Il tono generale del tiro migliorò immediatamente; ricuperò la solidarietà di un tempo, e ancora una volta i cani tiravano come un sol cane. Alle Ruik Rapids furono aggiunti due kuskies nativi, Teck e Koona: e la celerità con la quale Buck li istruì alla disciplina del tiro, tolse il respiro a François.
— Mai c’è stato un cane come Buck! — esclamò egli. — No, mai! Vale un migliaio di dollari, perdio! Eh! Che ne dici, Perrault?
Perrault confermò con un cenno del capo. Era già in vantaggio sul record di velocità, e guadagnava ogni giorno. Il sentiero era in eccellenti condizioni, ben battuto e duro, e non era caduta della nuova neve che rendesse più difficile il cammino della slitta. Non faceva troppo freddo: la temperatura, scesa a cinquanta Fahrenheit sotto zero, rimase tale per tutto il resto del viaggio. Gli uomini correvano o andavano sulla slitta, a turno, e i cani erano mantenuti al galoppo, tranne rare fermate.
Poichè il Fiume delle Trenta Miglia era relativamente coperto di ghiaccio, percorsero in un giorno il cammino per il quale nell’andata avevano impiegato dieci giorni. In una sola corsa percorsero le sessanta miglia che separano il Lago Le Barge dalle Cascate del Cavallo Bianco. Attraverso Marsh, Tagish e Bennett (settanta miglia di laghi) volarono con tale velocità, che l’uomo, cui toccava correre, si fece rimorchiare, attaccato con una corda della slitta. E nella notte della seconda settimana raggiunsero la sommità del Passo Bianco e scesero il ripido pendio verso il mare, con le luci di Skaguay e delle navi ai loro piedi.
Avevano raggiunto il record della rapidità. Per quattordici giorni avevano percorso, in media, quaranta miglia al giorno. Per tre giorni Perrault e François si pavoneggiarono su e giù per la via principale di Skaguay ed erano affogati sotto un diluvio d’inviti a bere, mentre il tiro era il centro costante di una folla di adoratori della prodezza e valentia canina. Poi tre o quattro malandrini occidentali tentarono di mettere a sacco la città, e furono massacrati, e l’interesse del pubblico passò ad altri idoli. Vennero poi degli ordini governativi. François chiamò a se Buck, gli gettò le braccia al collo e pianse, e fu l’ultima volta che il cane vide François e Perrault. Come altri uomini, essi scomparvero per sempre dalla vita di Buck.
Un uomo di sangue mezzo scozzese prese in consegna i cani, e in compagnia di una dozzina d’altri cani da tiro, Buck riprese la faticosa via per Dawson. Non era una corsa leggera o rapida da record, ora, ma un duro lavoro d’ogni giorno, con un carico pesante dietro; chè quello era il corriere postale ordinario che portava notizie dal mondo agli uomini che cercavano oro, all’ombra del Polo.
A Buck non piaceva quel nuovo lavoro, ma egli lo sopportava coraggiosamente, provando orgoglio in esso, alla maniera di Dave e di Sol-leks, e sorvegliando che i suoi compagni, prendessero amore o non al lavoro, facessero la loro parte di fatica. Era una vita monotona, che procedeva con la regolarità di una macchina. I giorni s’assomigliavano. Ogni mattina, ad una certa ora, i cucinieri apparivano, venivano accesi fuochi, ed era fatta colazione. Poi, mentre alcuni toglievano l’accampamento, altri attaccavano i cani ed erano già in viaggio da un’ora e più prima che calassero le tenebre che annunciano l’aurora. Alla sera s’accampavano. Alcuni piantavano le tende, altri tagliavano legna da ardere o rami di pini per i letti, e altri ancora trasportavano acqua o ghiaccio per i cucinieri. Davano, inoltre, da mangiare ai cani, per i quali il pasto serale costituiva l’avvenimento più importante della giornata, benchè fosse pure piacevole vagare per l’accampamento, dopo mangiato il pesce, per un’ora e più con gli altri cani, un centinaio circa. Tra essi vi erano dei terribili combattenti, ma tre battaglie con i più temibili diedero il primato a Buck, sicchè quand’egli arruffava il pelo e mostrava i denti tutti lo evitavano.
Più di tutto, forse, egli amava starsene accanto al fuoco accovacciato sulle gambe posteriori, con le anteriori tese innanzi, la testa alta, e gli occhi socchiusi fissi in sogno sulle fiamme. Qualche volta pensava alla grande casa del Giudice Miller, nella soleggiata Valle di Santa Clara e alla vasca di cemento per il nuoto, e a Isabella, la messicana senza pelo, e a Toobs, il cane giapponese; ma più spesso ripensava all’uomo dalla maglia rossa, alla morte di Curly, alla grande lotta con Spitz, e alle buone cose che aveva mangiato e che avrebbe desiderato di mangiare. Non soffriva nostalgia: la Terra del Sole era molto lontana ed incerta, e quelle memorie non avevano alcun potere su di lui. Molto più potenti erano le memorie ereditarie che davano a cose che non aveva ancora viste un aspetto familiare; gli istinti (che non erano altro che le memorie dei suoi antenati divenute abitudini) già assopiti in lui, si ravvivano e tornavano in vita.
Talvolta, mentre stava là accovacciato a guardare con gli occhi socchiusi e persi in sogni le fiamme, sembrava che le fiamme appartenessero ad un altro fuoco, e che mentre egli era accovacciato a quest’altro fuoco vedesse un altro uomo, diverso dal cuoco di razza mista che gli stava, in realtà, innanzi. Quest’altro uomo aveva le gambe più corte e le braccia più lunghe, con muscoli che erano fibrosi e nodosi anzichè rotondi e gonfi. I capelli di quest’uomo erano lunghi e appiccicati, e la testa sfuggente. Emetteva strani suoni, e sembrava avesse terrore delle tenebre, nelle quali spiava continuamente, stringendo in una mano, che arrivava a metà tra le ginocchia e i piedi, un bastone con un sasso pesante infisso all’estremità. Era quasi interamente nudo, con una pelle a brandelli e abbruciacchiata, gettata sulle spalle, ma il corpo era molto peloso. In alcuni punti, attraverso il petto e le spalle e lungo la parte esterna delle braccia e delle cosce, il pelo era folto da divenire quasi una pelliccia. Non stava eretto, ma col tronco inclinato in avanti dai fianchi, su gambe che si piegavano ai ginocchi. Il suo corpo animato da una speciale elasticità, o possibilità di contrazioni e di scatti, quasi da gatto, era sempre vigilissimo, come di chi viva in perpetua paura delle cose visibili e invisibili.
Altre volte quest’uomo peloso si rannicchiava accanto al fuoco, con la testa tra le gambe, e dormiva. In tali occasioni teneva i gomiti sui ginocchi, le mani congiunte sulla testa come per difendersi dalla pioggia colle braccia pelose. E, oltre quel fuoco, nelle circostanti tenebre, Buck poteva scorgere molti carboni accesi, a due a due, sempre a due a due, che egli sapeva erano gli occhi delle grandi bestie da preda. E poteva udire il ruinare dei loro corpi tra l’alta vegetazione, e i rumori che facevano nella notte. E sognando sulla riva dello Yukon, con pigri occhi socchiusi fissi sul fuoco, questi suoni e visioni di un altro mondo gli facevano rizzare lungo la schiena i peli che diventavano irsuti sul collo, sino a che gemeva basso e soffocato o ringhiava dolcemente, e il cuciniere di razza mista gli gridava: