Però Lodovico XIV aveva perduta la speranza di occupare tutta intera la Sicilia; e quando si aprirono in Nimega le conferenze per la pace, conobbe bentosto che una delle condizioni, cui sarebbe forzato di accettare, sarebbe l'evacuazione di Messina. Facendo di cotale cessione un articolo del trattato, avrebbe potuto facilmente ottenere un'amnistia per coloro che l'avevano servito, e fors'anco la ratifica degli antichi loro privilegj; ma parvegli che il proprio orgoglio avrebbe meno sofferto evacuando spontaneamente la città, senza condizione, senza esservi forzato, e come una semplice operazione militare. Prima del 17 di settembre del 1678, giorno in cui fu sottoscritta la pace di Nimega colla Spagna, Lodovico XIV mandò ordine al maresciallo de la Feuillade, che aveva il comando di Messina, di rassegnare la guardia della città agli abitanti, e di partire immediatamente con tutti i Francesi. Il senato ricevette questo crudele avviso, allorchè quasi tutti i Francesi erano di già imbarcati; desso supplicò la Feuillade di sospendere la sua partenza almeno pochi giorni, poichè non gli sovrastava verun pericolo, e di accordare in tale maniera agli sventurati Messinesi il tempo d'imbarcarsi con lui, onde sottrarsi ai carnefici della Spagna; per somma grazia non potè ottenere dal maresciallo che quattr'ore di ritardo. In così breve spazio di tempo si rifugiarono sulla flotta francese sette mila persone, ma con tanto precipizio che tutte le famiglie si trovarono separate, e che in questa scena di spavento non vi fu una sola madre di famiglia che non perdesse lo sposo, il fratello, o taluno de' suoi figliuoli, non un fuggiasco che potesse seco trasportare soltanto tutto il suo effettivo danaro, o i suoi più preziosi effetti. Bentosto, il maresciallo, temendo che la sua flotta non fosse troppo carica, fece spiegare le vele, mentre due mila persone gli tendevano ancora dalla riva le braccia, e chiedevano ad alte grida di essere ricevuti a bordo.
Pur troppo giusto era lo spavento di quegli sciagurati. Il vicerè don Vincenzo Gonzaga pubblicò, gli è il vero, un'amnistia quando entrò in Messina, ma la corte di Madrid non tardò ad annullarla. Vennero confiscati tutti i beni de' fuorusciti; la città fu privata di tutti i suoi privilegj, e vi s'innalzarono monumenti ond'eternare la memoria del suo gastigo; furono banditi tutti coloro che avevano avuto qualche impiego sotto i Francesi, e condannati a morte quelli che avevano presa una parte più attiva nella ribellione. Di sessanta mila abitanti che popolavano quella città, appena ne rimasero undici mila; e questa misera città non potè mai più rifarsi da tanto infortunio[268].
Dall'altro canto coloro, che dopo essersi sagrificati per la Francia, confidavano nella riconoscenza di Lodovico, e che il maresciallo de la Feuillade aveva condotti sulla sua flotta, vennero ripartiti in varie città della Francia e mantenuti a spese del re per un anno e mezzo; ma questi improvvisamente ordinò loro sotto pena della vita di uscire dal suo regno, e li privò d'ogni sussidio. Si videro allora uomini d'illustri natali, che fin allora avevano vissuto nell'opulenza, ridotti alla mendicità, ed altri riuniti in bande farsi assassini di strada. Mille cinquecento de' più disperati passarono in Turchia, ove abjurarono la fede, non volendo altri compagni che coloro, i quali abborrivano com'essi tutti i principi cristiani. Per ultimo soli cinquecento ottennero passaporti dagli ambasciatori spagnuoli per rientrare in patria; ma il nuovo vicerè di Sicilia, il marchese de las Navas, gli fece imprigionare di mano in mano che arrivavano; e tutti, ad eccezione di quattro, furono condannati o alla forca o alle galere[269].
Gli altri stati d'Italia furono ben lontani dal provare in questo secolo rivoluzioni di tanta importanza. Di tredici papi, che successivamente occuparono la cattedra di san Pietro, da Clemente VIII a Clemente XI, tre soltanto richiamano l'attenzione dello storico sul loro regno per avvenimenti di qualche importanza. Paolo V, dal 1605 al 1621, per le sue contese colla repubblica di Venezia; Urbano VIII, dal 1623 al 1644, per la guerra de' Barberini; ed Alessandro VII, dal 1655 al 1677, per gli oltraggi ricevuti da Lodovico XIV.
Paolo V, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Camillo Borghese, godeva somma riputazione per l'integrità de' suoi costumi, pel suo zelo per la religione, ed in particolare pel suo grande attaccamento alle immunità ecclesiastiche, le quali fino nel primo anno del suo regno si credette chiamato a difendere, perchè il consiglio del dieci aveva, in Venezia, fatti imprigionare un canonico di Vicenza, ed un abbate di Nervesa, accusati di enormi delitti, e perchè in tale occasione la repubblica aveva pure richiamata in vigore un'antica legge che vietava agli ecclesiastici l'acquisto di nuovi stabili. Paolo V intimò al doge di Venezia, sotto pena di scomunica, di dare in mano al nunzio Mattei i due prigionieri ecclesiastici e di rivocare una legge che sembravagli contraria ai diritti della Chiesa. Paolo V era persuaso che niun sovrano oserebbe resistere all'autorità pontificia; lo zelo religioso era stato riscaldato dai papi allevati nei tribunali dell'inquisizione che si erano succeduti in sul declinare del precedente secolo, dal fanatismo di Filippo II, dalla riforma del concilio di Trento, e dalla violenza delle guerre di religione di fresco terminate in Francia, e non ancora spente in Fiandra. La fermezza della repubblica di Venezia gli recò non poco stupore, e forse fu cagione che non procedesse a nuove usurpazioni. Piuttosto che cedere, i Veneziani incorsero la scomunica e l'interdetto contro di loro fulminati il 17 aprile del 1606. Ordinarono, sotto pena della vita, a tutti i preti e monaci dello stato di risguardare come non avvenuto quest'interdetto, e di continuare la celebrazione de' divini ufficj. I Gesuiti, i Teatini ed i Cappuccini, avendo ricusato di ubbidire, furono costretti ad uscire dal territorio della repubblica, ed i primi non vi furono nuovamente ricevuti che nel 1657. Paolo V, non volendo cedere, cominciò a fare leva di truppe per ispalleggiare colle armi i suoi decreti. I Veneziani fecero lo stesso, e chiesero l'assistenza del re di Francia, loro alleato. Questi (Enrico IV) s'interpose con zelo per terminare una lite che poteva risvegliare una guerra generale. Spedì il cardinale di Giojosa a Venezia, indi a Roma per trattare; ed appoggiò così bene la fermezza del senato di Venezia, che la repubblica, nell'accomodamento conchiuso in Venezia, il 21 aprile del 1607, nè rinunciò al diritto di tradurre gli ecclesiastici innanzi ai tribunali secolari, nè alla legge che proibiva loro l'acquisto di beni stabili, e soltanto consegnò al cardinale di Giojosa i due ecclesiastici ch'erano stati imprigionati, dichiarando di farlo solo per deferenza verso il re di Francia[270].
Durante il suo lungo papato Paolo V arricchì a dismisura i suoi nipoti; una ragguardevole parte dell'Agro Romano fu data ai Borghesi: e que' vastissimi poderi, di mano in mano ch'erano posseduti da più ricchi proprietarj, vedevano scemare il numero de' loro abitanti. I Borghesi troppo ricchi per non dissipare con principesco lusso l'entrate loro procurate dallo zio, non lo erano bastantemente per far coltivare la provincia che possedevano, e che rimaneva perciò destinata al pascolo.
Il cardinale Maffeo Barberini, innalzato alla santa sede il 6 d'agosto del 1623, sotto il nome di Urbano VIII, fu ancora più prodigo dei beni della chiesa verso i suoi nipoti. Nel periodo di ventun anni di regno, loro abbandonò tutta la direzione degli affari della chiesa, e fece loro avere più di cinquecento mila scudi d'entrata. Ma i Barberini non si appagavano delle ricchezze; volevano approfittare del loro predominio sullo spirito dello zio pressocchè rimbambito per acquistare i ducati di Castro e di Ronciglione, feudi di casa Farnese, posti tra Roma e la Toscana[271].
Di quest'epoca que' due ducati, siccome ancora quelli di Parma e di Piacenza, erano governati da Odoardo Farnese nipote di Alessandro, l'illustre rivale di Enrico IV. Credeva Odoardo di essere per ereditario diritto un eroe ed un valente generale. Avendo contratti in Roma gravissimi debiti, di cui non pagava le usure, aveva dato al governo pontificio un plausibile pretesto per ordinare l'apprensione de' suoi feudi e per proporgli in seguito un trattato di vendita o di permuta; ma alle pretese dei Barberini egli oppose un'alterigia eguale alla loro, e non volle sapere di convenzioni. In tale occasione scoppiò una guerra tra la chiesa ed il duca di Parma nel 1641: e fu questa la sola in tutto questo secolo che avesse origine italiana. Tutte le altre guerre, che durante questo periodo insanguinarono il suolo della penisola, erano state provocate da oltremontani interessi. Il duca di Modena, il gran duca di Toscana, e la repubblica di Venezia presero parte in questa guerra come alleati di Odoardo Farnese; fu guastato molto paese, e ruinate le finanze della chiesa e del ducato di Parma; ma non pertanto questa guerra fu ancora più ridicola che pregiudicevole ai combattenti. Taddeo Barberini, prefetto di Roma e generale della chiesa, che aveva adunati nel Bolognese diciotto in ventimila uomini, fuggì colla sua armata, che interamente si disperse alla sola notizia dell'avvicinamento del Farnese, sebbene si sapesse che questa non aveva più di tre mila cavalli. Ma lo stesso Odoardo per la sua instabilità, per una presontuosa ignoranza, e per una inconsiderata prodigalità, perdette tutto il vantaggio che gli avevano dato la viltà de' suoi nemici e la cooperazione de' suoi alleati. Perciò dovette riputarsi felice che, colla pace sottoscritta in Venezia il 31 maggio del 1644, si rimettessero le parti belligeranti nello stato in cui si trovavano prima della guerra[272].