Aveva la mano avvolta in un fazzoletto insanguinato, e un calzone stracciato, sulla gamba destra, dal ginocchio alla caviglia.
— Quanto ha preso l’altro? — chiese il padrone della taverna.
— Cento, — fu la risposta. — Non volle neppure un soldo di meno, che il diavolo mi porti.
— Sono centocinquanta, — calcolò il taverniere, — e li vale, se non sono un idiota.
Il rapitore sciolse la benda insanguinata e si guardò la mano morsicata.
— Se non divento idrofobo...
— Sarà perchè sei nato per essere impiccato. — disse il taverniere, ridendo. — Su, dammi una mano prima di prendere i soldi, — aggiunse.
Stordito, con un dolore intollerabile alla gola e alla lingua, mezzo strangolato, Buck tentò di tener testa ai suoi aguzzini. Ma fu gettato per terra e ripetutamente preso per la gola, fino a che riuscirono a limare e a togliergli dal collo il pesante collare d’ottone. Allora gli sciolsero la corda e lo lanciarono in una specie di gabbia.
Là rimase per il resto della penosa notte a covar rabbia ed orgoglio ferito. Non poteva capire che significasse tutto ciò. Che cosa volevano da lui, quegli strani uomini? Perchè lo tenevano chiuso in quella angusta gabbia? Egli non ne sapeva la ragione, ma si sentiva oppresso da un vago senso di sciagura imminente. Parecchie volte, durante la notte, balzò in piedi, allorchè la porta della rimessa si spalancava rumorosamente, attendendosi di rivedere il giudice o almeno i ragazzi. Ma ogni volta era la faccia gonfia del taverniere che veniva a spiarlo alla luce di una candela di sego; e allora l’abbaiare gioioso che tremava nella gola di Buck si mutava in un ringhiare feroce.
Ma il taverniere lo lasciò stare; al mattino, entrarono quattro uomini e presero su la gabbia. Altri tormentatori, pensò Buck, giacchè erano brutti ceffi, stracciati e sporchi; ed egli s’agitò e ringhiò contro di loro attraverso le sbarre. Essi ridevano e lo punzecchiavano con dei bastoni, che egli prontamente afferrava coi denti fino a quando si rese conto di far, così, piacere a quella gente. Allora s’accucciò tristemente, e lasciò che la gabbia fosse sollevata s’un carro. Da quel momento egli, e la gabbia in cui era prigioniero, incominciarono un viaggio attraverso molte mani. Impiegati dell’agenzia dei trasporti lo presero in consegna; fu portato in giro s’un altro carro; un carrello se lo portò, con un assortimento dì scatole e di pacchi, s’un vaporetto; dal vaporetto passò nuovamente s’un carrello, sino ad un grande deposito ferroviario, e finalmente fu posato in un bagagliaio, in coda a sbuffanti locomotive; e per due giorni e due notti Buck non mangiò nè bevve. Nella sua rabbia, egli aveva accolto, da principio, con ringhi l’interesse dei conduttori del treno, i quali lo avevano contraccambiato col prenderlo in giro. Quando si lanciava contro le sbarre della gabbia, tremante e con la bava alla bocca, essi ridevano e lo beffeggiavano. Ringhiavano e abbaiavano come detestabili cani, miagolavano, sbattevano le braccia come ali e si sgolavano a far chicchirichì. Era molto stupida quella commedia, lo sapeva; ma, perciò, di maggiore oltraggio alla sua dignità; e la sua rabbia aumentava. Non gli importava molto della fame, ma la mancanza d’acqua gli causava una grande sofferenza e gli accresceva la rabbia sino allo stato febbrile. E, in realtà, animoso e delicatamente sensitivo com’era, il cattivo trattamento gli aveva dato subito una gran febbre, alimentata dall’arsura della gola e della lingua gonfia.