Al ritorno dall’Alaska, incomincia a predicare in pubblico le sue idee socialiste, la bellezza della rivoluzione e del mondo nuovo che deve sorgere dal crollo della società capitalistica, ed è, alla fine, arrestato, non più come vagabondo, ma come rivoluzionario.
Uscito di prigione, Jack London sente il bisogno di compiere la sua istruzione: va a San Francisco e riesce a farsi ammettere nell’Università, conciliando il bisogno dello studio con la necessità di guadagnarsi il pane, giorno per giorno. Si occupa in una stireria. «Il ferro e la penna si alternavano nella mia mano», ricorda egli più tardi, «ma dalla mia mano stanca la penna cadeva sovente, e sovente i miei occhi si chiudevano sui libri».
Dopo tre mesi di accannito lavoro, egli, robustissimo, non riesce più a reggersi. Allora decide di ritornare a piedi ad Oakland, di riconciliarsi con la famiglia; ma una nuova crudele delusione l’attende. Il padre è morto, la madre e i fratelli sono in miseria. Questa nuova traversìa, se lo costringe per qualche tempo ancora al lavoro manuale, non gli toglie la speranza di un avvenire diverso e migliore. Nelle solitudini nevose della terra del Nord «dove nessuno parla, dove tutti pensano», egli s’era ripiegato su se stesso ed aveva intravisto il suo vero orizzonte, che era quello del lavoratore intellettuale. Riprende a scrivere. Un giornale di California accetta un suo racconto, un altro gli chiede degli scritti. «Le cose incominciavano a prendere una buona piega, e sembrava che io non dovessi aver più bisogno, per qualche tempo almeno, di scaricare carbone». In fondo, la Società, maledetta da Jack London, incominciava a tendergli la mano. Nel 1900 appare il suo primo Volume: The son of the wolf, «Il figlio del lupo»[1], raccolta di racconti del paese dell’oro, che gli fece acquistar subito fama di scrittore originale e poderoso, a ventiquattr’anni!
D’allora seguirono nuovi libri quasi senza interruzione e con crescente successo. Sposatosi, con la sua amata compagna, London gira il mondo e attende alle sue opere. Ma lo spirito d’avventura non si spegne in lui. Egli vive un certo tempo nei bassifondi di Chicago e di Londra, fa il giro del mondo in un minuscolo yacht, lungo appena quindici metri, fa il corrispondente di guerra al Giappone e in Manciuria nel 1904 e al Messico nel 1914, nè cessa mai la sua inesorabile requisitoria contro la Società mal costituita.
A soli quarantanni, nel 1916, dopo aver pubblicato una cinquantina di volumi, la Morte lo coglie proprio all’inizio della sua vera gloria di scrittore più letto e più discusso, più odiato e più amato, nel suo paese. Ancora oggi non si sa come egli sia morto; e il mistero che vela gli ultimi istanti della vita del rude avventuriero e scrittore di genio, è degno di quel capolavoro di irrequietezza che fu, tra opere pari, l’anima di questo Grande.
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Così visse Jack London, lo strano romanziere che s’avvia a diventar popolare in tutto il mondo, popolare, per la ragione semplicissima che nello scrittore è l’uomo, ricco di una sua esperienza nuova da raccontare, con parola nuova.
Già scrivendo di Jack London nell’Azione di Genova, nel febbraio del 1921, lamentavo che, purtroppo, bisogna cercare nelle opere straniere quei più vasti orizzonti ideali e quell’aria pura e vivificante di cui ha bisogno il nostro spirito, stanco o viziato, per ritornare fattivamente alla meditazione dei più profondi problemi dello spirito e della vita sociale.
Oggi, più che nel ’21, c’incalzano e premono da tutte le parti formidabili problemi rivoluzionarî, e ci sentiamo oppressi da un alito di continuata tragedia nascosta che gli sbandieramenti patriottardi non riescono a mascherare del tutto, nè le fanfare e i canti a completamente soffocare. Il domani si presenta pauroso agli spiriti alacri e indipendenti, nei quali è un’avidità di sapere, di udire la verità, o parole coraggiose e nuove che aiutino a rintracciare la verità, a risolvere la profonda crisi di pensiero e di sentimento che travaglia le coscienze migliori. Che ci dà oggi la letteratura nostrana? Lettere alle sartine d’Italia e vergini da diciotto carati, romanzetti pornografici e sentimentali ed esercitazioni stilistiche e cerebrali, senza mai un accento di umana commozione per le tragedie politico-sociali del mondo o anche solo una parola che la mostri consapevole del profondo travaglio spirituale della patria. Oh, intellettuali italiani! eccovi una folata d’aria gelida purificatrice! Anche senza farvi uscire dal sicuro romitaggio del vostro egoismo o dai caffè affumicati cari alla vostra presuntuosa pigrizia, anche senza farvi deporre livree o indossare armi. Jack London vi condurrà, con le sue opere, dalla bettola dell’Ultima Fortuna ai confini del mondo, sui perduti sentieri di tutti gli ideali e di tutti gli ardimenti! Giova almeno con lo spirito partecipare alla grande avventura del mondo! Senza l’azione, l’azione costante, la Morte è là in agguato e non tarda a lanciarsi su di noi, inesorabile.
Troverete nel «Richiamo della foresta» e in «Zanna bianca» la rappresentazione realistica dell’Umanità che lotta costantemente contro la prepotenza dell’infinito, dell’inafferrabile, dell’imponderabile. Scenda o risalga il millenario cammino della civiltà — il cane diventi lupo o il lupo diventi cane — ogni creatura vivente, insoddisfatta, cerca sensazioni nuove, è costretta a sgombrare il proprio cammino, a vincere mille ostacoli, chè la vita si rinnova con sempre maggiore Varietà di forme e con più rapidi mezzi di distruzione. Questi due romanzi racchiudono una lezione in atto; questa: che la civiltà non deve indebolire il carattere nè affievolire lo spirito; il lupo che diviene cane è travolto, e forse il cane trova il suo completo sviluppo nel lupo! Da questa crudele lezione, i socialisti, conservatori, comunisti e aristocratici possono trarre elementi per scindere la parte viva da quella morta della propria filosofia o del proprio credo. La lettura di queste opere ci può lasciare immutati, ma non impassibili: l’odio e l’amore trovano in esse accenti definitivi che toccano le radici della nostra coscienza e dello nostra sensibilità. E mentre l’occhio spazia per vastità nuove e terribili, e ammira terre e solitudini sconosciute, e vede esperienze impensate, il cuore, il cuore dell’eterno fanciullo che è in noi, mormora inconsapevolmente una parola d’amore e di solidarietà ultraumana.