Alla foce del Tahkeena, una notte, dopo cena, Dub scoprì un coniglio dalle zampe bianche, e gli si lanciò sopra; ma non lo colse. In un momento l’intero tiro fu in moto. Cento metri più in là vi era l’accampamento della Polizia del Nord-ovest, con cinquanta cani, tutti huskies, che s’unirono nella caccia. Il coniglio filò veloce giù per il fiume, voltò per un piccolo ruscello, e sul letto gelato di esso continuò a fuggire rapido. Correva leggero sulla superficie della neve, mentre i cani fendevano lo strato gelato con il solo peso. Buck era alla testa del branco dei cinquanta, seguendo il tortuoso corso del ruscello, senza riuscire a guadagnar terreno. Procedeva, basso, nella corsa, ululando, avido, col magnifico corpo lanciato come una saetta, salto dopo salto, nel pallido chiarore lunare. E salto dopo salto, come un pallido fantasma di ghiaccio, il coniglio dalle zampe di neve filava innanzi a lui.

Tutto quell’agitarsi di vecchi istinti che a dati periodi spinge gli uomini fuori dalle frastuonanti città nelle foreste e nelle pianure per uccidere con pallottole di piombo lanciate chimicamente, la brama del sangue, la gioia di uccidere, tutto ciò provava Buck con qualche cosa di più profondamente intimo. Correva alla testa del branco, per abbattere la preda selvatica, la carne vivente, per uccidere con i suoi denti e immergere il muso sino agli occhi nel sangue caldo.

Vi è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre il quale la vita non può andare. E tale è il paradosso della vita, che quest’estasi avvenga quando si è più vivi, come un completo oblìo d’esser vivi. Quest’estasi, quest’oblìo della vita, viene all’artista avvolto e rapito in una gran fiamma; viene al soldato, impazzito nella furia della lotta, che non dà quartiere; e venne a Buck mentre conduceva il branco e risuonava l’antico grido del lupo, sforzandosi egli di raggiungere il cibo ch’era vivente e gli fuggiva leggero dinanzi nella luce lunare. Stava scandagliando le profondità della sua natura, e di parti della sua natura ch’erano più profonde di lui, ritornando nel seno del tempo. Egli era dominato dal fluire impetuoso e puro della vita, dall’onda della marea dell’essere, dalla perfetta gioia di ciascun muscolo separato, da ciascuna articolazione, e da ciascun tendine, in quanto erano tuttociò che non è morte, in quanto erano infiammati e sfrenati, esprimendo se stessi in movimento, volando esultanti sotto le stelle e sopra la faccia di materia morta e immota.

Ma Spitz, freddo calcolatore anche nei momenti supremi, lasciò il branco e attraversò una stretta striscia di terra intorno alla quale girava il ruscello. Buck non ignorava la cosa, e quando girò la curva, con il gelido spettro del coniglio che fuggiva innanzi a lui, vide un altro gelido e più grande spettro balzare dalla sponda soprastante il letto del corso d’acqua, proprio innanzi al coniglio. Era Spitz. Il coniglio non poteva tornare indietro, e mentre i bianchi denti gli spezzavano la schiena a mezz’aria, egli strillò terribilmente, come potrebbe strillare un uomo colpito a morte. A quel suono, al grido della Vita che cadeva dall’apice della Vita nella stretta della Morte, l’intero branco alle calcagna di Buck alzò un infernale coro di gioia.

Ma Buck non gridò. Non rallentò il suo slancio, ma piombò su Spitz, spalla contro spalla, con tanta violenza da sbagliar la gola. Ruzzolarono insieme più volte nel polviscolo della neve. Spitz balzò in piedi istantaneamente come se non fosse stato gettato a terra, lacerando la spalla di Buck e saltando da un lato. Due volte i suoi denti, batterono insieme, come i denti d’acciaio di una tagliola, mentre indietreggiava per prendere posizione, con le scarne labbra alzate, sibilanti e ringhianti.

In un lampo Buck comprese. Era giunta l’ora. Era per la morte. Mentre giravano intorno, ringhiando, con le orecchie basse, cercando intensamente un vantaggio, la scena assumeva per Buck un aspetto familiare. Gli sembrava di ricordare ogni cosa: i boschi bianchi, e la terra, e la luce lunare, e il fremito della battaglia. Al biancore e al silenzio sovrastava una calma spettrale. Non vi era il più debole filo d’aria, nulla si moveva, non tremava foglia; il visibile fiato dei cani s’alzava lentamente e pigramente nell’aria gelata. Avevano spartito rapidamente il coniglio dalle zampe di neve, questi cani ch’erano dei lupi male addomesticati: e s’avvicinavano ora in un cerchio di avida attesa. Essi, pure, erano silenziosi, con gli occhi che scintillavano e i respiri che salivano lentamente nell’aria. Per Buck non era nuova nè strana, quella scena d’altri tempi. Era come se fosse sempre stata la necessaria vicenda delle cose.

Spitz era un combattente pratico. Dallo Spitzberg attraverso le Terre Artiche, e per il Canadà e i Barrens, egli s’era battuto con ogni specie di cani ed era riuscito a vincerli. Terribile furia era la sua, ma mai furia cieca. Preso dalla passione di sbranare e distruggere, non dimenticava mai che il suo nemico era preso dalla stessa passione di sbranare e distruggere. Non si lanciava mai all’attacco prima di essere preparato a ricevere un attacco; non attaccava mai prima di avere difeso quell’attacco.

Invano Buck si sforzò di affondare i denti nel collo del grosso cane bianco. Ogni qual volta i suoi denti miravano alla carne più soffice, incontravano i denti di Spitz. Denti contro denti, e le labbra erano tagliate e sanguinavano, ma Buck non poteva penetrare nella guardia del suo nemico. Allora si riscaldò e avvolse Spitz in un turbine di attacchi. Ripetutamente tentò di afferrare la gola candida, dove la vita palpitava alla superficie, e ciascuna volta Spitz lo feriva e saltava da un lato. Allora Buck prese a slanciarsi contro Spitz come se mirasse alla gola, improvvisamente piegando la testa da un lato, battendo con la spalla contro la spalla di lui, come un montone, per rovesciarlo. Ma invece di rovesciarlo, la spalla di Buck era lacerata dai denti di Spitz, che balzava subito via leggero.

Spitz non era tocco, mentre Buck grondava sangue e respirava affannosamente. La lotta diveniva disperata. E intanto il cerchio silenzioso e lupino attendeva per finire qualsiasi cane soccombesse. Mentre Buck annaspava, Spitz, incominciò a sua volta a lanciarglisi contro, tanto che egli penava a mantenersi in piedi. Una volta Buck cadde, e l’intero cerchio dei sessanta cani balzò in piedi; ma egli si rimise, quasi a mezz’aria, e il circolo si gettò giù ad aspettare.

Ma Buck possedeva una qualità fatta per la gloria e la grandezza: immaginazione. Combatteva per istinto, ma poteva combattere pure con la testa. Si lanciò come se volesse ritentare il vecchio colpo di spalla, ma all’ultimo istante s’abbassò rapido rasente la neve e colpì. I suoi denti si chiusero sulla zampa sinistra, anteriore, di Spitz. Si udì uno scricchiolìo d’osso spezzato, e il cane bianco gli tenne testa su tre zampe. Tre volte cercò di rovesciarlo, e poi ripetè il colpo e gli spezzò l’altra zampa davanti. Nonostante la pena e l’impotenza, Spitz lottò disperatamente per tenersi ritto. Vedeva il cerchio silenzioso, con occhi luminosi, lingue a penzoloni e fiati argentei, salire e chiudersi sempre più su di lui, come aveva visto cerchi simili chiudersi su vinti antagonisti nel passato. Soltanto questa volta egli era il vinto.