L’aspetto di Scruff Mackenzie mostrava ch’egli era nato sul confine e c’era vissuto. Il suo viso portava i segni di venticinque anni di lotta incessante contro la Natura, nella sua vita più aspra e più selvaggia. Egli aveva trascorso gli ultimi due anni, più difficili e più duri di tutti, a cercare tastoni l’oro che ai trova all’ombra del cerchio polare artico.

Quando la solitudine incominciò a pesargli, egli non fu punto sorpreso della cosa, da uomo pratico che aveva conosciuti altri colpiti a quel modo: non manifestò, esteriormente, alcun segno di sofferenza, anzi, si rimise al lavoro con maggiore applicazione di prima.

Durante tutta l’estate lottò contro le zanzare africane e lavorò nei terreni auriferi di Stuart River, per potere provvedersi d’una quantità doppia di viveri.

Quindi, ammassato un certo numero di tronchi d’alberi, costrusse una zattera sulla quale seguì il corso del Yukon sino a Forty Mile, dove costruì una delle più graziose capanne dell’accampamento. Quella capanna era così comoda, che parecchi gli fecero la proposta di abitarvi e di vivere, da buoni compagni, con lui; ma egli distrusse subito le loro speranze con poche parole dure, risentite e sbrigative, e comperò provviste abbondanti, sì, ma per due persone. Scruff Mackenzie era, come si vede, un uomo pratico: quando aveva bisogno di qualche cosa, riusciva di solito a procurarsela, ma senza incomodarsi più del necessario. Sebbene avvezzo alle fatiche più penose, non aveva però nessuna voglia di fare prima un viaggio di novecento chilometri sul ghiaccio, poi un secondo sul mare — duemila chilometri circa, — quindi, un terzo viaggio di circa mille e cinquecento chilometri a piedi, per andare, in fin dei conti, in cerca di una donna. No: la vita gli pareva troppo breve, per agire così. Egli attaccò i cani, fissò sulla slitta un carico molto originale, e partì lungo la grande pianura che, digradando in occidente, viene irrigata dalle sorgenti del Tanana.

Era un viaggiatore infaticabile, e aveva dei cani-lupi che, pur consumando razioni minime di cibo, potevano percorrere un lungo cammino e compiere maggior lavoro di qualsiasi altro tiro in tutta la regione bagnata dal Yukon.

Tre settimane dopo, egli giunse a un accampamento di cacciatori della tribù degli Sticks, stabilitisi lungo il Tanana; i quali furono colpiti della sua audacia, giacchè non godevano buona reputazione, ed erano giustamente malfamati per avere uccisi parecchi bianchi allo scopo di toglier loro delle inezie, come un’accetta o una carabina in cattive condizioni. Pure, Scruff Mackenzie s’avanzò solo tra essi, con un’aria che conciliava in modo meraviglioso umiltà, familiarità, sang-froid, e insolenza.

Occorrevano una profonda conoscenza dell’indole dei barbari e una grande finezza di tatto per usare armi così diverse, ma il nostro eroe era diventato maestro in quest’arte, e sapeva, secondo i casi, mostrarsi remissivo o minacciare con accento di collera olimpica.

Egli andò diritto al Capo Thiling-Tinneh, e gli fece un profondo inchino offrendogli una libbra di tè nero e una di tabacco, conquistandosi, così, immediatamente, le buone grazie del capo. Poi s’unì agli uomini e alle ragazze e annunziò che avrebbe dato, la sera, un potlach[2].

Entro un rettangolo di circa cento piedi di lunghezza, e venticinque di larghezza, fu battuta la neve sino a formarne una superficie compatta, e preparato nel centro un gran fuoco, mentre con rami di abete veniva formata come una cinta adorna ai due lati. I membri della tribù, una settantina circa, lasciate le loro capanne, incominciarono a cantare delle canzoni popolari in onore dell’ospite.

In due anni di dimora in quelle regioni, Scruff Mackenzie aveva imparato le poche centinaia di parole che formano il vocabolario di quelle popolazioni, impadronendosi dei loro suoni gutturali e assimilando, al tempo stesso, il loro frasario giapponese, le costruzioni e le particelle onorifiche. Di modo che pronunziò un discorso secondo il loro gusto, avendo cura particolare di soddisfare il loro istintivo amore di poesia con voli d’eloquenza grossolana e contorsioni di metafore. Quando Thiling-Tinneh e il Shaman[3] gli ebbero risposto con lo stesso tono, egli fece dei piccoli regali agli uomini e incominciò a cantare con loro, poi prese parte al loro gioco dei cinquantadue bastoni, nel quale era molto forte.