Pochi dì avanti Francesco I, per fare cosa grata al papa ed all'imperatore, aveva fatto dare ordine a questo stesso Malatesta Baglioni, ed allo stesso Stefano Colonna, di abbandonare il servigio de' Fiorentini, dichiarando di non li volere incoraggiare nella loro ribellione contro la Chiesa e contro l'impero; ma in pari tempo che loro pubblicamente mandava quest'imbasciata, li faceva segretamente avvisare di non ubbidire. Richiamava il signore de Viglì, ma vi lasciava Emilio Ferreto in qualità di segretario dell'ambasciata, commettendogli di sostenere il coraggio de' Fiorentini, e di accertarli, che ricuperati che avesse i figliuoli col pagamento della loro taglia, tornerebbe a dar loro aperti ajuti[52].

Dietro una decisione del gran consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva spediti ambasciatori all'imperatore ed al papa a Bologna per chiedere la pace. Erano essi incaricati di offrire il richiamo de' Medici in Firenze, a condizione che tutto lo stato fiorentino sarebbe restituito alla repubblica, che sarebbe conservata la di lui libertà, e che la presente costituzione non verrebbe alterata. Carlo V non volle trattare con loro, e sempre li rinviò al papa; questi parve volere accordare le due prime condizioni, ma si alterò grandemente contro coloro che proponevano la terza; giurò che rovescierebbe un governo abbandonato alla plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione avrebbe dovuto rispettare; e costrinse gli ambasciatori, a mezzo febbrajo, ad uscire immediatamente da Bologna senza avere niente convenuto[53].

Ma nè la durezza dell'imperatore e la collera del papa, nè l'abbandono del re di Francia, nè la fuga di varj capitani che passarono tra i nemici, nè le trame dei partigiani de' Medici, perseguitati con un rigore e con forme di giudizj indegni di una repubblica, nè la successiva perdita di tutto il dominio dello stato, ebbero forza di scoraggiare i Fiorentini. I monaci del convento di san Marco ed i proseliti di Girolamo Savonarola avevano ricominciate le loro prediche. Fra Benedetto da Fojano di santa Maria Novella, e fra Zaccaria, domenicano di san Marco, erano tra costoro i due più eloquenti oratori, e quelli che il popolo ascoltava con maggiore entusiasmo. Incoraggiavano essi i divoti colla promessa che Cristo, nominato loro re, penserebbe a difenderli, e profetizzavano che quando parrebbe impossibile ogni umano soccorso, quando gl'imperiali avrebbero di già innalzate sulle mura le loro insegne, gli Angeli del Signore scenderebbero in mezzo alla battaglia, e scaccierebbero colle infuocate loro spade i nemici del Signore dalla città che si era data in di lui potere[54].

Mentre i Fiorentini aspettavano ogni venerdì di essere attaccati dal principe d'Orange, perchè gli Spagnuoli risguardavano tale giorno siccome fausto, non lasciavano dal canto loro passare un sol dì senza tentare con qualche sortita di sorprendere alcun posto de' nemici. In molte di queste zuffe perirono parecchj uomini che alla repubblica erano utilissimi, e si prese da ciò motivo di accusare Malatesta Baglioni di aver voluto spossare la guarnigione con questa piccola guerra. Con ciò, a dir vero, il Baglioni riuscì a rendersi affatto dipendente il consiglio di guerra, perchè gli ufficiali, che si andavano perdendo in queste scaramucce, venivano sempre rimpiazzati da creature proposte da lui medesimo; e dall'altra parte potev'essere fondato a credere che con queste piccole perdite non comperava a troppo caro prezzo il vantaggio di agguerrire i suoi soldati, d'inspirar loro confidenza e di dissipare quell'impazienza e quella noja che spesso riescono alle truppe assediate più funeste che le spade nemiche[55].

Alcune delle sortite de' Fiorentini avevano un piano più generale. Sorprendendo di notte i quartieri de' nemici, potevano lusingarsi di disordinare tutto l'esercito e di forzarlo a levare l'assedio. Queste notturne sorprese chiamavansi incamiciate, perchè gli assalitori si coprivano con una camicia bianca, ad oggetto di riconoscersi nell'oscurità. Talvolta i Fiorentini non temevano di attaccare i loro nemici in pieno giorno; ed il 21 di marzo, dietro gli ordini di Malatesta Baglioni, cinque corpi, cadauno di cinque in sei cento uomini, sortirono da cinque diverse porte per attaccare contemporaneamente gl'imperiali, onde occupare un ridotto, chiamato il cavaliere, innalzato dal principe d'Orange in faccia alla porta Romana: un corpo doveva condurre a fine quest'impresa, mentre gli altri distrarrebbero l'attenzione del nemico. Sgraziatamente i Fiorentini furono traditi da un disertore, che uscì di città mezz'ora prima di loro; pure, sebbene gl'imperiali si trovassero da per tutto apparecchiati a riceverli, l'attacco dei Fiorentini fu così vivo, che molti di loro giunsero sul Cavaliere; e quando si ritirarono all'avvicinarsi della notte, avevano fatto ai nemici assai maggior male che non ne avevano ricevuto[56]. Rinnovarono lo stesso attacco il 28 di marzo, ma meno felicemente. Il giorno di Pasqua ed i seguenti giorni, ebbero ancora luogo alcune brillanti scaramucce. Intanto l'imperatore era partito alla volta della Germania, il papa era tornato a Roma, e l'armata dell'Orange cominciava a sentire il bisogno di danaro. I Fiorentini erano persuasi che se riusciva loro in tale circostanza di ottenere qualche importante vantaggio sull'armata imperiale, farebbero levare l'assedio; mentre che invece sottomettendosi ad un più lungo blocco, la fame avrebbe all'ultimo consumate le loro forze[57].

Sentendosi Malatesta Baglioni accusato dal popolo di trarre in lungo la guerra, vedendo che le guardie nazionali desideravano di fare una sortita generale, e che la volevano i dieci della guerra e la signoria, dichiarò che condurrebbe i Fiorentini alla battaglia, sebbene egli non lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di maggio fece sortire più di mezza guarnigione fuori di porta Romana e di due altre porte dallo stesso lato dell'Arno; prese d'assalto il convento di san Donato, difeso dagli Spagnuoli; gettò il disordine in tutta l'armata del principe d'Orange, e se avesse fatto uscire il restante delle truppe di cui poteva disporre, o se Amico di Venafro, da lui destinato a comandare una delle tre colonne, non fosse stato ucciso nel precedente giorno, avrebbe probabilmente costretto il principe d'Orange a levare l'assedio[58].

Dal canto suo Stefano Colonna diresse un attacco contro il campo de' Tedeschi in sulla destra dell'Arno, dove il conte Luigi di Lodrone era subentrato a Luigi di Wirtemberga. Il Colonna sortì dalla città il 10 di giugno, alcune ore prima che facesse giorno, per la porta di Faenza, onde marciare direttamente contro i nemici, mentre dovevano assecondarlo, il capitano Pasquino Corso uscendo dalla porta di Prato, e Malatesta Baglioni tenendo d'occhio il fiume per impedire che il principe d'Orange non ajutasse i Tedeschi. Il Colonna combattè valorosamente; forzò la doppia trincea de' Tedeschi, e loro uccise molta gente: ma il capitano Pasquino non venne in suo ajuto, secondo gli era stato imposto, e Malatesta Baglioni, nel caldo della battaglia, invece di avanzarsi egli stesso, fece suonare a raccolta. Stefano Colonna la fece in buon ordine riportando un immenso bottino, preso ne' quartieri del nemico[59].