto i Napolitani cominciarono a trattare coi Francesi, chiamando in loro ajuto Enrico di Lorena, duca di Guisa, che in allora trovavasi a Roma. Costui, per parte di donne discendendo dalla seconda casa d'Angiò, credeva di avere alla corona di Napoli legittimi diritti, che sperava di mettere in campo in così favorevole occasione, e faceva capitale sui soccorsi della Francia. Si recò subito a Napoli, ove fu dichiarato generalissimo e difensore della libertà. Di già cominciava ad essere proferito il nome di repubblica di Napoli, e ad essere accolto con entusiasmo dal popolo, ed in tutte le province, che si erano sollevate in sull'esempio della capitale[263].

Ma il popolo napolitano, sotto il dominio degli Spagnuoli, non aveva acquistati nè i costumi, nè le abitudini, nè le opinioni colle quali si fonda una repubblica. Egli non pensava che a far passare in altre mani l'autorità arbitraria, invece di distruggerla; ubbidì ciecamente a Masaniello poi a Gennaro Annese ed al duca di Guisa, nello stesso modo che aveva ubbidito al vicerè; loro permise di regnare coi supplicj, e non vi fu mai giustizia sommaria più pronta nè più ingiusta che quella di questi favoriti della plebaglia. Nella sua cieca superstizione quel popolo contò assai più sui miracoli della Madonna del Carmine, su quelli dello stesso Masaniello, che risguardava quale santo, che sopra i proprj sforzi. Passando da una cieca confidenza ad una insensata diffidenza, fu tradito da tutti coloro cui affidò il suo potere, e trasmutò in accaniti nemici tutti coloro che perseguitò con ingiuriosi sospetti; soprattutto continuò troppo lungamente a proclamare colle sue grida il re di Spagna, a pretendere di mantenersegli fedele, ed a rigettare sugli Spagnuoli il nome di ribelli. Gli è questo un grand'errore, di credere che le parole adoperate contro il loro senso naturale possano fare illusione sul fondo delle cose. È meno pericoloso per coloro che si ribellano il confessarsi apertamente ribelli; ed i Napolitani avevano bastantemente sperimentato il carattere di Filippo IV e del suo ministero, per essere certi che Filippo non verrebbe con loro a patti che per ingannarli.

Il duca di Guisa, invece di costituire la repubblica che lo sceglieva per suo capo, non pensò che ad attribuirsi un assoluto potere; si mostrò geloso di tutti i diritti della nazione, di tutti quelli dei suoi magistrati, ed in particolare dell'opinione che aveva presso il popolo Tomaso Annese, il più destro partigiano della libertà ed il vero capo della rivoluzione. Siccome il Guisa nulla aveva fatto pel popolo, così non ottenne dal medesimo que' generosi sforzi che inspira il solo amore della libertà. Gennaro Annese, irritato di non avere altro fatto che mutare padrone, e temendo per sè medesimo la gelosia del Guisa, cominciò celatamente a trattare cogli Spagnuoli. All'ultimo vendette loro la propria patria, aprendone loro le porte il 4 aprile del 1648, mentre che il Guisa aveva fatta una sortita con un piccolo corpo d'armata per agevolare l'arrivo delle vittovaglie. Ad un giogo più assai pesante del primo venne assoggettata la città di Napoli, ed altro conforto non ebbe il popolo che quello di vedere coloro che lo avevano tradito cadere vittima della propria perfidia. Il duca d'Arcos aveva perduta la carica di vicerè, ed era stato richiamato in Ispagna; il duca di Matalona ed il principe don Francesco Toralto, da lui persuasi con altri gentiluomini napolitani a tradire i loro compatriotti, vennero uccisi dal popolo furibondo; il duca di Guisa, fatto prigioniero dagli Spagnuoli, non ottenne la sua libertà che nel 1652; e Gennaro Annese, che aveva restituita la corona a Filippo IV, e data la sua patria in mano agli Spagnuoli, perì sopra un patibolo, per ordine di quel re ch'egli aveva ristabilito, insieme a quasi tutti coloro che avevano avuta qualche parte nelle turbolenze; provando in tal maniera che verun servigio, per quanto possa essere grande, cancella agli occhi di un despota le passate ingiurie, e che verun giuramento lo lega verso coloro che una volta tentarono di scemare la sua potenza[264].

La sollevazione di Palermo, scoppiata il 20 maggio del 1647, fu meno lunga e meno importante che quella di Napoli; ma press'a poco andò soggetta alle stesse crisi. Il vicerè di Sicilia, don Pedro Faxardo de Zuniga, marchese de los Velez, non fu nè meno perfido, nè meno crudele del duca d'Arcos. Giuseppe d'Alessi, filatore d'oro, nativo di Polizzi in Sicilia, ebbe in quest'insurrezione le stesse parti che Masaniello a Napoli; come lui fu ucciso il 22 di agosto da' suoi partigiani, comperati dal vicerè, e come lui fu pianto da quel popolo che avrebbe dovuto difenderlo. Per ultimo a Palermo come a Napoli, dopo un'amnistia solennemente accordata, fu tirato nelle strade a mitraglia sopra il popolo, vennero appiccati tutti i capi, e le gabelle, che avevano cagionata la ribellione, e che il vicerè aveva abolite, furono ristabilite in tutta la loro estensione[265].

Ma nello stesso secolo venne scossa in Sicilia l'autorità spagnuola da un'altra sollevazione, dalla quale potevano aspettarsi più serie conseguenze, perchè gl'insorgenti trovavansi spalleggiati da Lodovico XIV, in allora giunto al più elevato grado della sua possanza. Tale insurrezione scoppiò in Messina in agosto del 1674. Sola di tutte le città della Sicilia Messina era di que' tempi governata, piuttosto come repubblica che come municipio, da un senato scelto in città, di cui il governatore spagnuolo altro non era che il presidente con limitatissima autorità. La libertà aveva conservata a Messina una prosperità sconosciuta in tutti gli altri regni di casa d'Austria. La città contava sessanta mila abitanti; il commercio vi aveva adunate grandissime ricchezze; le arti, le manifatture, l'agricoltura venivano egualmente incoraggiate; ma gli Spagnuoli risguardavano tanta prosperità come un pericoloso esempio per le vicine città, alle quali la vista di cotale prosperità poteva far desiderare i privilegj che avevano da gran tempo perduti. Altronde i governatori hanno tutti la stessa avversione per quei diritti che autorizzano i loro amministrati a resistere loro, e sono sempre solleciti di sopprimerli. Don Diego Soria, governatore di Messina, oppressava la città con nuove gabelle, sprezzava apertamente i diritti del senato, e cadde pure in sospetto d'aver voluto far perire tutti i senatori un giorno che li fece arrestare nel proprio palazzo. Questo forse malfondato timore fece scoppiare l'insurrezione. Gli Spagnuoli, scacciati dalla città, si ripararono nelle quattro fortezze che la circondano. Alcuni deputati spediti al duca d'Etrèe, ambasciatore in Roma di Lodovico XIV, gli offrirono pel suo re il possedimento di Messina, e con essa la sovranità della Sicilia. Tale offerta fu dall'ambasciatore avidamente accettata ed in appresso dalla sua corte. Lodovico XIV venne in Messina proclamato re di Sicilia; ed il commendatore Alfonso di Valbella si recò con sei navi da guerra a prendere possesso di quella città[266].

Nel susseguente anno il duca di Vivonne, ed in appresso il signore di Quesne intrapresero la conquista delle altre città della Sicilia, e la difesa di quelle che di già erano dai Francesi possedute. Accanite zuffe ebbero luogo tra i Messinesi e gli Spagnuoli, tra i Francesi e gli Olandesi alleati della corte di Spagna. Fu appunto nella più sanguinosa di tali battaglie che il valoroso ammiraglio Olandese Ruyter fu mortalmente ferito il 22 aprile del 1676[267].