Per l’ultima volta si slanciò. Allora l’uomo gli assestò il colpo di grazia, che aveva appositamente trattenuto a lungo, e Buck cadde privo di sensi.
— Non è certo lento a domar cani, dico io! — gridò con entusiasmo uno degli uomini sul muro.
— Preferirei domare, piuttosto di una bestia simile, un lupo ogni giorno e due volte la domenica, — rispose il conducente mentre saliva sul carro e avviava i cavalli.
Buck ricuperò i sensi, ma non le forze. Giaceva dov’era caduto, e di là osservava l’uomo dalla maglia rossa.
— Risponde al nome di Buck, — diceva l’uomo, ad alta voce, da solo, citando dalla lettera del taverniere che aveva annunciato la consegna della gabbia e del suo contenuto.
— Ebbene, Buck, mio caro, — continuò allegramente, — abbiamo avuto una piccola disputa, e ora la miglior cosa da fare è di considerare la cosa una cosa finita. Tu hai imparato qual è il tuo posto ed io conosco il mio. Sii un buon cane e tutto andrà bene. Capisci?
E mentre parlava, accarezzava senza paura la testa battuta implacabilmente, e benchè il pelo di Buck divenisse irsuto al tocco della mano, la sopportava senza protestare. Allorchè l’uomo gli portò dell’acqua, il cane la bevve avidamente, e più tardi prese a volo un generoso pasto di carne cruda, pezzo per pezzo, dalla mano dell’uomo.
Egli era vinto (lo sapeva); ma non fiaccato. Vide, una volta per sempre, ch’egli non aveva alcuna probabilità di vincere contro un uomo armato di mazza. Aveva imparato una lezione, che non dimenticò più per il resto della vita. Quella mazza era una rivelazione. Era la sua presentazione nel regno della legge primitiva, e s’avanzò ad incontrarla a mezza via. I fatti della vita assumevano, ora, un aspetto terribile; ma, affrontando quel nuovo aspetto, indomito, egli l’affrontava con tutta la penetrazione viva della sua natura risvegliata. Col passar dei giorni, arrivarono altri cani, in gabbia o al guinzaglio, alcuni docili e altri, ringhiando e digrignando i denti, come era capitato a lui; e li vide tutti passare sotto il dominio dell’uomo dalla maglia rossa. E ogni volta che assisteva a quello spettacolo brutale, Buck ripensava alla sua lezione: un uomo con una mazza era uno che dettava legge, un padrone da ubbidire, benchè non fosse necessario, riconciliarsi con lui. E a questo riguardo, Buck non fu mai colpevole; benchè avesse visto dei cani bastonati divenire servili con l’uomo, e agitar la coda e leccargli le mani. Vide pure un cane, che non voleva nè conciliarsi nè obbedire, essere alla fine ucciso nella lotta di sopraffazione.
Di tanto in tanto venivano degli uomini sconosciuti, che parlavano concitatamente, pieni di moine, e in vario modo con l’uomo dalla maglia rossa. E allorchè del danaro passava tra loro, gli sconosciuti conducevano via uno o più cani. Buck almanaccava dove potessero andare, perchè non tornavano più indietro; ma aveva un gran timore dell’avvenire, ed era soddisfatto, ogni volta, di non essere prescelto.
Ma infine giunse il suo turno, col presentarsi di un omino aggrinzito che parlava un inglese scorretto e vomitava molte strane e pazze esclamazioni che Buck non poteva comprendere.