Thornton non rispose: non sapeva che cosa dire. Guardava ora una faccia ora un’altra, come un uomo distratto che abbia perduto la forza di pensare, e cerchi in qualche luogo un oggetto che gli richiami il pensiero. La faccia di Nino O’ Brien, un Re dei Mastodonti, altro riccone, fermò i suoi occhi. Fu per lui come un lampo, che sembrava spingerlo a fare quello che non avrebbe mai sognato di fare.

— Puoi prestarmi mille dollari? — domandò, quasi mormorando.

— Certo, — rispose O’ Brien, gettando un sacchetto rigonfio accanto a quello di Matthewson. — Benchè abbia pochissima fiducia, Giovanni, che il cane possa compiere una tal prodezza.

Tutti quelli che si trovavano nell’Eldorado uscirono sulla strada per vedere la prova. I tavoli divennero deserti, perchè i giocatori e quelli che tenevano il banco uscirono a vedere il risultato della sfida e a far scommesse. Parecchie centinaia di uomini impellicciati e con manopole circondarono la slitta, tenendosi a poca distanza da essa. La slitta di Matthewson, carica di mille libbre di farina era rimasta lì ferma per un paio d’ore, e nel freddo intenso, (erano sessanta gradi sotto zero) gli strisci s’erano gelati sulla neve battuta. Degli uomini scommettevano, offrendo il doppio della posta, che Buck non sarebbe riuscito a smuovere la slitta. Sorse un cavillo sul significato della frase «liberare». O’ Brien asseriva che spettava a Thornton liberare gli strisci dal ghiaccio, lasciando a Buck il compito di trascinare la slitta dal peso morto; Matthewson insistette sostenendo che la parola comprendeva anche il compito del cane di liberare gli strisci dalla presa della neve gelata. La maggioranza di quelli che avevano assistito alla scommessa decisero in suo favore, e allora le scommesse salirono da tre ad uno contro Buck. Non vi era nessuno che scommettesse in favore di Buck. Nessuno lo credeva capace di quella prodezza. Thornton, ch’era stato spinto a scommettere, pieno di dubbi, ed ora vedeva la slitta, il fatto concreto, con il tiro regolare di dieci cani arrotolati nella neve davanti ad essa, sentiva ancora più impossibile quel compito.

Matthewson si pavoneggiava, giubilante.

— Tre contro uno, — proclamò. — Metto giù altri mille dollari, a tre contro uno, Thornton. Che ne dite?

Il dubbio pareva scritto sul volto di Thornton, ma lo spirito di lotta era ormai desto, — lo spirito combattivo che s’eleva al disopra delle scommesse, non riconosce l’impossibile, ed è sordo a tutto, tranne al clamore della battaglia. Egli chiamò a sè Piero e Hans. Ma i loro sacchi erano smilzi: col suo, i tre soci non potevano mettere insieme, più di duecento dollari. Nella bassa marea delle loro fortune, quella somma era tutto il loro capitale; tuttavia essi lo arrischiarono, senza esitare, contro i seicento dollari di Matthewson.

Fu tolto l’attacco dei dieci cani, e Buck, col suo finimento e i suoi tiranti, fu posto alla slitta. Egli aveva preso il contagio dell’eccitamento generale, e sentiva di dovere rendere un gran servizio a Giovanni Thornton. Si levarono mormorii di ammirazione, per lo splendido aspetto dell’animale. Era in perfette condizioni, senza un’oncia di carne superflua; formando le centocinquanta libbre ch’egli pesava, altrettante libbre di risoluta energia. Il suo pelo luceva come seta. Giù per il collo e attraverso le spalle, il suo manto, in riposo com’egli era, mezzo irsuto, pareva sollevarsi ad ogni movimento, come se l’eccesso di vigore rendesse vivo ed attivo ogni pelo. Il largo petto e le pesanti gambe davanti erano proporzionate al rimanente del corpo, dove i muscoli apparivano come saldi rotoli sotto la pelle. Qualcuno palpò quei muscoli e li proclamò duri quanto il ferro, e le scommesse scesero a due contro uno.

— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò un membro dell’ultima dinastia, un re delle Skookum Benches. — Vi offro ottocento dollari per il cane, prima della prova, signore; ottocento com’è.

Thornton scrollò il capo e andò al fianco di Buck.