Altri fatti d'armi di non molta importanza accaddero ne' contorni di Firenze, sia lungo le linee che voleva formare il principe d'Orange, sia nell'attacco delle piccole fortezze di Val d'Arno, ch'egli cercava di occupare. Francesco Ferrucci segnalossi in queste scaramucce per la sua intrepidezza e per le sue cognizioni militari, e si acquistò non meno la confidenza de' suoi concittadini che la stima de' nemici. Sebbene antica fosse la famiglia del Ferrucci, era povera, e da più generazioni non aveva dato verun distinto magistrato. Suo avo Antonio si era fatto nome negli assedj di Pietra Santa e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone avevano militato sotto Anton Giacomino Tebalducci, il migliore ufficiale che i Fiorentini avessero avuto da lungo tempo: avevano da lui imparata l'arte della guerra, e si erano poi fatto nome nelle bande nere sotto Giovanni de' Medici. Francesco Ferrucci aveva sempre servito in questa ragguardevole milizia, e nella spedizione di Napoli, di dove era recentemente tornato, aveva le incumbenze di pagatore[37]. Dalla signoria fu spedito in qualità di commissario generale prima a Prato, in appresso ad Empoli; e dopo avere poste quelle piccole città in istato di difesa, egli tenne la campagna con tanto vantaggio, e prese così spesso ai nemici grossi convoglj di cavalleria o di vittovaglie, seppe mantenere tanta disciplina nella sua piccola armata, che i soldati, che egualmente lo amavano e rispettavano, credevansi sotto i di lui ordini invincibili[38].

Gli Spagnuoli, appena giunti presso Firenze, avevano preso Samminiato, dove avevano lasciato dugento fanti, che, spalleggiati dagli abitanti della terra, infestavano tutto il circostante paese, e rendevano più difficile la comunicazione tra Firenze e Pisa. Avendo il Ferrucci determinato di scacciarli, andò ad assalirli con sessanta cavalli e quattro compagnie di fanteria; fu il primo a piantare la sua scala contro le mura, ed il primo a salirvi; e sebbene gli Spagnuoli facessero, coll'ajuto degli abitanti, una vigorosa resistenza, il Ferrucci prese Samminiato d'assalto, ed occupò pure la fortezza, uccidendo quasi tutti gli Spagnuoli che avevano difese le mura. Mentre che stava eseguendo questa spedizione, fu attaccato dagl'imperiali il castello della Lastra posto sulla stessa strada, ma più di Samminiato vicino a Firenze. Questo castello oppose una gagliardissima resistenza, e gli Spagnuoli avevano di già perduta molta gente, quando fecero avanzare l'artiglieria. Allora gli assediati chiesero di trattare, ed ottennero un'onorata capitolazione. Ma gli Spagnuoli, appena passata la porta, assalirono la guarnigione che stava senza sospetto, e tutta la passarono a fil di spada[39].

Fin qui l'esercito imperiale nulla aveva tentato contro la stessa piazza di Firenze; ma il 10 di novembre, vigilia di san Martino, supponendo l'Orange che i Fiorentini non facessero attenta guardia in quella notte consacrata al piacere, approfittò della profonda oscurità, renduta ancora maggiore dall'abbondante pioggia che cadeva, per tentare la scalata: furono poste in opera quattrocento scale lungo le mura, dalla porta di san Niccolò fino a quella di san Friano; cioè in tutta la più montuosa parte di Firenze; ma in ogni luogo le sentinelle chiamarono all'armi, la guardia nazionale gareggiò colla truppa di linea, ed il nemico fu respinto[40].

Appunto un mese dopo questo primo sperimento, Stefano Colonna, che comandava nel quartiere che gl'imperiali avevano tentato di sorprendere, si provò ancor egli di attaccarli all'impensata nelle loro linee. Era egli personalmente nemico di suo parente Sciarra Colonna, che serviva nel campo nemico, e la notte dell'undici di dicembre andò ad attaccarlo nel suo quartiere di santa Margarita a Montici, con cinquecento fanti, ai quali aveva fatto porre sopra le armi, per conoscersi nell'oscurità, delle camicie bianche. Gl'imperiali, sorpresi in mezzo a tanta oscurità, perdettero molta gente prima che potessero ordinarsi, ed un ridicolo accidente accrebbe ancora il loro disordine: i Fiorentini, andando dovunque in traccia de' nemici, forzarono le porte d'una stalla, nella quale erasi chiusa una mandra di majali delle Maremme quasi selvaggi, i quali, spaventati dalle voci dei soldati, precipitaronsi tra i fuggiaschi con orribili grugniti, ed atterrarono moltissimi soldati, che nulla potendo discernere in così grande oscurità credevansi inseguiti dai nemici. Di già erano accorsi il principe d'Orange e don Ferdinando Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed andavano ponendo qualche ordine nelle difese, quando da tre porte di Firenze sortirono, secondo il preventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre nuovi corpi d'armata per attaccare gl'imperiali. Gli assedianti vennero forzati in molte posizioni, e più volte si credettero in sul punto di essere scacciati dal loro campo. Finalmente Malatesta Baglioni fece suonare a raccolta assai più presto che non abbisognava; e forse perdette così l'unica occasione di mettere fine alla guerra con una vittoria[41].

Due giorni dopo il commissario Ferrucci tese presso Montopoli un'imboscata al colonnello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e gli uccise o prese molta gente. Questi fatti, benchè di non molta importanza, giovavano però a rianimare il coraggio degli assediati, ed a far dimenticare le loro perdite. N'ebbero spesso di assai dolorose. Il 16 di dicembre due de' loro migliori capitani, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, furono uccisi da un solo colpo di colombrina, mentre stavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle fortificazioni[42]. Lo stesso giorno i Fiorentini ricevettero una notizia che li liberò da un cocente pensiero; Girolamo Moroni era morto il 15 di dicembre nel campo degli assedianti. Quest'uomo così versato in tutte le arti dell'intrigo, che aveva governato con dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco Sforza, e che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia, era passato all'armata imperiale come prigioniero del Pescara. Era di già condannato a pena capitale, quando giunse ad acquistarsi il favore del Borbone, che lasciossi poscia da lui governare fino alla sua morte sotto le mura di Roma. Il principe d'Orange aveva coll'armata raccolto il consigliere del suo predecessore, ed oramai non faceva nulla senza il di lui parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalla opinione del sorprendente ingegno politico del Moroni, e gli perdonava il male che aveva da lui ricevuto in visto del male che sperava di poter fare col di lui mezzo ai nemici. Pareva che il Moroni tenesse dietro alla fortuna piuttosto che ad un determinato oggetto; voleva rendere potenti coloro cui erasi attaccato, e condurre a felice fine le loro imprese; del resto pareva indifferente rispetto alle persone ed ai principj, e dopo avere lavorato per escludere gli stranieri d'Italia, si adoperava con eguale ardore per servirli contro gl'Italiani. Morì naturalmente e quasi senza malattia in età decrepita. Lusingavansi i Fiorentini che la di lui morte lascerebbe il principe d'Orange senza mezzi nel consiglio, e senza opinione nell'armata, perchè credevano che il destro Moroni fosse stato fin allora l'anima del campo nemico[43].

Frattanto le negoziazioni di Bologna si accostavano al loro fine, e colla mediazione del papa tutti gli stati d'Italia si andavano riconciliando coll'imperatore, abbandonando i Fiorentini. Questi vedevano separarsi da loro un dopo l'altro tutti i membri di quella lega, chiamata santa, per la quale il re d'Inghilterra, il re di Francia, il duca di Milano, i Veneziani, il duca di Ferrara, eransi obbligati a difendere la loro repubblica ed a non trattare senza di lei; ma li ferì tanto più l'abbandono de' Veneziani che avevano maggior ragione di risguardarsi come uniti da una medesima causa, e che ancora recentemente avevano raffermata la loro alleanza[44]. D'altra banda mentre perdevano i loro alleati vedevano crescere i nemici, perciocchè una delle condizioni della pacificazione di Lombardia portava che Carlo V ne ritirerebbe le sue truppe; ed infatti negli ultimi giorni di dicembre circa venti mila tra Spagnuoli e Tedeschi passarono gli Appennini con una numerosa artiglieria, e vennero ad accamparsi sulla riva destra dell'Arno, che fin allora si era preservata dai guasti della guerra[45]. I Fiorentini, atterriti dall'arrivo di questi nuovi nemici, evacuarono Pistoja e Prato con quella stessa precipitazione con cui al sopraggiugnere della prima armata avevano evacuata Cortona ed Arezzo. Le più lontane fortezze di Pietra Santa e di Motrone aprirono volontariamente le loro porte agl'imperiali, di modo che prima che terminasse l'anno l'autorità della repubblica più non era conosciuta che in Livorno, Pisa, Empoli, Volterra, Borgo san Sepolcro, Castrocaro e nella cittadella d'Arezzo[46].

Malgrado i pericoli dello stato, la prima magistratura veniva ricercata con eguale ardore. Francesco Carducci, ch'era stato sostituito al Capponi negli otto ultimi mesi del 1529, aveva dato prove del vigore del suo carattere e del suo ingegno. Desiderava di essere confermato pel susseguente anno, ed espresse abbastanza chiaramente tale suo desiderio nel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi concittadini che in così difficili circostanze, non potevasi quasi mutare il capo dello stato, senza esporsi altresì a cambiare tutte le misure, ed a sovvertire tutti i progetti maturati lungo tempo innanzi. Ma questo stesso avvertimento parve offendere coloro che credevansi non meno di lui capaci di sostenere la prima carica della stato, ed il Carducci non venne pure annoverato tra i sei candidati designati pel gonfalone. Il gran consiglio scelse il 2 di dicembre Raffaele Girolami, il solo degli ambasciatori mandati a Carlo V a Genova, che fosse tornato in patria a rendere conto della sua missione. Dopo tal giorno il Girolami visse nel palazzo del pubblico, ed assistette alle deliberazioni della signoria, sebbene non entrasse in funzione che il primo gennajo del 1530[47].

Dopo l'arrivo della seconda armata imperiale provegnente dalla Lombardia, Firenze era circondata da ogni banda, ed il principe d'Orange aveva una formidabile artiglieria, e più che bastante per istringere vivamente l'assedio; pure non cercò di battere in breccia le mura, e solo tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di atterrare alcune torri dalla di cui artiglieria veniva incomodato, limitandosi a bloccare la città colla speranza di affamarla[48].

Oltre l'ordinaria numerosa sua popolazione, Firenze conteneva in allora molti contadini che vi si erano rifugiati dalle circostanti campagne, e dodici in quattordici mila soldati. Gli ultimi non si erano accostumati in veruna delle precedenti guerre d'Italia a soffrire le privazioni. La loro moderazione, la loro disciplina, la loro pazienza formarono un singolare contrasto colle vessazioni sofferte dalle altre città per parte de' soldati ricevuti entro le loro mura. Senza dubbio Firenze andava di ciò debitrice alla guardia urbana, che colla sua lodevole condotta serviva d'esempio alle altre truppe, e le teneva in dovere. Nondimeno tutti i granaj di Firenze sarebbersi a lungo andare vuotati, se il commissario generale Francesco Ferrucci non avesse trovato il mezzo, mercè una costante attività ed uno zelo eguale al suo coraggio, d'introdurre in città varj convoglj di bestiami, di granaglie e di foraggi, e di farvi passare le munizioni che si trovavano ammassate ad Empoli, a Volterra ed a Pisa[49].

L'accordo d'Ercole d'Este in qualità di capitano generale era terminato col 1529, senza ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uomini d'armi da lui mandati avevano ubbidito al conte Ercole Rangoni, di lui luogotenente; ma si erano contenuti assai mollemente, dietro gli ordini stessi ricevuti da Ferrara. Alla fine dell'anno il principe li richiamò. Egli più non desiderava di conservare il posto di capitano generale, ed i Fiorentini non avevano verun pensiero di confermarlo in cotale carica. I dieci della guerra procedettero a nominargli un successore; ma pendevano incerti tra Malatesta Baglioni, che ancora non aveva titolo di governatore generale, e Stefano Colonna, generale della loro ordinanza; ma quest'ultimo, uomo circospetto, e che trasparire non lasciava le segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a considerarsi come soldato del re cristianissimo, ch'egli rimaneva in Firenze per di lui servigio, e che non desiderava verun'altra distinzione[50]. Per lo contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la prima carica. Sebbene indebolito e quasi storpiato da lunghe malattie, non era meno illustre per coraggio, che per militari talenti; aveva gloriosamente militato negli eserciti veneziani; sapeva farsi amare e rispettare dai soldati, sebbene facesse mantenere la più severa disciplina; e comecchè in appresso l'esperienza dimostrasse, che preferiva il suo personale interesse al dovere, ebbe, mancando ancora a quest'ultimo, certi riguardi per l'onor suo, che il più delle volte venivano dai condottieri trascurati. Fu il 26 di gennajo che il gonfaloniere Raffaele Girolami gli consegnò lo stendardo della repubblica ed il bastone del comando, dopo averlo esortato in presenza di tutto il popolo a versare, se il bisogno lo richiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà fiorentina, e dopo avere ricevuto il di lui giuramento[51].