E qui può ben finire la storia di Buck. Non passarono molti anni, e gli yechats osservarono un cambiamento nella razza dei lupi della selva; vedendone alcuni con macchie brune sulla testa e sul muso, e con una striscia di pelo bianco nel mezzo del petto. Ma un fatto più notevole raccontano gli indiani; parlano dell’esistenza di un Cane Spettrale che corre alla testa del branco di lupi. Essi hanno paura di questo Cane Spettrale, perchè è più furbo dei lupi, ruba nei loro accampamenti, durante i terribili inverni, spoglia le trappole, uccide i cani, e sfida i più bravi cacciatori.
Ma la storia diventa anche più truce. Narrano di cacciatori che non ritornano più all’accampamento, di cacciatori che i loro compagni di tribù hanno trovato con le gole crudelmente squarciate, tra impronte di lupo, sulla neve, più grandi delle impronte di qualsiasi lupo. Ogni autunno, allorchè gli yechats seguono il movimento degli alci, si fermano davanti una valle nella quale non osano penetrare. E vi sono delle donne che diventano tristi quando si racconta, intorno al fuoco, come lo Spirito del Male abbia scelto quella valle per dimora.
Tuttavia, l’estate, appare un visitatore in quella valle; un visitatore del quale nulla sanno gli indiani. È un grande lupo dal mantello meraviglioso, simile e pur diverso da tutti gli altri lupi. L’animale attraversa, solo, il monte ridente di boschi, e scende in uno spazio aperto tra gli alberi; dove un ruscelletto giallo sorge tra imputriditi sacchi di pelle di alce, e s’affonda nella terra. E tra le alte erbe che crescono dove il ruscello scompare, e tra muschi che ne nascondono il giallore al sole, egli rimane assorto per qualche tempo; poi ulula e se ne va.
Ma egli non è sempre solo. All’approssimarsi delle lunghe notti invernali quando i lupi seguono le loro prede nelle valli più basse, lo si vede correre alla testa del branco, alla pallida luce lunare o alla luce fioca delle aurore boreali; e balzare come gigante tra i suoi compagni, e precederli, ululando coll’ampia sua gola il canto del mondo più giovane, il canto del branco.
FINE
IL FIGLIO DEL LUPO.
L’uomo stima di rado la donna secondo il giusto merito, se non quando rimane privo della sua compagnia. Egli, di solito, vive immerso nell’atmosfera femminile, nella quale, in certo modo, si lagna, senza sospettar neppure quant’essa sia penetrante. Ma il giorno in cui essa gli manca, comincia a farsi, nell’esistenza dell’uomo, un vuoto che s’ingrandisce sempre più. Allora l’uomo aspira vagamente a qualche cosa di poco definito, ch’egli non è capace di spiegarsi in che consista. Se ha per caso degli amici inesperti come lui, questi scuotono il capo guardandolo e gli raccomandano un rimedio energico. Senonchè il malessere s’accresce, col tempo; i piccoli fatti della vita quotidiana perdono importanza, ai suoi occhi, sinchè, alla fine, un bel giorno, il vuoto gli diventa insopportabile e l’animo gli si illumina di nuova luce, a un tratto.
Quando questo accade nel paese bagnato dal Yukon, l’uomo che si trova in tali condizioni morali si procura subito una barca, se può, oppure attacca i cani a una slitta, se l’inverno è rigido, e si dirige verso il sud.
Dove, se ha fiducia nel progresso del paese, ritorna mesi dopo, conducendo con sè una donna che sarà partecipe della sua confidenza e, all’occorrenza, della fatica. Questo ci mostra l’egoismo innato nell’uomo e ci fa ricordare le disavventure di «Scruff» Mackenzie, nel tempo in cui il paese non era ancora invaso dall’afflusso dei nuovi avventurieri, i che-cha-quas, e il Klondyke era noto solo per la pesca del salmone.