Egli era più vecchio dei giorni che aveva visti e dei respiri che aveva emessi: ricongiungeva il passato al presente, e il senso dell’eternità gli palpitava dentro con un possente ritmo al quale egli obbediva come ubbidivano le maree e le stagioni. Egli stava accovacciato accanto al fuoco di Giovanni Thornton, col suo petto largo, di cane dai denti bianchi e dal pelo lungo; ma sapeva che dietro di lui erano le ombre d’ogni genere di cani mezzi lupi e lupi selvaggi, che lo insidiavano e spingevano, che gustavano il sapore della carne ch’egli mangiava, assetati dall’acqua che egli beveva, fiutando con lui il vento, ascoltando con lui e svelandogli i suoni della vita selvaggia della foresta, dettandogli i suoi umori, dirigendo le sue azioni, adagiandosi a dormire con lui e sognando con lui e oltre lui, divenendo essi stessi la materia dei suoi sogni.
Imperativamente, quelle ombre lo chiamavano, ogni giorno più, a mano a mano che il ricordo del genere umano e dei diritti del genere umano s’allontanava da lui. Ogni volta che risuonava profondo dalla foresta un appello, ed egli, udiva quell’appello, misteriosamente attraente e vibrante, si sentiva obbligato a volgere le spalle al fuoco e alla terra battuta intorno a lui, e a immergersi nel profondo della foresta, procedendo senza sapere dove e perchè; senza domandarselo neppure, giacchè l’appello risuonava con tono imperativo e profondo nella foresta. Ma quando era pervenuto alla morbida terra non tocca e all’ombra verde, l’amore per Giovanni Thornton lo riconduceva al fuoco.
Soltanto Thornton lo teneva; il resto del genere umano non esisteva agli occhi suoi. Viaggiatori passanti per caso potevano lodarlo o accarezzarlo; ma egli rimaneva freddo ad ogni premura; e se qualcuno si mostrava troppo espansivo con lui, egli si alzava e se ne andava. Quando i soci di Thornton, Hans e Piero, arrivarono sulla zattera tanto a lungo attesa, Buck non volle accorgersi di loro, finchè non capì ch’erano cari a Thornton: dopo, li tollerava in una maniera passiva, accettando favori da essi come se fosse egli a favorirli accettandoli. Ed essi ch’erano semplici e generosi come Thornton, perchè vivevano vicini alla terra, e pensavano semplicemente e vedevano chiaramente, prima che spingessero la zattera nel largo turbine vicino alla segheria di Dawson, avevano già imparato a capire Buck e i suoi modi, e non insistevano per avere un’intimità quale avevano ottenuta da Skeet e Nig.
Ma l’amore di Buck per Thornton, pareva crescere sempre più. Questi solo, fra gli uomini, poteva porre un fardello sul dorso di Buck, nel viaggio estivo. Nulla era troppo gravoso per Buck quando Thornton comandava. Un giorno, (s’erano vettovagliati con quello che avevano ricavato dalla zattera ed avevano lasciato Dawson per le sorgenti del Tanana) gli uomini e i cani si trovavano a riposare sulla cresta di una roccia che scendeva a picco su un letto di nude rocce giacenti trecento piedi sotto. Giovanni Thornton sedeva vicino al margine della roccia, Buck alle sue spalle. Thornton fu preso da uno sconsiderato capriccio, e invitò Hans e Piero ad un esperimento che aveva in mente.
— Salta, Buck!, — comandò egli, agitando il braccio sul precipizio. Un istante dopo, egli era alle prese con Buck sull’estremità dell’orlo, mentre Hans e Piero li tiravano indietro a salvamento.
— È straordinario, — disse Piero, dopo che il pericolo fu passato ed ebbero ricuperato il respiro.
Thornton scrollò il capo.
— No, — disse, — è magnifico; ed è terribile pure. Sapete che talvolta, mi fa paura?
Non vorrei essere l’uomo che vi mettesse le mani addosso, quand’egli è vicino, — disse Piero, accennando col capo a Buck.
— Per Giove! — aggiunse Hans. — Neppur io.