Di una cosa era contento: di non avere più la corda al collo. La corda aveva dato loro un vantaggio non giusto; ma ora che non l’aveva più, avrebbe mostrato loro chi era. Non sarebbero più riusciti a mettergli un’altra corda al collo. A ciò era deciso e risoluto. Per due giorni e per due notti, non mangiò nè bevve, e durante i due giorni e le due notti di tormento, accumulò tale provvista di rabbia da non promettere nulla di buono a colui che gli capitasse fra le zampe per primo. I suoi occhi iniettati di sangue lo facevano parere un diavolo infuriato. Egli era così mutato che lo stesso giudice non lo avrebbe riconosciuto; così che i bagagliari mandarono un respiro di sollievo quando lo scaricarono in fretta a Seattle.

Quattro uomini trasportarono delicatamente la gabbia dal carro in un piccolo cortile interno circondato d’alte mura. Un uomo grasso, in maglia rossa, generosamente larga intorno al collo, uscì fuori a firmare il libro per il conducente.

Buck indovinò in quell’uomo il nuovo aguzzino, e si lanciò furiosamente contro le sbarre. L’uomo sorrise con una brutta smorfia e andò a prendere un’accetta e una mazza.

— Non lo tirerete mica fuori adesso? — domandò il conducente il carro.

— Certamente. — rispose l’uomo, inserendo l’accetta tra le sbarre della gabbia per far leva ed aprirla.

Immediatamente, avvenne un fuggi fuggi dei quattro uomini che avevano portata la gabbia; i quali da sicuri osservatori, in cima al muro, si prepararono ad assistere allo spettacolo.

Buck si lanciò contro il legno che si fendeva, affondandovi i denti, battagliando con esso. In qualunque punto cadesse l’accetta al di fuori, egli era pronto dentro, ad affrontarla, ringhiando e digrignando i denti, altrettanto furiosamente ansioso di uscir fuori quanto l’uomo dalla maglia rossa era premuroso di dargli modo di uscire.

— Eccoti, diavolo dagli occhi rossi, — diss’egli, quand’ebbe fatto un’apertura sufficiente per il passaggio del corpo di Buck. Contemporaneamente, lasciò cadere l’accetta e passò la mazza nella mano destra.

E Buck pareva davvero un diavolo dagli occhi rossi, mentre si raccoglieva tutto per lanciarsi, il pelo irto, la bocca bavosa, con un luccichìo furioso negli occhi pieni di sangue. Egli lanciò dritti sull’uomo i suoi sessantatrè chili di furia, accresciuti dalla repressa rabbia di due giorni e due notti, ma a mezz’aria, quando le sue mascelle stavano per chiudersi sull’uomo, egli ricevette un colpo che arrestò lo slancio del corpo e gli fece stringere i denti in uno spasimo d’agonia. Volteggiò nell’aria e toccò terra con la schiena e col fianco. Non era mai stato battuto con una mazza, in tutta la sua vita, e non comprendeva. Con un ringhio che era in parte abbaiare e più ancora lamento, fu di nuovo in piedi e ancora una volta si lanciò nell’aria. E ancora una volta gli toccò un nuovo colpo che lo abbattè per terra, annientato. Questa volta si rese conto della mazza; ma la sua rabbia non conosceva cautele. Egli tornò all’assalto una dozzina di volte e altrettante volte la mazza ruppe l’assalto abbattendolo al suolo. Dopo un colpo particolarmente terribile, egli si trascinò sui piedi, troppo stordito per lanciarsi. Andò qua e là, barcollando e zoppicante, col sangue che gli colava dal naso, dalla bocca e dalle orecchie, il magnifico manto spruzzato e macchiato di bava sanguigna. Allora l’uomo gli si avvicinò e, deliberatamente, gli assestò un terribile colpo sul naso. Tutta la pena che aveva già sofferto fu niente al paragone della raffinata tortura di questa.

Con un ruggito che pareva, nella sua ferocia, quasi leonino, egli si lanciò ancora una volta sull’uomo. Ma l’uomo, passando la mazza dalla destra alla sinistra, l’afferrò freddamente per la mascella inferiore, torcendola indietro e in giù. Buck descrisse un intero circolo e mezzo nell’aria, poi s’abbattè per terra, sulla testa e sul petto.