Hans mollava la corda, ma senza permettere allentamenti, mentre Piero la teneva libera da nodi. Buck continuò a nuotare finchè fu in linea retta sopra Thornton; poi si volse, e con la velocità di un treno espresso piombò su lui. Thornton lo vide arrivare, e mentre Buck lo colpiva come un montone che desse di cozzo, con tutta la forza della corrente dietro, si sollevò sulla roccia e si afferrò con tutt’e due le braccia al collo irsuto. Hans attorcigliò la corda ad un albero, e Buck e Thornton furono sbattuti sott’acqua. Quasi soffocati, l’uno talvolta sopra, talvolta sotto l’altro, trascinati sul fondo roccioso e ineguale, sbattuti contro rocce e tronchi d’albero sommersi, raggiunsero la riva.

Thornton ritornò in sè con la pancia in giù, violentemente spinto innanzi e indietro, su un tronco portato dalla corrente, da Hans e Piero. Il suo primo sguardo fu per Buck, sul cui corpo floscio e apparentemente senza vita Nig urlava, mentre Skeet leccava il muso bagnato e gli occhi chiusi del cane. Thornton, che pure era ferito e ammaccato, esaminò accuratamente il corpo di Buck richiamato in vita, e trovò tre costole spezzate.

— Questo fatto decide, — annunciò egli. — Ci accamperemo qui dove siamo. — E s’accamparono, finchè le costole di Buck non furono salde ed egli potè viaggiare.

Quell’inverno, a Dawson, Buck compì un’altra prodezza, non così eroica, forse, ma tale da porre il suo nome di molte tacche sul palo della fama, in Alaska. Questa prodezza fu particolarmente vantaggiosa per i tre uomini; poichè essi avevano bisogno dell’equipaggiamento ch’essa fornì, e poterono così fare un viaggio da lungo tempo desiderato, nel lontano vergine oriente, dove non erano ancora apparsi dei minatori. Il fatto ebbe origine da una conversazione nella Birreria Eldorado, nella quale gli uomini vantavano con orgoglio i loro cani favoriti. Buck, a causa della sua fama, era la mira di quegli uomini, e Thornton era spinto gagliardamente a difenderlo. Dopo una mezz’ora, un uomo affermò che il suo cane poteva smuovere una slitta con un peso di cinquecento libbre sopra, e tirarla; un secondo vantò che il proprio cane ne poteva tirare seicento; e un terzo, settecento.

— Puf! puf! — fece Giovanni Thornton; — Buck può smuovere mille libbre.

— E trarle dal ghiaccio? e tirarle per cento metri? — domandò Matthewson, Re di Bonanza, un riccone, quello che aveva vantato le settecento libbre come prodezza del suo cane.

— E rompere il ghiaccio, intorno, e tirarle per cento metri, — ripetè Thornton, freddamente.

— Ebbene, — disse Matthewson, lentamente e deliberatamente, in modo che lutti potessero udire, — scommetto mille dollari che non può farlo. Ed eccoli qui. — Così dicendo, sbattè sul banco un sacchetto di polvere d’oro delle dimensioni di una mortadella di Bologna.

Nessuno parlava. Il bluff di Thornton, se era un bluff, era posto alla prova. Egli sentì un’ondata di sangue caldo salirgli al volto. La lingua l’aveva compromesso: giacchè non sapeva se Buck potesse tirare mille libbre: mezza tonnellata! L’enormità della cosa lo spaventava. Egli aveva una grande fiducia nella forza di Buck, ed aveva spesso pensato che il cane fosse capace di tirare un simile carico; ma mai, come ora, egli ne aveva considerato la possibilità, con gli occhi di una dozzina di uomini fissi su lui, in attesa silenziosa. Inoltre, egli non aveva mille dollari; nè li aveva Hans o Piero.

— Ho una slitta qui fuori, ora, con venti sacchi da cinquanta libbre di farina, — continuò Matthewson con brutale sfida: — perciò non vi preoccupate delle difficoltà.