— Dovete stare lontano dal cane, — protestò Matthewson. — Gioco onesto e spazio in abbondanza.

La folla divenne silenziosa: soltanto si potevano udire le voci dei giocatori che offrivano in vano, due contro uno. Tutti riconoscevano in Buck un magnifico animale, ma venti sacchi da cinquanta libbre di farina apparivano troppo grossi, ai loro occhi, per aprire i cordoni della borsa.

Thornton s’inginocchiò accanto a Buck. Gli prese la testa fra le mani e appoggiò la guancia alla guancia del cane. Non lo scosse scherzosamente, come faceva volentieri; nè mormorò dolci male parole d’amore; ma gli mormorò all’orecchio: — Come tu mi ami, Buck. Come tu mi ami, — e Buck gemette con frenata ansia.

La folla guardava incuriosita. La faccenda si faceva misteriosa. Sembrava come una congiura. Mentre Thornton s’alzava in piedi, Buck afferrò la mano ricoperta dalla manopola tra le mascelle, stringendola tra i denti e lasciandola andare lentamente, mezzo riluttante. Era la risposta, non con parole, ma con segni d’amore. Thornton si tirò bene indietro.

— A te, Buck, — diss’egli.

Buck tese i tiranti, poi li rallentò, per alcuni pollici; come aveva imparato.

— Va! — risuonò la voce di Thornton, tagliente, nel silenzio perfetto.

Buck girò a destra, con un movimento che finì con un balzo che tese i tiranti, e fermò, dopo una forte scossa, le centocinquanta libbre del cane. Il carico tremò, e dagli strisci s’alzò un leggero crepitìo.

— A sinistra! — comandò Thornton.

Buck duplicò la manovra, questa volta a sinistra. Lo scricchiolìo si mutò in un brusco frangersi del ghiaccio, la slitta girò leggermente su se stessa, e gli strisci scivolarono graffiando la neve. La slitta era liberata. Tutti trattenevano il respiro, intensamente, inconsci del fatto.