Da quel momento, vi fu guerra, tra i due cani. Spitz, come cane conduttore e capo riconosciuto del tiro, sentiva la sua supremazia minacciata da quello strano cane del Sud. Buck, infatti, gli appariva molto strano, perchè dei molti cani del Sud che aveva conosciuto, nessuno s’era mostrato di qualche valore nè al tiro, nè all’accampamento. Erano tutti troppo delicati, e morivano per la fatica, il freddo e la fame. Buck era un’eccezione. Egli solamente sopportava e prosperava, uguale agli «Luskygs» del nord per forza, selvatichezza e furberia. E poi era un cane dominatore; reso pericoloso dal fatto che la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva tolto ogni impulso cieco o impazienza nel suo desiderio di dominare. Egli era eminentemente scaltro e furbo, e poteva aspettare il suo tempo con pazienza davvero primitiva.
Era inevitabile che avvenisse il cozzo per la supremazia; e Buck lo voleva. Lo voleva perchè era della sua natura; perchè era stato irretito dall’orgoglio senza nome e incomprensibile per il tiro della slitta e pel cammino — quell’orgoglio che sostiene i cani nella fatica, sino all’ultimo respiro, e li alletta a morire pieni di gioia nei finimenti, e spezza il loro cuore, se ne sono distolti. Era l’orgoglio di Dave, cane da stanga, di Sol-leks, mentre tirava con tutte le sue forze; l’orgoglio che s’impossessava di loro quando il campo era tolto, trasformandoli da bruti doloranti e torvi in creature ambiziose, piene di ardore; l’orgoglio che li spronava tutto il giorno e li abbandonava allorchè s’accampavano, ripiombandoli in cupa irrequietezza e scontento. Questa ambizione animava Spitz e lo faceva ringhiare contro i cani della slitta, quando sbagliavano o non tiravano o si nascondevano al mattino, al momento d’essere attaccati. Questa stessa ambizione gli faceva temere Buck come un possibile cane guidatore; ciò che Buck voleva appunto, per orgoglio.
Egli minacciava apertamente la supremazia dell’altro; s’intrometteva tra lui e i rilassati che egli doveva punire. E lo faceva deliberatamente. Una notte vi fu una grande nevicata, e al mattino Pike, l’infingardo, non apparì. Era certamente nascosto nella sua buca, sotto un piede di neve. François lo chiamò e cercò invano. Spitz era pazzo dalla rabbia. Girava furioso per l’accampamento, annusando e scavando in ogni possibile luogo, ringhiando così terribilmente che Pike l’udì e ne tremò nel suo nascondiglio.
Ma quando, alla fine, fu scoperto, e Spitz si lanciò su lui per punirlo, Buck si lanciò con pari furia, tra loro. Fu un assalto così inatteso, e condotto con tanta abilità, che Spitz finì ruzzoloni. Pike, da pauroso e tremante qual era prese coraggio da quell’aperta ribellione, e si gettò sul suo capo rovesciato a terra. Buck, pel quale la lealtà nella lotta era codice obliato, si lanciò pure su Spitz, ma François, sogghignando per l’incidente, non deviando tuttavia dai suoi criteri di giustizia distributiva, fece fischiare la frusta, con tutta la sua forza, su Buck, e non riuscendo con ciò ad allontanarlo dal prostrato rivale, usò il manico. Mezzo stordito dal colpo, Buck cadde indietro e la frusta s’abbattè ripetutamente su lui, mentre Spitz puniva duramente l’infingardo Pike.
Nei giorni seguenti, mentre s’avvicinavano sempre più a Dawson, Buck continuò ancora a interporsi tra Spitz e i colpevoli; ma lo faceva astutamente, quando non c’era François. Con la subdola ribellione di Buck, sorse e s’accrebbe una disobbedienza generale. Dave e Sol-leks rimasero immutati, ma il resto del tiro peggiorò ogni giorno più. Nulla più procedeva bene; v’erano continue contese e contrasti, costanti ragioni e possibilità di disordine, e Buck ne era la colpa. Egli teneva sempre preoccupato e affaccendato François, poichè il conducente di cani temeva sempre che avesse luogo la mortale lotta tra i due, lotta ch’egli sapeva essere, prima o dopo, inevitabile; e più di una notte, il rumore delle discordie e delle risse tra gli altri cani lo faceva alzare dal giaciglio spaventato che Buck e Spitz fossero alle prese.
Ma l’occasione non si presentò ed essi entrarono in Dawson, un tetro pomeriggio, e la grande lotta non era ancora avvenuta. V’erano là molti uomini e innumerevoli cani, e Buck li trovò tutti al lavoro. Sembrava che fosse nell’ordine naturale delle cose che i cani lavorassero. Tutto il giorno essi correvano su e giù per la strada principale, in lunghi tiri, e durante la notte si udiva passare il tintinnio dei loro campanelli. Trascinavano travi da costruzioni e legna da ardere, destinati alle miniere, e facevano ogni specie di lavoro, come i cavalli nella Valle di Santa Clara.
Qua e là Buck incontrava dei cani della terra del Sud, ma, per la maggior parte, tutti i cani erano della razza dei lupi selvatici. Tutte le notti, regolarmente, alle nove, alle undici e alle tre, essi alzavano un canto notturno, un canto magico e strano, al quale Buck si dilettava di prender parte. Con l’aurora boreale che fiammeggiava fredda in alto, o le stelle saltellanti nella danza del gelo, e la terra intorpidita e gelata sotto il suo manto di neve, il canto degli huskies pareva la sfida della vita; soltanto, era espressa in tono minore, con lunghi lamenti e mezzi singhiozzi, ed era piuttosto la supplica della vita, l’articolato travaglio dell’esistenza. Era un vecchio canto, vecchio quanto la stessa razza — uno dei primi canti del mondo più giovane, quando i canti erano tristi. Recava l’impronta dei dolori di innumerevoli generazioni, questo lamento che tanto stranamente commoveva Buck. Quel lamento a singhiozzi esprimeva oltre che la pena dei viventi, la pena dei loro selvatici progenitori; e la paura e il mistero del freddo e delle tenebre, di ora e d’allora. Ed egli si commoveva a quel canto sembrandogli ritornare con tutto il suo essere, attraverso alle età del fuoco e del tetto, ai nudi primordi della vita, delle età degli urli.
Sette giorni dopo il loro arrivo a Dawson, essi scendevano il ripido banco accanto alle Barracks sulla Yukon Trail, diretti a Dyea e Salt Water. Perrault riportava dispacci ancor più urgenti di quelli recati a Dawson; egli era poi preso dall’orgoglio della rapidità, e si proponeva di compiere il viaggio più rapido dell’anno. Lo favorivano in questo parecchie cose. Il riposo di una settimana aveva rimesso in piena efficienza i cani. Il sentiero che prima avevano penato ad aprirsi, era stato poi ben battuto da altri; inoltre la polizia aveva stabilito in due o tre luoghi dei depositi di viveri per i cani e gli uomini, e così si viaggiava con carico leggero.
Il primo giorno raggiunsero Sixty Mile, che rappresenta una corsa di cinquanta miglia; e il giorno dopo erano ben innanzi lungo il Yukon verso Pelly. Ma quelle splendide corse non erano ottenute senza grandi pene per François. La insidiosa rivolta incominciata da Buck aveva distrutto la solidarietà del tiro. Non era più come un sol cane che tirasse la slitta. L’incoraggiamento che Buck dava ai ribelli, induceva questi ad ogni specie di meschine cattiverie e insubordinazioni. Spitz non era più il capo da temersi tanto. Il vecchio timore scomparve, e divennero tutti uguali nello sfidarne l’autorità. Pike gli rubò una notte mezzo pesce, e l’ingoiò sotto la protezione di Buck. Un’altra notte Dub e Joe s’azzuffarono con Spitz, e lo costrinsero a rinunciare alla punizione ch’essi meritavano. E persino Billee, il bonario, era meno bonario e non gemeva più, nè implorava così, come nei primi tempi. Buck non s’avvicinava mai a Spitz senza ringhiare minacciosamente col pelo irto. Infatti, la sua condotta era simile a quella di uno che intendesse provocarlo: ed egli si dava delle arie di spavalderia minacciosa sotto il naso di Spitz.
L’infrangersi della disciplina influiva pure sui rapporti tra cane e cane. Si disputavano e azzuffavano più che mai tra di loro, tanto che certe volte l’accampamento era un inferno di ululati: François tirava giù delle strane bestemmie barbare, e pestava i piedi sulla neve, vanamente furioso, e si strappava i capelli. La sua frusta sibilava continuamente tra i cani, ma con scarsi risultati. Appena volgeva le spalle, essi ricominciavano. Egli sosteneva Spitz con la frusta, mentre Buck sosteneva il resto del tiro. François sapeva che in fondo a tutto ciò c’era Buck, e Buck sapeva ch’egli sapeva, ma era troppo furbo per farsi cogliere nuovamente sul fatto. Egli lavorava fedelmente sotto il tiro della slitta, poichè quella fatica era diventata un piacere per lui; ma era un piacere ancora maggiore suscitare una rissa fra i suoi compagni e ingarbugliare così i tiranti.