Uomini sul punto di morire avevano giurato affermando l’esistenza della capanna, e della miniera della quale la capanna segnava il luogo, ribadendo la loro testimonianza con mostrar pepite ch’erano diverse, per qualità, da qualsiasi tipo d’oro conosciuto nel Nord.
Ma nessun essere vivente aveva potuto saccheggiare quel tesoro, e i morti erano morti; perciò Giovanni Thornton e Piero e Hans, con Buck e una mezza dozzina d’altri cani, s’avventurarono nell’oriente lungo un cammino sconosciuto, per ottenere ciò che uomini e cani capaci come loro non avevano ottenuto. Essi risalirono in slitta, per sessanta miglia, lo Yukon, volsero a destra nello Stewart River, passarono il Mayo e il Mac Question, e continuarono, finchè lo stesso Stewart non divenne un ruscello, varcando gli alti picchi che segnano la spina dorsale del continente.
Giovanni Thornton chiedeva ben poco agli uomini o alla natura. Non aveva alcuna paura della terra vergine e selvaggia. Con una manata di sole e un fucile, poteva tuffarsi nelle selve, e nutrirsi in qualunque luogo egli volesse e quanto a lungo gli piacesse. Non avendo fretta, all’uso indiano, cacciava procurandosi il cibo durante il viaggio; e se non gli riusciva di trovarne, come gl’indiani, continuava a viaggiare, tranquillo nella certezza che prima o dopo avrebbe trovato di che sfamarsi. Così, in questo grande viaggio nell’oriente, la selvaggina costituiva il vitto, e munizioni e attrezzi formavano il carico principale della slitta, lungo un cammino illimitato.
Per Buck, era una gioia sconfinata quel cacciare, pescare e vogare attraverso luoghi sconosciuti. Per intere settimane andarono innanzi senza tregua; e per settimane e settimane s’accamparono qua e là; i cani riposando e gli uomini bucando col fuoco il fango gelato o la ghiaia gelata, e lavando innumerevoli padelle sporche, al calore del fuoco. Qualche volta soffrivano la fame, qualche volta banchettavano tumultuosamente, a seconda dell’abbondanza della selvaggina e della fortuna della caccia. Arrivò l’estate, e gli uomini e i cani si caricarono le loro cose sulle spalle e attraversarono su zattere azzurri laghi montani, e discesero o risalirono fiumi sconosciuti, in sottili barche segate e costruite alla meglio, con alberi della foresta.
Così, per mesi e mesi, avanti e indietro, essi girarono per tutta la vastità della terra sconosciuta, senza trovare alcun uomo, dove, tuttavia, degli uomini dovevano essere stati, se la Perduta Capanna era vera. Attraversarono passi nelle montagne, durante tormente estive; tremarono di freddo sotto il sole di mezzanotte, su nude montagne, tra la linea delle foreste e le nevi eterne; si calarono giù in valli soleggiate, tra sciami di zanzare e di mosche, e all’ombra dei ghiacciai raccolsero fragole e fiori mature e fragranti quanto i più vantati frutti e fiori delle terre del Sud. Circa la fine dell’anno, penetrarono in un fantastico paese di laghi, triste e silenzioso, dove vi erano state delle anitre selvatiche, ma dove, allora, non vi era alcuna vita o segno di vita, tranne di venti freddi, il formarsi del ghiaccio in luoghi riparati e il malinconico leggero mareggiare delle onde sulle sponde solitarie.
Durante un nuovo inverno, vogarono sulle orme cancellate di uomini passati prima di loro. Una volta, trovarono un sentiero segnato tra gli alberi nella foresta, un antico sentiero, e la Perduta Capanna parve molto vicina. Ma il sentiero non incominciava in nessun luogo e non finiva in nessun luogo, e rimase un mistero, come rimase un mistero l’uomo che l’aveva tracciato, e il perchè l’aveva tracciato. Un’altra volta scoprirono gli avanzi di un vecchio rifugio da caccia; e tra i fili di marcite coperte, Giovanni Thornton trovò un fucile a canna lunga e a pietra focaia. Riconobbe in quello, uno dei vecchi fucili dell’Hudson Bay Company, dei primi tempi dell’America del Nord-ovest, allorchè un tal fucile valeva un mucchio di pelli di castoro poste l’una sull’altra, quant’era alto. E non trovarono altro, nemmeno il più piccolo indizio dell’uomo che in tempi primitivi aveva costruito quel rifugio di caccia e lasciato il fucile tra le coperte.
Ancora una volta, ritornò la primavera, e alla fine delle loro peregrinazioni trovarono, non la Perduta Capanna, ma un giacimento poco profondo, in un’ampia valle, dove l’oro appariva come burro giallo attraverso al colatoio. Non cercarono oltre. Ogni giorno di lavoro faceva loro guadagnare migliaia di dollari in polvere d’oro e in pepìte, ed essi lavoravano ogni giorno. L’oro era posto in sacchi di pelle di alce, ognuno dei quali conteneva cinquanta libbre, ammucchiati come cataste di legna fuori della loro capanna di rami di abete. Faticavano come giganti, e i giorni si seguivano ai giorni, come sogni, mentre essi ammucchiavano il tesoro.
I cani non avevano altro da fare che trascinare nell’accampamento la selvaggina uccisa di tempo in tempo da Thornton; e Buck passava lunghe ore a meditare accanto al fuoco. La visione dell’uomo peloso dalle gambe corte gli ritornava più di frequente, ora che vi era poco lavoro da fare; e spesso, socchiudendo gli occhi accanto al fuoco, Buck vagava con lui in quell’altro mondo ch’egli ricordava. La cosa più notevole di quell’altro mondo sembrava la paura. Quand’egli guardava l’uomo peloso dormire accanto al fuoco, con la testa tra le ginocchia e le mani congiunte sul capo, Buck vedeva ch’egli dormiva inquieto, con molti sussulti e destandosi spesso, guardando atterrito nelle tenebre e gettando dell’altra legna sul fuoco. Se camminavano lungo la spiaggia del mare, dove l’uomo peloso raccoglieva molluschi e li mangiava a mano a mano che li raccoglieva, egli procedeva con occhi che cercavano intorno pericoli nascosti e con gambe pronte a correre come il vento, alla prima presenza di pericolo. Attraverso la foresta passavano senza far rumore, Buck alle calcagna dell’uomo peloso; ed erano sempre in ascolto e vigili, tutt’e due, le orecchie che si muovevano e drizzavano e le narici tremanti, chè l’uomo udiva e fiutava con la stessa finezza di Buck.
L’uomo peloso poteva saltare sugli alberi, e andare innanzi tra le rame come per terra, dondolandosi da un ramo all’altro, per le braccia, spesso saltando da un’estremità all’altra, alla distanza di una dozzina di piedi, lasciandosi andare e afferrandosi, senza mai cadere, senza sbagliare mai. Infatti, egli pareva a suo agio tra gli alberi come a terra; e Buck ricordava notti di veglia passate sotto alberi sui quali era appollaiato l’uomo peloso, tenendosi afferrato stretto, mentre dormiva.
E molto affine alle visioni dell’uomo peloso era l’appello che ancora risuonava nelle profondità della foresta. Quell’appello gli dava una grande irrequietezza e strani desiderî. Gli faceva provare una vaga e dolce contentezza, come se egli si rendesse conto di selvaggi turbamenti e appetiti. Qualche volta Buck seguiva l’appello nella foresta, cercandolo come se fosse stato una cosa tangibile, abbaiando dolcemente e in tono di sfida, come gli dettava l’umore. Ficcava il naso nel fresco muschio della selva, e sbruffava con gioia nella terra nera dove cresceva dell’erba alta, e sbruffava con gioia agli odori grassi del suolo; e si rannicchiava per delle ore, come se si nascondesse, dietro tronchi fungosi d’alberi caduti, con gli occhi e le orecchie spalancate a tutto ciò che si muoveva e risuonava intorno a lui. Può darsi che, così accovacciato, sperasse di sorprendere quell’appello ch’egli non poteva comprendere. Ma egli non sapeva perchè facesse quelle varie cose: era costretto a farle, ma non ragionava punto su esse.