Nel diciassettesimo secolo i papi più non avevano sullo stato politico dell'Europa quell'influenza che i loro predecessori avevano esercitata nel sedicesimo. I Borboni non avevano loro mostrata giammai la medesima deferenza che i monarchi spagnuoli. Pure dovevano i papi risguardarsi per lo meno come sovrani ne' loro stati, ed in potere in tale qualità di amministrare liberamente la giustizia nella propria capitale. Lodovico XIV parve disposto a contrastare ad Alessandro VII tale prerogativa, mantenendo, sotto nome di franchigia, la protezione che il suo ambasciatore accordava agli abitanti di tutto un quartiere di Roma, contro la giustizia papale. La disputa intorno alle franchigie, cominciata nel 1660 e rinnovata nel 1662, spinse agli estremi i Corsici della guardia del papa, i quali, dopo essere stati malmenati dai servitori dell'ambasciata francese, vennero in corpo ad insultare ed attaccare il duca di Crequì, ambasciatore di Francia. Per vendicarlo, Lodovico XIV rinviò il nunzio pontificio, occupò Avignone ed il contado Venosino, ed apparecchiò un'armata per attaccare Alessandro VII nella sua stessa capitale. In pari tempo chiese con alterigia una pubblica soddisfazione; e l'ottenne col trattato di Pisa del 12 febbrajo del 1664, avendo il papa ed i suoi nipoti accondisceso alle più umilianti condizioni[273].
La disputa delle franchigie si rinnovò con maggiore acerbità sotto Innocenzo XI. Avendo egli ottenuto dagli altri ambasciatori d'Europa l'abolizione delle loro franchigie, volle approfittare della morte del duca d'Etrès, accaduta in Roma il 30 gennajo del 1687, per abolire, prima che il re gli desse un successore, quelle di cui aveva goduto come ambasciatore di Francia: Lodovico XIV non volle acconsentirvi, e destinò ambasciatore presso la corte di Roma il marchese di Lavardino, colà mandandolo con una guardia di ottocento spadaccini per minacciare il papa perfino nella sua capitale. Costoro si afforzarono nel palazzo di Francia; e difesero le franchigie dell'ambasciatore francese colle armi, non solo villanamente mancando al rispetto dovuto dal re al capo della sua chiesa, ma perfino ai riguardi che il più potente monarca avrebbe dovuto mostrare verso il più piccolo sovrano. L'affare delle franchigie non ebbe fine che nel 1693 sotto il papato d'Innocenzo XII, nella quale epoca Lodovico fu contento di desistere da un preteso diritto che manteneva l'anarchia, e favoreggiava il delitto negli stati del capo della cattolica religione[274].
Gli stati della Savoja e del Piemonte furono successivamente governati, in questo secolo, da cinque duchi, tre de' quali si resero illustri pel loro singolare ingegno. Pure questa casa, che nel susseguente secolo doveva acquistare tanta preponderanza in Italia, a stento potè in questo conservare quello stato di potenza cui era giunta ne' primi anni del medesimo. Se i suoi confini si mantennero press'a poco gli stessi, se le sue fortezze crebbero di numero e d'importanza, i suoi sudditi vennero crudelmente ruinati dalle guerre che si trattarono continuamente nel loro paese.
Carlo Emmanuele I, che in sul cominciare del secolo, regnava già da venti anni in Torino, e che morì soltanto il 26 di luglio del 1630, alle qualità che formano il grande capitano univa i talenti del sommo politico, ond'era risguardato come il più illustre principe d'Italia; ma la sua insaziabile ambizione, gl'intrighi, la mala fede dovevano finalmente inimicarlo con tutti i suoi vicini. Aveva a vicenda cercato di occupare Ginevra, l'isola di Cipro, Genova ed il Monferrato; ma non si era ristretto a muovere guerra soltanto a piccoli stati, aveva pure alternativamente attaccate la Francia e la Spagna, ed attirate nei suoi stati le armate di quelle grandi potenze; onde quando egli venne a morte, le sue migliori città si trovavano in potere de' suoi vicini[275].
Vittorio Amedeo, figliuolo di Carlo Emmanuele I, che aveva sposata Cristina di Francia, figlia d'Enrico IV, non fu meno valoroso, nè meno accorto di suo padre; ma più leale nella sua politica, e più costante nelle sue amicizie, non si attaccò che alla Francia. Ne' sette anni di continua guerra ch'egli sostenne, durante il breve suo regno, contro gli Spagnuoli, padroni del Milanese, non potè ricuperare che una parte di ciò che aveva perduto suo padre. La sua morte accaduta il 7 ottobre del 1637, riuscì fatale alla casa di Savoja; la sua vedova Cristina fu dichiarata tutrice de' figli, il maggiore de' quali, Francesco Giacinto, morì il 4 d'ottobre del 1638, ed il secondo, Carlo Emmanuele II, non aveva che quattro anni quando successe alla corona. Ma due fratelli di Vittorio Amedeo, il cardinale Maurizio ed il principe Tommaso, fondatore del ramo di Savoja Carignano, vedevano con estremo rincrescimento la reggenza in mano di una donna forestiera, che a parer loro non conosceva i veri interessi, nè la politica della loro casa. Contrastarono a Cristina l'autorità, e gli stati di Savoja trovaronsi avviluppati in lunghe guerre civili, per le quali Cristina implorò i soccorsi della Francia, ed i cognati di lei quelli della Spagna. Questi alleati posero a carissimo prezzo i loro sussidj: Cristina provò tutto l'orgoglio ed il despotismo del cardinale di Richelieu, i principi non soffrirono meno per la mala fede degli Spagnuoli, ed i popoli per lo spazio di oltre vent'anni furono tormentati dai Francesi e dagli Spagnuoli[276].
Carlo Emmanuele II, anche dopo uscito di tutela, non illustrò in verun modo il suo regno; e dopo la sua morte, accaduta il 12 giugno del 1675, i suoi stati sperimentarono nuovamente le disgrazie di un'altra minorità. Suo figlio Vittorio Amedeo aveva allora soltanto nove anni: ad ogni modo la reggenza della madre di lui, Giovanna Maria di Nemours, non fu così torbida come quella di Cristina. Vittorio Amedeo II, quando entrò negli affari, diede prove di somma abilità. Il 4 giugno del 1690 si associò alla lega della Spagna, dell'Inghilterra e dell'Olanda per contenere l'ambizione di Lodovico XIV. Abbandonò questo partito il 29 d'agosto del 1696 per entrare nell'alleanza del re di Francia; ed in tale circostanza si mostrò più pieghevole ed accorto che leale: cogli stessi artificj destramente adoperandosi tra rivali di lui più potenti assai, innalzò nel susseguente secolo la sua casa ad un più elevato grado, che prima non teneva, tra quelle de' principi d'Europa[277].
La Toscana, che ne' precedenti secoli ebbe così gran parte nella storia d'Italia, si fece appena osservare nel diciassettesimo. Il gran duca Ferdinando I regnava tuttavia in Firenze nel principio del secolo, che morì il 7 febbrajo del 1609. Dagli antichi Medici egli aveva ereditato quella considerazione pel commercio che gli altri principi italiani non sapevano apprezzare; cercò d'inspirare ai Toscani il gusto delle spedizioni marittime, cui non sono naturalmente inclinati; cambiò la fortezza di Livorno in città, abbellì il suo porto con magnifici lavori, e gli accordò quelle esenzioni che vi richiamarono quasi tutto il commercio di cabotaggio del Mediterraneo[278]. Nello stesso tempo incoraggiò i cavalieri dell'ordine di santo Stefano ad armare in corso contro i Barbareschi. Nel 1607 sei galere tentarono di sorprendere Famagosta, e saccheggiarono Ippona nel susseguente anno[279]. Cosimo II, figlio e successore di Ferdinando I, si mostrò ancora più zelante del padre per la gloria della marina toscana; e sebbene la sua mal ferma salute e la povertà dell'ingegno non gli consentissero di parteciparvi personalmente, niuno fu di lui più appassionato per la gloria militare. Nel breve suo regno di dodici anni l'ordine di santo Stefano, in sull'esempio di quello di Malta, intraprese ogni anno qualche spedizione contro i Barbareschi[280]; ma Cosimo II morì il 28 febbrajo del 1621; e Ferdinando II, suo figliuolo, essendo ancora fanciullo, tennero la reggenza la madre e l'ava[281].
Il lungo regno di Ferdinando II, che morì soltanto il 23 maggio del 1670, portò tutto intero il carattere delle donne che lo avevano educato; fu dolce, pacifico debole. Questo principe fu buono e non privo di talenti; ma un languore mortale si stendeva su tutte le parti dell'amministrazione; e sotto il suo regno ebbe cominciamento quell'universale apatia, che successe all'antica attività de' Toscani. Per altro la corte di Ferdinando II venne illustrata da uno zelo glorioso per le scienze naturali: le proteggeva caldamente suo fratello il cardinale Leopoldo de' Medici; e sotto i di lui auspicj nel 1657 fu fondata l'accademia del Cimento, la quale fece le sue più belle sperienze a spese de' Medici[282].
Cosimo III, che del 1670 successe a suo padre Ferdinando II, aveva ricevuto da sua madre Vittoria della Rovere uno spirito minuzioso e diffidente, un ridicolo fasto, un eccessivo bigottismo. Aveva egli sposata Margarita Luigia d'Orleans, cui il suo carattere lo rendette in breve odioso oltre ogni credere. Le loro contese, la ritirata della gran duchessa alla corte di Lodovico XIV, le di lei imprudenze, e la costanza del marito di lei a perseguitarla, sono le sole cose di cui parlano gli annali della Toscana fino alla fine del secolo. Intanto Cosimo III prodigava i suoi tesori nel comperare a caro prezzo nuovi convertiti, e nell'abbellire le Chiese; e la corte e la nazione, strascinate dall'esempio del principe, si abituavano all'ipocrisia ed alla dissimulazione[283].