Era tanta la loro miseria, che divenivano noncuranti delle sofferenze dei loro animali. La teoria di Rico, ch’egli applicava agli altri, era che si doveva essere duri. L’aveva incominciata a predicare alla sorella e al cognato; ma non riuscendo con loro, finì con applicare la teoria, a colpi di mazza, ai cani. Alle Cinque Dita, si trovarono senza cibo per i cani. Allora una sdentata vecchia indiana acconsentì a cedere qualche libbra di pelle di cavallo gelata in cambio della rivoltella «Colt» che Rico teneva, col coltello da caccia, nella cintura.
Un misero surrogato al cibo era quella pelle, così, com’era stata tolta ai poveri cavalli morti di fame, dal mandriano, sei mesi prima. Così gelata, pareva fatta di striscie di ferro galvanizzato: e formava nello stomaco dei cani, che la mangiavano a stento, come dei sottili spaghi coriacei privi di nutrimento, o masse di corti crini, irritanti e indigesti.
Attraverso questo inferno, Buck andava avanti, barcollando, alla testa del tiro, come in un penoso incubo. Tirava quando poteva: quando non ne poteva più, cadeva e rimaneva a terra, finchè i colpi di frusta o di mazza non lo rimettevano in piedi. Tutta la compatta lucentezza del suo magnifico pelo era scomparsa; esso pendeva dal corpo: ora floscio e sporco, o appiccicato di sangue, dove la mazza di Rico aveva ammaccato e ferito la pelle. I suoi muscoli erano deperiti al punto che parevano cordoni a nodi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi; sicchè ciascuna costa ed osso del suo corpo appariva chiaramente attraverso la pelle cadente e rugosa. Era in uno stato da spezzare il cuore; ma quello di Buck era infrangibile. L’uomo dalla maglia rossa l’aveva provato.
Come Buck erano i suoi compagni: simili a scheletri in movimento. Erano, ora, in sette, compreso Buck. Nella loro grande miseria erano diventati insensibili ai morsi della frusta e alle ammaccature prodotte dalla mazza. La pena delle bastonature era oscura e lontana, come le cose che i loro occhi vedevano e i loro orecchi udivano. Essi non erano mezzi vivi, nè un quarto vivi: ma ridotti a sacchi di ossa in cui palpitavano debolmente dei bagliori di vita. Ad ogni sosta, essi cadevano sulla traccia del cammino come cani morti, e il bagliore di vita s’affievoliva e pareva spegnersi. E quando la frusta o la mazza cadeva su loro, il bagliore si ravvivava debolmente, e si rimettevano traballanti in piedi e andavano avanti barcollando.
Un giorno, Billee, l’allegro, cadde e non potè più rialzarsi. Rico invece della rivoltella venduta, prese l’ascia e colpì Billee sulla testa mentre giaceva ancora tra i tiranti, poi tagliò la carcassa fuori dai finimenti e la trascinò da un lato. Buck e i suoi compagni videro, e capirono che lo stesso sarebbe accaduto, fra non molto anche a loro. Il giorno dopo, fu la volta di Koona; cosicchè rimasero cinque cani: Joe, troppo malandato per essere ancora maligno; Pike zoppo e storpio, soltanto mezzo conscio e non conscio abbastanza per fingersi ammalato; Sol-leks, quello da un occhio solo, ancora fedele alla fatica del cammino e del tiro, e malinconico perchè aveva poca forza per tirare; Teek, che non aveva viaggiato tanto quell’inverno, e veniva bastonato più degli altri, perchè era più fresco; e Buck, ch’era ancora alla testa del tiro, ma non costringeva più gli altri alla disciplina nè si sforzava di ottenerla; quasi cieco per la debolezza, cosicchè seguiva il cammino intravedendolo come una incerta penombra, e procedeva ancora, sostenuto da quel poco di vigore rimasto alle sue zampe.
Era un magnifico tempo primaverile, ma nè i cani nè le creature umane se ne accorgevano. Ogni giorno, il sole sorgeva più presto e tramontava più tardi: alle tre del mattino spuntava l’alba, e il crepuscolo si prolungava sino alle nove di sera. Tutta la giornata era come una gran fiamma di sole. Lo spettrale silenzio dell’inverno aveva lasciato il posto ai sussurri della primavera e al ridestarsi della vita. I sussurri salivano da tutta la terra, e recavano la gioia del vivere. Venivano dalle cose che erano vive e ritornavano a muoversi, cose che erano state come morte, in letargo, durante i lunghi mesi di gelo. La linfa saliva su per i pini. Dai salci e dalle tremule sbocciavano giovani gemme; i cespugli e le viti selvatiche si rivestivano di verde; i grilli cantavano, la notte; e esseri striscianti e rampicanti, d’ogni genere, uscivano, con infiniti fruscii, al sole. Pernici e picchi risuonavano e picchiettavano nella foresta; gli scoiattoli, cianciavano, gli uccelli cantavano, e sopra il capo s’udivano le anitre selvatiche che venivano dal Sud disposte in abili stormi a cuneo, che tagliavano l’aria.
Da ogni pendice giungeva il mormorìo d’acque correnti, la musica d’invisibili fontane. Tutte le cose sgelavano, si piegavano, s’aprivano. Il Yukon si sforzava di rompere il ghiaccio che lo teneva fermo, rodendolo di sotto; mentre il sole rodeva di sopra. Si formavano dei fori d’aria, si aprivano e s’allargavano fessure, mentre sezioni sottili di ghiaccio cadevano intere nel fiume. E in mezzo a tutto questo aprirsi, sbocciare e palpitare di vita che si risvegliava, sotto il sole fiammeggiante e al dolce sospiro delle brezze, come viandanti della morte, barcollavano i due uomini, la donna e gli huskies.
Coi cani cadenti e Mercede che piangeva sulla slitta, e Rico che bestemmiava, e gli occhi di Carlo terribilmente acquosi, essi entrarono barcollando nell’accampamento di Giovanni Thornton, alla foce del fiume Bianco. Quando si fermarono, i cani caddero come fulminati. Mercede s’asciugò gli occhi e guardò Giovanni Thornton. Carlo si sedette a riposare s’un tronco d’albero: sedette molto lentamente e dolorando, a causa del suo grande indolenzimento.
Rico parlò anche per gli altri. Giovanni Thornton stava dando gli ultimi colpi di coltello ad un manico d’ascia che aveva fatto con un pezzo di betulla. Tagliava e ascoltava, e rispondeva con monosillabi, dando, solo quando era richiesto, chiari e concisi consigli. Conosceva quella razza di gente, e dava consiglio con la sicurezza che non sarebbe stato seguito.
— Ci hanno detto lassù che il fondo avrebbe ceduto, e che la miglior cosa per noi era attendere, — disse Rico, in risposta all’ammonimento di Thornton di non tornare ad esporsi a pericoli sul cattivo ghiaccio. — Ci hanno detto che non avremmo potuto raggiungere il fiume Bianco, ed eccoci qui. — Quest’ultime parole le pronunciò in tono di dileggio trionfante.