Con sorpresa di Buck, quei cani non manifestavano alcuna gelosia verso di lui. Sembravano condividere la bontà e generosità di Giovanni Thornton. A mano a mano che Buck diveniva forte, essi l’allettavano ad ogni sorta di giochi ridicoli, ai quali non poteva fare a meno di partecipare anche Thornton; e in questa maniera Buck passò dalla convalescenza ad una nuova esistenza. Per la prima volta, egli aveva amore, amore genuino e appassionato. Questo sentimento egli non l’aveva mai provato nella casa del giudice Miller, giù nella soleggiata Valle di Santa Clara. Con i figli del giudice, andando alla caccia o a camminare, egli aveva stretto una specie di società; con i nipoti del giudice, esercitato una specie di pomposa tutela; con lo stesso giudice aveva una salda e dignitosa amicizia. Ma amore, che fosse febbre e bruciore, adorazione, pazzia, non l’aveva provato: c’era voluto Giovanni Thornton a suscitarlo.
Quest’uomo gli aveva non solo salvata la vita, — il che aveva la sua importanza, — ma, si dimostrava, inoltre un padrone ideale. Mentre altri curavano il benessere dei loro cani per un senso di dovere e per necessità degli affari, egli curava il benessere dei suoi come se questi fossero suoi figlioli; perchè non poteva fare altrimenti. Ed andava oltre. Egli non dimenticava mai una buona accoglienza o una parola di incoraggiamento, e sedeva a conversare a lungo o a «cianciare», — come egli diceva — con gran divertimento suo e dei cani. Egli aveva un modo tutto suo di prendere rudemente la testa di Buck tra le mani, e di posare la sua testa su quella di Buck, scrollandolo in avanti e indietro, chiamandolo con cattivi nomi che per Buck erano nomi d’amore. Buck non conosceva gioia più grande di quel rude abbracciamento e di quelle finte male parole borbottate, e a ciascuna scrollata in avanti e indietro, sembrava che il cuore gli balzasse fuori del corpo, tanto era grande la sua estasi. E quando egli, lasciato libero, balzava in piedi, con la bocca ridente, gli occhi espressivi, la gola vibrante per suoni non pronunciati e rimaneva, così, immobile, Giovanni Thornton esclamava con ammirazione:
— Dio! ti manca solo la parola!
Buck aveva una forma di esprimere l’amore, che commoveva sino a far male al cuore. Egli afferrava spesso la mano di Thornton in bocca e chiudeva i denti così furiosamente da lasciarne le tracce sin molto tempo dopo. E come Buck capiva che le male parole erano parole d’amore, così l’uomo capiva che quel finto morso era una carezza.
Di solito, però, l’amore di Buck era espresso con l’adorazione. Quando Thornton lo toccava o gli parlava, egli impazziva di gioia, ma non mendicava queste prove di affezione. Diversamente da Skeet, che doveva fregare il naso sotto la mano di Thornton e spingere e spingere per essere accarezzato, o da Nig, che avanzava a grandi passi e posava la sua grossa testa sul ginocchio di Thornton, Buck era contento di adorare a distanza. S’adagiava per delle ore ai piedi di Thornton, ansioso e attento, guardandolo in volto, esaminandolo, studiandolo, seguendo col più vivo interesse la più fuggevole espressione, ogni movimento di lineamento. O, come voleva il caso, giaceva lontano, di fianco o accosciato, osservando il contorno della figura dell’uomo o i movimenti del suo corpo. E spesso, tale era la comunione in cui essi vivevano, che lo sguardo di Buck faceva volgere il capo a Thornton, il quale contraccambiava lo sguardo, senza parlare, col cuore che gli luceva negli occhi, come luceva il cuore negli occhi di Buck.
Dopo che era stato salvato, Buck non perdeva mai Thornton di vista. Dal momento che questi lasciava la tenda al momento in cui vi rientrava, Buck gli era alle calcagna. Poichè i suoi transitorii padroni gli avevano messo nel cuore il timore che nessun padrone fosse durevole, aveva paura che Thornton svanisse dalla sua vita come Perrault e François e il meticcio scozzese. Persino di notte nei suoi sogni, era perseguitato da questa paura. Allora si scuoteva dal sonno e andava, nel freddo, davanti la tenda, e si fermava ed ascoltava il suono del respiro del suo padrone.
Ma nonostante questo suo grande amore per Giovanni Thornton, che sembrava ricordare il morbido influsso della civiltà, la natura primitiva che la terra nordica aveva ridestata in lui, rimaneva viva ed attiva. Con la fedeltà e la devozione, sentimenti nati dal focolare e dal tetto, egli conservava anche la selvatichezza e l’astuzia. Era una creatura di natura selvaggia, venuta dalla selva ad accovacciarsi al fuoco di Giovanni Thornton, anzichè un cane della mite terra del Sud, con i segni di generazioni civili. Il suo grande amore gli impediva di rubare a quell’uomo, ma di fronte a qualunque altro uomo in qualsiasi altro accampamento, egli non avrebbe esitato un momento; e con la furberìa e destrezza che usava, avrebbe evitato d’essere preso.
Poichè la sua faccia e il suo corpo erano segnati dai denti di molti cani, ora avrebbe combattuto più furiosamente che mai, ma con maggior astuzia. Skeet e Nig erano troppo di buonumore per litigare, eppoi, appartenevano a Giovanni Thornton; ma i cani estranei, di qualunque razza e per quanto valorosi fossero, avrebbero riconosciuto rapidamente la superiorità di Buck e si sarebbero trovati a lottare per la vita con un terribile antagonista. E Buck era senza pietà. Aveva imparato bene la legge della mazza e del dente, e mai si lasciava fuggire un vantaggio o indietreggiava di fronte a un nemico col quale avesse iniziato un combattimento mortale.
Aveva avuta la sua lezione da Spitz e dai principali cani nella lotta di supremazia per la disciplina e pel corriere, e sapeva che non vi era via di mezzo. Doveva o dominare o essere dominato; mostrare pietà era una debolezza. La pietà non esisteva nella vita primordiale: era considerata paura; e tale malinteso conduceva alla morte.
Uccidere o essere uccisi, mangiare o essere mangiati, era la legge; e a questo comandamento, sorto dalle profondità del Tempo, egli obbediva.