Il desiderio del sangue divenne più forte che mai, d’allora. Egli era un uccisore, un essere che predava, vivendo di cose che vivevano, senza aiuti, solo, per virtù della propria forza e prodezza, sopravvivendo trionfalmente in un ambiente ostile dove soltanto i forti sopravvivevano. A causa di tutto ciò, divenne pieno di un grande orgoglio di se stesso, che si comunicava come per contagio al fisico, e gli si svelava in tutti i movimenti, appariva nel gioco d’ogni muscolo, parlava chiaro nelle movenze del portamento e rendeva il suo meraviglioso pelame ancor più meraviglioso. Se non avesse avuto delle chiazze brune sul muso e sopra gli occhi e una macchia di pelo bianco che arrivava sin quasi a mezzo il petto, egli avrebbe potuto essere scambiato per un gigantesco lupo, più grosso di qualunque esemplare della razza. Da suo padre, un San Bernardo, egli aveva ereditato la grandezza e il peso: mentre sua madre, cagna da pastore, aveva dato forma a quella grandezza e a quel peso. Il suo muso era il muso lungo del lupo, soltanto, era più grande di qualunque muso di lupo; e la sua testa, una testa di lupo ingrandita e massiccia. La sua scaltrezza era scaltrezza di lupo e di animale selvatico: la sua intelligenza, intelligenza da pastore e da Sambernardo. E tutto ciò, aggiunto all’esperienza fatta alla più feroce delle scuole, lo rendeva una creatura formidabile quanto qualsiasi essere vagante nella selva. Egli era un animale carnivoro, che si nutriva di carne di animali uccisi; era nel fiore della vita, nell’età piena, traboccante di vigore e di gagliardia. Quando Thornton passava una mano carezzevole lungo la schiena di Buck, un leggero scoppiettìo e scricchiolìo seguiva a quel gesto, poichè ciascun pelo scaricava al contatto, la sua elettricità animale. Tutte le parti di quel corpo, cervello e carne, nervi e fibre, erano armoniosamente sviluppati in sommo grado, e con perfetto equilibrio tra loro.
A viste e suoni ed eventi che richiedevano azione, egli rispondeva con una rapidità fulminea. Rapidamente, come fanno i cani husky quando balzano per difendersi da un attacco o per attaccare, egli balzava; ma era più rapido del doppio. Vedeva il movimento, o udiva il suono e rispondeva in minor tempo che impiegasse un altro cane per rendersi conto del movimento o del suono. Egli vedeva, determinava e rispondeva là per là. In realtà, i tre momenti del vedere, del decidere e del rispondere erano successivi, ma a intervalli così rapidi di tempo tra loro, che parevano simultanei. I suoi muscoli erano sovraccarichi di vitalità, e scattavano rapidi come molle d’acciaio. La vita fluiva in lui come una splendida fiumana, lieta e sfrenata; così che pareva che alla fine egli dovesse scoppiare, per riversare generosamente la sua vitalità sul mondo.
— Non è mai esistito un cane come questo, — disse, un giorno, Giovanni Thornton, mentre i soci guardavano Buck che se ne andava maestoso dall’accampamento.
— Quando fu fatto, lo stampo fu spezzato, — disse Piero.
— Per Giove, lo credo anch’io! — affermò Hans.
Lo videro uscire pomposamente dall’accampamento, ma non videro l’istantanea e terribile trasformazione che avvenne quand’egli fu nel folto della foresta. Egli non procedeva più: divenuto a un tratto un essere della selva, scivolava leggero, con zampe di gatto, un’ombra fuggevole che appariva e spariva tra le altre ombre. Egli sapeva trarre vantaggio da ogni riparo, sapeva trascinarsi sul ventre come un serpente, e come un serpente balzare e colpire. Poteva prendere un francolino dal nido, uccidere un coniglio nel sonno e afferrare a mezz’aria uno scoiattoletto che avesse ritardato un secondo a slanciarsi sugli alberi. I pesci negli stagni aperti, non erano troppo rapidi per lui; nè i castori che riparavano le loro dighe, erano abbastanza accorti per sfuggirgli. Uccideva per mangiare, non per il piacere d’uccidere; ma preferiva mangiare le prede uccise da lui. Sicchè provava un segreto piacere nelle sue azioni; ed era un gran divertimento per lui piombare inaspettatamente sugli scoiattoli, e, allorchè li aveva quasi presi, lasciarli andare, a gridare spaventati, sulle cime degli alberi.
Coll’avvicinarsi della fine dell’anno, gli alci apparvero in gran numero, scendendo lentamente a svernare nelle valli più basse e meno fredde. Buck aveva già abbattuto un giovane alce smarrito; ma egli agognava una preda più grossa e formidabile; nella quale s’imbattè un giorno, su un passo, al termine del torrentello. Una torma di venti alci aveva attraversato il passo venendo dalla pianura delle acque correnti e delle distese boscose; tra essi primeggiava un grande alce maschio. Era un animale furioso, alto più di sei piedi; un antagonista formidabile, quale Buck poteva desiderare.
L’alce agitava avanti e indietro i suoi grandi palchi palmati, che si diramavano in quattordici punte e misuravano sette piedi tra le estremità delle punte più lontane. Gli occhietti gli brillavano, maligni e cattivi, mentre egli muggiva furiosamente alla vista di Buck.
Dal fianco dell’alce, al disopra della coscia, sporgeva l’estremità di una freccia piumata, che era causa della furia selvaggia della bestia. Guidato dall’istinto che gli veniva dai lontani giorni di caccia in un mondo primordiale, Buck si avanzò per allontanare l’alce dalla mandria. Non era un compito facile. Egli danzava, abbaiando, davanti all’alce, fuori del tiro dei grandi palchi e delle terribili unghie fesse, che avrebbero potuto ucciderlo con un solo colpo. Incapace di liberarsi dal pericolo di quei denti che lo minacciavano e di proseguire il cammino, l’alce era al parossismo della collera. Così egli si lanciava contro Buck, il quale si ritirava furbamente, allettandolo a seguirlo, e fingendo di non poter fuggire. Ma quando l’alce maggiore era così separato dai suoi compagni, due o tre degli alci più giovani ai lanciavano a loro volta su Buck e impedivano all’alce ferito di raggiungere la mandria. Vi è una pazienza del selvatico — cocciuta, instancabile, persistente come la vita stessa — che tiene immobili per infinite ore il ragno nella sua ragnatela, il serpente nelle sue spire, la pantera in agguato; una pazienza ch’è propria degli esseri viventi che vanno a caccia di cibo vivente. Tale era la pazienza che spingeva Buck ad accannirsi contro l’orda di alci, a ritardare la loro marcia, a irritare i maschi giovani, a spaventare le femmine e i loro piccini, a fare impazzire l’alce ferito e rabbioso per l’impotenza.
Quel gioco continuò per mezza giornata. Buck si moltiplicò, attaccando da tutti i lati, avvolgendo la mandria in un turbine di minacce, togliendo fuori la sua vittima con la rapidità ch’essa usava nel raggiungere i compagni, esaurendo la pazienza delle creature da preda, la quale è minore di quella delle creature che predano.