Nello stesso tempo si combatteva ancora in altre parti dello stato fiorentino. Lorenzo Carnesecchi era commissario generale nella Romagna toscana; risiedeva d'ordinario a Castrocaro; e con pochissimi soldati e senza danaro, trovò il modo di allestire una piccola armata in questa provincia; rispinse gli attacchi delle truppe papali; portò invece il terrore ed i guasti in tutta la Romagna pontificia, e sforzò il governatore della legazione a chiedergli una parziale tregua. Il Carnesecchi non vi acconsentì, che quando ebbe egli medesimo esaurite tutte le sue forze per continuare la guerra[60].

La cittadella d'Arezzo, assediata dagli Aretini, capitolò il 22 di maggio. I soldati che vi stavano di guarnigione si erano ammutinati, per non assoggettarsi più lungo tempo alle privazioni rendute necessarie dallo stato d'assedio. Gli Aretini non l'ebbero appena in loro potere che la spianarono all'istante, affinchè il principe d'Orange non potesse mandarvi guarnigione[61]. Il 23 di giugno si arrese agli Spagnuoli per capitolazione Borgo san Sepolcro, senza avere prima sostenuto un assedio[62]. Volterra si era data alle truppe del papa il 24 di febbrajo[63]: ma perchè questa città credevasi di somma importanza, i dieci della guerra, dopo avere nominato Francesco Ferrucci commissario generale, ed avergli date illimitate facoltà, e tali che mai non le aveva avute verun cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere la fortezza di Volterra, che tuttavia si difendeva, e di tentare, se fosse possibile, di riavere ancora la città.

Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola armata in Empoli, dove aveva pure raccolti abbondantissimi magazzini di vittovaglie, che successivamente spediva a Firenze; ed aveva posta quella città in così buono stato di difesa, ch'egli accertava che le sole donne avrebbero potuto coi loro fusi respingere gli Spagnuoli; egli partì il 27 di aprile, a seconda degli ordini ricevuti, e affidò il comando della città ad Andrea Giugni ed a Pietro Orlandini[64].

La partenza del Ferrucci ebbe per Empoli funeste conseguenze: il principe di Orange spedì Diego Sarmiento, coi Bisogni spagnuoli, per assediarla; vi aggiunse tutta la cavalleria di don Ferdinando Gonzaga, e varie vecchie bande del marchese del Guasto. Nello stesso tempo Fabrizio Maramaldo batteva la campagna, e vietava al Ferrucci di avvicinarsi all'assediata città. Le batterie spagnuole cominciarono a battere Empoli il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali diedero alla piazza un sanguinosissimo assalto; ma dopo molte ore di battaglia furono respinti. Nella susseguente notte, gli abitanti d'Empoli, temendo i patimenti di un assedio, mandarono segretamente al campo spagnuolo per capitolare, ed avendo ottenuta una salvaguardia per le persone e proprietà loro, non fecero parola dei soldati che gli avevano valorosamente difesi. I due capitani Giugni ed Orlandini avevano avuto parte in questa vergognosa transazione. Quando in seguito gli Spagnuoli vennero introdotti entro le mura di Empoli, disprezzarono la capitolazione, ed abbandonarono al saccheggio non solo i ricchissimi magazzini adunati con tanto zelo e stento dal Ferrucci per assicurare l'approvvigionamento di Firenze, ma inoltre tutte le case degli abitanti[65].

Intanto Francesco Ferrucci aveva condotta a buon fine la sua spedizione: partito da Empoli il 27 d'aprile, con circa mille quattrocento fanti e dugento cavaleggieri, cui aveva fatto prendere provvigioni per due giorni, giunse non pertanto lo stesso giorno a Volterra, tre ore prima di notte. Dopo essere entrato nella cittadella per la porta del soccorso, ed avere dato un'ora di riposo a' suoi soldati, scese nella città e forzò i primi trinceramenti innalzati dai Volterrani, e gl'inseguì vivamente fino alla piazza di sant'Agostino, dove eransi eretti altri trinceramenti. Intanto era sopraggiunta la notte, ed i suoi soldati, oppressi dalla fatica del lungo cammino fatto e dalla recente ostinata battaglia, più non potevano reggersi in piedi; fu d'uopo perciò trincerarsi sulla piazza, aspettando il vegnente mattino. All'indomani ricominciò la battaglia in sul fare del giorno. I Volterrani attendevano ad ogni istante gli ajuti loro promessi da Fabrizio Maramaldo, il quale occupava la provincia con due mila cinquecento Calabresi, i quali, non ricevendo il soldo, vivevano a discrezione. Ma il Ferrucci costrinse i Volterrani a capitolare, prima che il Maramaldo potesse soccorrerli[66].

Il Ferrucci si affrettò di mettere Volterra in istato di difesa: doveva nello stesso tempo tenersi in guardia contro gli abitanti della città, pieni di rancore verso i Fiorentini, e contro Fabrizio Maramaldo, che non tardò ad attaccarlo colla sua infanteria leggiere. Prolungaronsi fra di loro le zuffe tutto il mese di maggio con un accanimento che si cangiò in odio personale. Dopo la presa di Empoli, il marchese del Guasto e don Diego di Sarmiento raggiunsero Maramaldo coi loro corpi d'armata. Il 12 di giugno scoprirono le loro batterie contro le mura di Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci rimase gravemente ferito in due parti durante quest'attacco; ma senza dar tempo di farsi medicare, fecesi portare sopra una seggiola in tutti i posti più minacciati dal nemico, e continuò egli solo, senza perdere un solo istante, a dirigere la difesa[67]. Il 17 di giugno, il marchese del Guasto, che aveva ricevuto dal campo del principe d'Orange un rinforzo d'artiglieria, aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della città. La febbre erasi aggiunta alle ferite del Ferrucci; ma non pertanto questi, lasciando in non cale ogni cura della sua salute, fece testa al nemico, e dopo un'accanita zuffa lo costrinse a levare vergognosamente l'assedio[68].

Dopo avere assicurato il possedimento di Volterra, il Ferrucci rivolse il pensiero ad eseguire la commissione che gli era stata data dai dieci della guerra; cioè di ragunare tutti i soldati fiorentini che trovavansi nelle varie parti del territorio tuttavia soggetto al governo della repubblica, e di venire, dopo avere in tal guisa ingrossato il più che poteva la sua piccola armata, ad attaccare il campo degli assedianti, mentre che i Fiorentini lo asseconderebbero con una vigorosa sortita; imperciocchè il gonfaloniere, la signoria, i dieci della guerra, e lo stesso consiglio degli ottanta, desideravano la battaglia, ed ordinavano ai loro generali d'attaccare il nemico. Invano Malatesta Baglioni e Stefano Colonna dichiaravano di non poter condurre le milizie contro soldati veterani, superiori di numero, e protetti dai loro trinceramenti in gagliarde posizioni: i consiglj replicavano l'ordine d'attaccare il nemico, onde almeno conservare alcuna possibilità di prosperi avvenimenti, mentre che la fame, ch'essi vedevano non lontana, e la peste, che dal campo nemico era entrata in città, gli andavano distruggendo, quasi con tanta rapidità come avrebbe fatto la battaglia, senza lasciar loro nè gloria, nè speranza[69].

Il Ferrucci ricevette il 14 di luglio le nuove facoltà che gli venivano affidate, le quali lo rendevano in autorità eguale alla signoria ed all'intero popolo di Firenze; in pari tempo ebbe ordine di porsi in cammino per salvare la sua patria, che tutte in lui solo riponeva le sue speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini venti compagnie, sette delle quali lasciò alla custodia di Volterra, e seco condusse le altre tredici, che non ammontavano in tutto a più di mille cinquecento uomini, sebbene in origine fossero tutte composte di dugento soldati. Scese la Cecina, ed arrivò per Vado e Rossignano a Livorno, senza lasciarsi trattenere dagli archibugieri di Maramaldo, che tentavano di precludergli la strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore Giampaolo Orsini lo stava aspettando con un corpo quasi eguale al suo. Era questi figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior pericolo della repubblica, le si era offerto con una specie di cavalleresco sagrificio, onde avere parte in quest'ultima battaglia in favore della libertà e dell'indipendenza italiana[70]. Per pagare queste due piccole armate, convenne levare danaro in Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni; e mentre che il Ferrucci, oppresso dalle fatiche e dalle cure, doveva provvedere personalmente a tutto, fu sorpreso da violenta febbre, che lo tenne tredici giorni in una forzata e disperante inazione[71].

Il piano che stava per eseguire il Ferrucci non era suo. Egli aveva offerto alla signoria di condurre la sua piccola armata contro Roma, dove sapeva trovarsi il papa senza veruna difesa; avrebbe dato voce d'andare a mettere a sacco per la seconda volta la corte romana, ed avrebbe richiamati così sotto le sue insegne la folla dei mercenarj senza onore e senza religione, che non guerreggiavano che per bottinare: soprattutto contava di guadagnare facilmente i Bisogni spagnuoli di Diego Sarmiento. Il papa, atterrito all'avvicinarsi di questa truppa, avrebbe fatta la pace, o per lo meno avrebbe richiamato il principe d'Orange per difendersi. Ma la signoria ricusò di approvare cotale progetto, da lei giudicato troppo ardito[72].