Lo sopraffacevano impulsi irresistibili. Talvolta egli giaceva nell’accampamento, pigramente assonnato dal calore del giorno, allorchè, improvvisamente, alzava la testa e tendeva le orecchie, vigile, in ascolto, e balzava in piedi e si slanciava avanti, avanti e avanti proseguendo per ore ed ore, tra navate della foresta e per varchi aperti, dove si raggomitolavano gl’indiani. Godeva nel percorrere il letto asciutto delle correnti, e sorprendere e spiare la vita degli uccelli nel bosco. Per giorni interi, rimaneva nella macchia, dove poteva osservare le pernici che tamburellavano pavoneggiandosi su e giù. Ma godeva specialmente quando poteva correre nel profondo crepuscolo delle notti di mezza-estate, ascoltando i mormorii sommessi e assonnati della foresta, comprendendo segni e suoni, come un uomo legge in un libro, e tendendo l’orecchio all’eco di quel misterioso richiamo che lo invitava, vegliasse o dormisse, in tutti i tempi, ad andare.
Una notte, balzò dal sonno, di soprassalto, con gli occhi luminosi, le narici tremanti e annusanti l’aria, il pelame irsuto. Dalla foresta era giunto il richiamo (o una nota di esso, che ne aveva molte), distinto e definito come mai prima d’allora; come un lungo ululato, simile, e tuttavia non uguale, alla voce di un cane husky. Egli sapeva, per un ricordo familiare, di avere già udito altra volta quel suono. Attraversò di un balzo l’accampamento addormentato e s’immerse velocemente e in silenzio nella foresta. Mentre s’avvicinava al grido, procedette più lentamente, con corti movimenti, finchè giunse in uno spazio aperto tra gli alberi, e guardando vide, eretto sulle anche, col naso al cielo, un lungo magro lupo di bosco.
Buck non aveva fatto alcun rumore; pure, il lupo aveva cessato di ululare e fiutava la presenza del cane. Buck uscì lentamente tra gli alberi, mezzo rannicchiato, col corpo tutto raccolto, la coda diritta e rigida, le zampe che si posavano con insolita cura. Ogni movimento annunciava un misto di minaccia e di offerta amichevole. Era quella la minacciosa tregua che caratterizza l’incontro di bestie selvatiche da preda. Ma il lupo fuggì, alla vista del cane. Buck l’inseguì con furiosi salti, preso dal ticchio di raggiungerlo. Lo fece correre in un canale cieco, nel letto di un torrentello sbarrato da un cumulo di tronchi d’albero. Il lupo gli si rivolse di colpo, girando sulle gambe posteriori, come facevano Joe e tutti i cani husky che si trovino senza via di scampo, ringhiando, col pelo irto, serrando e digrignando i denti, in una continua e rapida successione di morsi.
Buck non lo assalì, ma gli girava intorno e lo teneva all’erta con profferte d’amicizia. Il lupo era sospettoso ed aveva paura, chè Buck gli era tre volte superiore per peso, mentre egli arrivava con la testa appena alla spalla di Buck. Colto il momento propizio, il lupo balzò via, e l’inseguimento ricominciò. Ripetutamente egli fu posto nella impossibilità di fuggire, e ogni volta ripetè il gioco di riprendere la fuga, quantunque fosse in cattive condizioni. Solo perchè era in cattive condizioni, Buck poteva facilmente raggiungerlo. Il lupo correva sino a che sentiva il fiato di Buck sulla sua coscia, e allora si voltava in atteggiamento di difesa, per poi balzare via ancora, alla prima opportunità.
Ma alla fine, la pertinacia dì Buck fu compensata: il lupo, accortosi infine, che il cane non intendeva fargli alcun male, si decise a scambiare con lui annusamenti. Poi divennero amici, e si misero a giocare insieme, con quel fare nervoso e mezzo timido, col quale le bestie feroci smentiscono la propria ferocia. Dopo qualche tempo il lupo s’avviò a piccolo galoppo in modo che mostrava chiaramente come andasse in qualche luogo. Egli fece capire a Buck che doveva andare con lui, ed essi corsero, l’uno al fianco dell’altro, nel crepuscolo oscuro, lungo il letto del torrentello, per la gola dond’esso usciva, e attraverso il solitario passo dove sorgeva.
Lungo l’opposto pendio dello spartiacque, essi scesero in una pianura dove vi eran delle grandi distese di boschi e molti fiumi, e attraverso a quelle distese di boschi, essi corsero senza arrestarsi, per ore ed ore, mentre il sole s’alzava più alto e il giorno diveniva più caldo. Buck era pazzamente contento. Sapeva ch’egli stava finalmente rispondendo all’appello, correndo al fianco del suo fratello silvano verso il luogo donde era certamente venuto il richiamo. Vecchie memorie gli ritornavano rapidamente: egli sentiva mescolarsi con esse come un tempo si mescolava con la realtà di cui essere erano l’ombra. Sentiva di avere fatto lo stesso prima, in qualche luogo dell’altro mondo vagamente ricordato, e rifaceva, ora, la stessa cosa correndo libero all’aperto, sulla terra non battuta, avendo l’ampio cielo sul capo.
Si fermarono a bere ad un’acqua corrente, e, fermandosi, Buck ricordò Giovanni Thornton. S’accovacciò per terra. Il lupo si rimise a correre verso il luogo di dove, certo, era venuto il richiamo, poi ritornò a lui, annusandolo e facendo atti, come se lo volesse incoraggiare. Ma Buck girò intorno e prese lentamente a seguire le tracce del ritorno. Per quasi un’ora, il fratello selvatico corse al suo fianco, mugolando flebilmente. Poi si sedette sulle anche, puntò il naso in alto, e ululò. Era un lugubre ululato; e Buck continuando la sua strada a buon galoppo udì l’ululato affievolirsi sempre più, finchè non si perdette nella lontananza.
Giovanni Thornton stava pranzando, quando Buck, balzando nell’accampamento, gli si lanciò addosso, in un impeto d’affezione, rovesciandolo, tenendolo sotto le sue zampe, leccandogli il volto, morsicandogli la mano, facendo le solite buffonate, come diceva Giovanni Thornton, mentre scuoteva Buck su e giù, amorosamente maledicendolo.
Per due giorni e due notti, Buck non lasciò mai l’accampamento, nè perdette un momento di vista Thornton. Lo seguiva al lavoro, lo sorvegliava quando mangiava, lo vedeva la sera andare sotto le coperte e la mattina uscirne. Ma dopo due giorni, l’appello della foresta incominciò a risuonare più imperioso che mai. A Buck ritornò l’irrequietezza, perseguitato com’era dal ricordo del fratello selvaggio e della terra ridente, di là dal passo, e della corsa a fianco a fianco attraverso le distese di foreste vergini. Ancora una volta, ricominciò a vagare nei boschi, ma il fratello selvatico non ritornò più; e benchè ascoltasse durante lunghe veglie, il lugubre ululato non fu più emesso.
Incominciò a dormir fuori la notte, rimanendo per giorni interi lontano dall’accampamento; e una volta attraversò il passo alla fine del torrentello e scese alla pianura di selve e corsi di acqua. Vagò per quei luoghi una settimana, cercando invano qualche recente segno del fratello selvatico, uccidendo la selvaggina durante il viaggio e proseguendo con quel lungo facile galoppo che sembra non debba mai affaticare. Acchiappò dei salmoni in un largo fiume che si scaricava in qualche luogo nel mare, e accanto a questo fiume uccise un grosso orso nero, acciecato dalle zanzare, mentre anch’esso pasceva, che correva furioso per la foresta, impotente e terribile. Anche questa lotta dura risvegliò la ferocia latente di Buck. E due giorni dopo, quando ritornò alla sua vittima e trovò una dozzina di ghiottoni che si litigavano le spoglie dell’orso, li disperse, come paglia, e quelli che fuggirono lasciarono dietro di loro due compagni che non avrebbero mai più litigato.