Mentre il giorno declinava e il sole tramontava a nord-ovest (le tenebre erano ritornate, e le notti autunnali duravano sei ore), i giovani alci proseguivano sempre più riluttanti ad aiutare il loro capo. L’imminente inverno li rendeva ansiosi di scendere a livelli più bassi, mentre sembrava loro di non poter mai più liberarsi da quella instancabile creatura che li tratteneva indietro. La vita di un solo membro della mandria era molto meno importante delle vite di tutti gli altri, che alla fine erano contenti di pagare quel tributo richiesto.
In sul cader del crepuscolo, il vecchio alce stava con la testa abbassata, a guardare i suoi compagni, — le femmine che aveva conosciute, i vitelli suoi figli, i giovani alci che aveva comandato — mentre andavano innanzi goffamente a passo rapido, alla luce morente. Non poteva seguirli, chè davanti al suo naso s’alzava quell’implacabile terrore in forma di bestia dai denti aguzzi, che non l’avrebbe lasciato andare.
Esso pesava seicentocinquanta chili; aveva vissuto una lunga e strenua vita, piena di lotte e di contrasti, e alla fine affrontava la morte ricevendola dai denti di una creatura la cui testa non arrivava oltre il ginocchio dei suoi grandi garretti.
Da quel momento, notte e giorno, Buck non lasciò mai la sua preda, non gli concesse un momento di tregua, non gli permise mai di brucare nè le foglie degli alberi nè i germogli delle giovani betulle dei salci. E neppure concesse al toro ferito, l’opportunità di lenire la sua ardente sete nei mormoranti ruscelletti ch’essi attraversavano. Spesso, preso da disperazione, egli rompeva in lunghe corse pazze. In tali momenti, Buck non tentava di arrestarlo, ma gli saltava placidamente alle calcagna, soddisfatto del gioco, accovacciandosi per terra quando l’alce rimaneva immobile, assalendolo terribilmente quando esso tentava di mangiare o bere.
Così che la grande testa s’abbassò sempre più sotto l’albero delle corna, e il suo goffo aspetto divenne sempre più avvilito. L’animale incominciò a rimanere fermo, per lunghi periodi, col naso a terra e le orecchie cadenti; e Buck ebbe maggior tempo per bere e per riposare. In tali momenti, ansante, con la rossa lingua penzoloni e con gli occhi fissi al grosso alce, appariva a Buck che un mutamento avvenisse nell’aspetto delle cose. Poteva sentire una nuova agitazione nel paese. Con gli alci, giungevano altre specie di creature viventi. La foresta, il ruscello e l’aria sembravano palpitare per la loro presenza. Egli aveva sentore di loro, non perchè vedesse, o sentisse o odorasse, ma per qualche altro senso più fine. Non udiva nulla, non vedeva nulla e tuttavia sapeva che il paese era mutato; che attraverso ad esso strane cose accadevano e si propagavano; così che risolse di investigare appena avesse compiuta l’impresa in cui era impegnato.
Finalmente, al declinare del quarto giorno, egli riuscì ad abbattere il grande alce. Per un giorno e una notte rimase accanto alla sua preda, mangiando e dormendo, alternativamente. Poi, riposato, rinfrescato e forte, si volse verso l’accampamento e Giovanni Thornton. Incominciò il suo lungo facile galoppo, e andò innanzi, per ore ed ore, mai smarrito davanti all’intricato sentiero, proseguendo diritto verso l’accampamento, attraverso il paese sconosciuto, con una sicurezza di direzione da far vergognare l’uomo col suo ago magnetico.
Mentre avanzava, diveniva sempre più consapevole della nuova agitazione intorno. Vedeva una vita diversa dalla vita che vi era stata durante l’estate. E ora non fiutava più la cosa, in maniera fine e misteriosa: ne parlavano, ora, gli uccelli, ne cianciavano gli scoiattoli, la stessa brezza ne mormorava. Parecchie volte s’arrestò per annusare una specie di messaggio che lo faceva poi galoppare con maggior velocità. Era oppresso da un senso di calamità imminente, se pure non avvenuta già; così che mentre attraversava l’ultimo spartiacque e piombava giù nella valle, verso l’accampamento, procedette con maggior cautela.
Tre miglia più in là, trovò una traccia d’orme fresche che gli fece rizzare il pelo del collo. Andò diritto all’accampamento e a Giovanni Thornton.
Buck procedeva veloce e cauto, con tutti i nervi tesi, rilevando tutti i particolari che raccontavano la stessa storia, ma non la fine della storia stessa. Il suo naso gli faceva fiutare quel mutar di vita, sulle cui orme ora andava veloce. Osservò il gravoso silenzio della foresta. La vita degli uccelli era scomparsa. Gli scoiattoli s’erano nascosti. Ne vide uno soltanto, grigio e lucido, appiattito contro un ramo morto, grigio anch’esso, così che sembrava un’escrescenza legnosa del ramo.
Mentre Buck scendeva giù all’accampamento coll’addensarsi di un’oscura ombra, sentì il suo naso come bruscamente attratto di fianco, come se una forza reale l’avesse afferrato e tirato da quella parte. Seguì il nuovo odore in un cespuglio, e trovò Nig, che giaceva sul fianco, morto, nel punto dove s’era trascinato, con una freccia che mostrava da un lato la punta e dall’altro una estremità piumata.