— Vi hanno detto la verità, — rispose Giovanni Thornton, — Il fondo può cedere ad ogni momento. Soltanto dei pazzi, assistiti dalla cieca fortuna dei pazzi, possono essere giunti fin qui. Vi dico, francamente, che non rischierei la mia carcassa su quel ghiaccio, per tutto l’oro dell’Alaska.
— Forse perchè non siete un pazzo, — disse Rico. — Ciò nonostante, noi proseguiremo per Dawson. — E agitò la frusta. — Su, là, Buck! Ih! ih! Su, là! Avanti!
Thornton continuò a levigare il suo manico. Era tempo perso, lo sapeva, interporsi tra un pazzo e la sua pazzia; mentre due o tre pazzi o stupidi di più o di meno non avrebbero mutato la faccia del mondo.
Ma i cani non si alzarono al comando. Da lungo tempo ormai erano ridotti in uno stato tale, che a smuoverli e a rialzarli erano necessari dei colpi. La frusta fischiò qua e là, senza pietà. Giovanni Thornton strinse le labbra. Sol-leks fu il primo a levarsi a fatica in piedi. Segui Teek. Poi venne Joe, che ululava dalla pena. Pike fece degli sforzi penosi. Due volte cadde, quand’era già mezzo in piedi, e al terzo sforzo riuscì a levarsi. Buck non fece alcun sforzo. Giaceva tranquillo dove era caduto. La frusta lo colpì ripetutamente, ma egli nè mugolò nè si mosse. Parecchie volte Thornton fece l’atto di voler parlare, ma poi mutò idea. Mentre gli occhi gli s’inumidivano e le sferzate continuavano, egli si alzò e si mise a camminare in su e in giù, irrisoluto.
Quella era la prima volta che Buck mancava, ragione sufficiente per far diventare furioso Rico. Egli lasciò la frusta e prese la mazza. Buck rifiutò di alzarsi anche sotto la scarica di pesanti colpi che ora s’abbattevano su lui. Come i suoi compagni, egli aveva appena la forza sufficiente per alzarsi, ma, contrariamente a loro, aveva deciso di non alzarsi. Egli aveva la vaga sensazione del destino che gli sovrastava. Questa sensazione era stata fortissima in lui dacchè era entrato nel banco, e non l’aveva più lasciato. Il ghiaccio sottile e cattivo che sentiva sotto le zampe, tutto il giorno, pareva che gli annunciasse un disastro vicino, e fuori, sul ghiaccio dove il suo padrone cercava di trascinarlo. Rifiutò di muoversi. Egli aveva talmente sofferto, ed era in così cattive condizioni, che i colpi non gli facevano ormai molto male. Mentre essi continuavano a cadere su di lui, quella scintilla di vita che gli rimaneva, vacillò e si spense. Egli era quasi finito: si sentiva stranamente intorpidito. Quei colpi gli arrivavano come da una lunga distanza. Le ultime sensazioni di pena erano scomparse. Egli non sentiva più nulla, tranne, come attutito, l’urto della mazza sul suo corpo, anzi su quello che non pareva più il suo corpo; tanto era lontano.
Ma, improvvisamente, in modo inatteso, emettendo un grido inarticolato simile al grido di un animale, Giovanni Thornton balzò sull’uomo che maneggiava la mazza, e Rico fu scaraventato indietro, come colpito dalla caduta di un albero. E mentre Mercede strillava, Carlo guardava pensosamente asciugandosi gli occhi pieni d’acqua, immoto, a causa del suo indolenzimento.
Giovanni Thornton stette davanti a Buck, facendo sforzi per dominarsi, troppo agitato dalla collera per parlare.
— Se voi colpite ancora una volta questo cane, vi uccido, — riuscì a dire alla fine, con voce rauca.
— È il mio cane, — rispose Rico, asciugandosi il sangue dalla bocca mentre ritornava sui suoi passi. — Levatevi d’innanzi, o vi accomodo io. Vado a Dawson.
Thornton stava in piedi tra lui e Buck, e non mostrava alcuna intenzione di togliersi di là. Rico tirò fuori il suo lungo coltello da caccia, mentre Mercede strillava, piangeva, rideva, in preda a una crisi d’isterismo. Thornton battè le nocche della mano di Rico col manico dell’ascia, facendo cadere il coltello a terra; e quando l’altro cercò di raccogliere l’arma, picchiò, nuovamente; poi s’abbassò, prese il coltello, e con due colpi tagliò i tiranti di Buck.