Ma il London non si limita a mostrarci, con crudele realismo, il rapporto naturale tra la vita selvaggia e la vita civile, ma rappresenta il contrasto diretto tra l’una e l’altra, affermando, invece della licenza, la legge; invece dell’istinto, il trionfo dell’autorità. Devozione del forte al debole, venerazione del debole per il forte, ecco la grande legge della vita che combatte gli impulsi selvaggi: ideale questo o, meglio, regola di vita veramente civile, che la società umana potrebbe a dovrebbe attingere se non fosse così mal ordinata da sembrare fatta per la conservazione e lo sviluppo degli istinti primitivi.

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Per dare degnamente inizio alla pubblicazione delle opere complete di Jack London, scegliemmo, nella sua vasta produzione, due romanzi: «Il richiamo della foresta» («The Call of the Wild») e «Zanna bianca» («The white fang»), i quali a nostro avviso, caratterizzano, meglio di tutti gli altri, non solo il temperamento dello scrittore, ma il processo di sviluppo della sua anima di pensatore temprato dall’esperienza della vita.

Nel primo, «Il richiamo della foresta», è il racconto di un cane che, attraverso perigliose vicende, per la crudeltà degli uomini e l’asprezza dell’esistenza finisce col diventar lupo, facendo, cioè, a ritroso, di gradino in gradino, il cammino inverso della civiltà, da una vita sicura, tranquilla, soleggiata, familiare, quale godeva. Aveva fede negli uomini, e la perde; credeva nell’onestà e nell’onore, e finisce col rubare per vivere, e uccidere per non essere ucciso: e quando l’ultimo amore umano cade, egli si ritrova nella selva, animale primitivo signoreggiato dai soli istinti naturali.

La vita di questo cane che diviene lupo, rispecchia materialmente e spiritualmente la vita dello stesso scrittore. Egli ebbe certamente un primo albore d’infanzia felice nell’amore dei suoi, sino a quando, fanciulletto, passava intere giornate sotto un albero a sorvegliare, per i contadini, il ritorno degli sciami delle api dalla loro vita operosa e errabonda. Breve albore al quale seguì ben presto la miseria più dura. Non ancora decenne, per aiutare la sua famiglia caduta in povertà, egli vende giornali per le vie di San Francisco, per le vie della sua amata «Frisco», dove egli era nato il 12 gennaio del 1876. Poco dopo, è operaio in una fabbrica di prodotti alimentari, dove sente i primi morsi dell’odio contro la piovra sociale, e i primi impeti di ribellione. Infatti, a soli quindici anni egli abbandona la famiglia e il lavoro per unirsi a una banda di pirati, e a sedici anni possiede una sua barca, la Razzle Dazzle, e la sua donna, una fanciulla della stessa età, ed è chiamato dai contrabbandieri il Principe del Banco delle Ostriche, perchè egli solo osa fare il contrabbando nella baia di San Francisco, sotto gli occhi della polizia, con una donna a bordo. Vestito di lana grigia, con scarponi da marinaio, e la larga cintola di cuoio rigonfia d’una grossa rivoltella, solido e robusto benchè ancora imberbe, egli si sente re del proprio destino, e con pacata sfrontatezza ingoia alcool, tra perduta gente, con la tenera mantenuta al fianco, nella bettola dell’Ultima Fortuna. Durò un anno quella vita selvaggia ch’egli definiva, sette anni dopo, come la più rischiosa della sua esistenza; durante la quale guadagnava in una settimana quello che più tardi non riusciva a guadagnare in un anno.

Diciassettenne, si decide o per amore di avventure o forse con la speranza di liberarsi dall’abitudine di bere, a partire, mozzo, per una crociera al Giappone, su un trealberi; ma non muta tenore di vita; come egli stesso confessa nel suo libro «Memorie di un bevitore»: «Incominciava la sera quando arrivammo ad un caffè e... è tutto quello che vidi del Giappone! E purtanto il nostro veliero stette quindici giorni nel porto di Yokohama! Quindici giorni passati a bere in compagnia dei migliori ragazzi di questo mondo».

Dal Giappone passa alla caccia delle foche nei mari della Russia orientale, e quando ritorna in patria, si dà a tutti i mestieri, ma soprattutto a quello del vagabondo, contro il suo vangelo sociale che considerava il lavoro fisico come un dovere per l’uomo, un dovere che conferisce alla salute e santifica la vita. «L’orgoglio che io traevo», scriss’egli, «da una giornata di lavoro ben compiuto, non si può nemmeno concepire. Io mi sentivo lo sfruttato ideale, lo schiavo tipo, ed ero quasi felice della servitù». Ma forse egli traeva a quel tempo più orgoglio dall’essere considerato da tutti come il «boy socialista», il vagabondo rivoluzionario. Per un certo tempo egli fa parte dei «two thousand stiffs», dei duemila irrigiditi, i terribili sovversivi che, condotti dal generale Kelly, mossero dalla costa del Pacifico alla socializzazione del mondo. La piccola armata di ribelli catturava treni, metteva a sacco città e villaggi, militarizzava tutti gl’uomini che incontrava sul suo cammino. Quando le autorità governative riescono ad arrestare la marcia di questi sovversivi e a disperderli, Jack London ritorna al suo vagabondaggio ed è spesso messo in prigione, come disoccupato senza fissa dimora.

Così, Jack London è in condizioni da ascoltare e sentire in sè tutto il fascino dell’appello della vita selvaggia, the call of the wild, e alla vita selvaggia si abbandona con l’impeto inconsiderato della sua esuberante natura. E davanti agli aspetti sempre più terribili della realtà, fra esperienze strazianti, lo spirito gli si rinvigorisce e s’affina. Il destino l’afferra, l’attanaglia, l’abbatte, l’abbrutisce: il cane diventa lupo, ma il lupo è signore della selva, dominatore nella vita selvaggia. Ma Jack London è un sensitivo, un delicato a dispetto della sua vita, uno spirito universale che non può perire schiacciato dal contingente; ed ecco ricominciare il travaglio affannoso dell’uomo che, per virtù del suo ingegno, pur rincantucciato nell’antro, ad affinar la selce, nella desolata solitudine della Vita selvaggia, spia se stesso, studia le voci arcane della natura, e, attraverso ostacoli tremendi, risale alla superficie della civiltà, mercè la potenza del patissero.

Il lupo diventa cane. (White fang).

Jack London ritorna spesso col pensiero al primo libro letto da bambino, l’Alambra, di Washington Irving, e cerca altre letture. Vuole istruirsi, e finisce — ha allora diciannove anni — per far ritorno alla famiglia, stabilita, a quel tempo, ad Oakland, dove l’attende la dolorosa sorpresa di trovare il padre graduato dell’odiata polizia. Egli vince, tuttavia, la ripugnanza che l’occupazione del padre e la vita ordinata destano in lui, ed accetta il posto di portinaio in una scuola secondaria. Poco dopo, collabora al bollettino letterario della stessa scuola, e, ad un tratto, diviene scrittore. Un giornale di San Francisco offre un premio per un articolo descrittivo: Jack London tenta la prova a vince. Incoraggiato dal primo successo, invia un altro articolo allo stesso giornale, che glielo rifiuta, questa volta. Allora, disgustato del suo mestiere di portinaio, riprende la vita nomade, e attraversa a piedi tutto il continente americano fino a Boston. Visita il Canadà, diviene minatore d’oro e pescatore di salmone nell’Alaska. Ma, intanto, il suo pensiero, in mezzo a tante traversie, si forma e precisa. Ha letto Spencer e Carlo Marx: la società gli appare sempre più mal combinata, il capitalismo odioso, con i suoi eccessi che ne fanno un mostro crudele, divoratore; allora il socialista per istinto diviene socialista rivoluzionario per ragionamento, convinto che il socialismo «mira, se non altro, a mettere ciascuno al suo posto».