— Io credo d’essere più vicina alla verità, — rispose Ruth, — attenendomi alla cosa stabilita, che non voi colla vostra rabbia iconoclastica simile a quella dei selvaggi delle isole dell’Arcipelago.

— Sono stati i missionari a rompere le immagini! — replicò lui ridendo. — Disgraziatamente, tutti i missionarî sono partiti in missione presso i pagani, dimodochè non ne rimangono da noi, per infrangere questi vecchi idoli, Vandervater e Praps!

— Dimenticate i professori delle Università. — aggiunse lei.

Egli scosse il capo con enfasi. — Bisogna lasciar vivere i professori di scienza; essi sono veramente grandi. Ma sarebbe davvero una bella opera sterminare il novantanove per cento dei professori di letteratura inglese, che hanno un cervello da pappagalli.

Questo giudizio severo era per Ruth una bestemmia.

Essa non poteva far di meno di paragonare i professori, — delicati, dotti, ben vestiti, che parlavano con voce modulata e respiravano la cultura più raffinata, — con quell’indescrivibile giovanotto che lei amava, Dio sa perchè: sempre un po’ disordinato nel vestire, con dei grossi muscoli che rivelavano un passato volgare, e che s’eccitava parlando, esagerando tutto, scattando alla minima contraddizione. Eppoi, essi, se non altro, guadagnavano tanto da vivere con larga agiatezza, mentre egli non era capace di guadagnare un penny. Lei non giudicava gli argomenti di Martin dalle parole, ma riteneva in cuor suo, semplicemente — inconsciamente, è vero — che fossero falsi. I professori avevano ragione, perchè erano riusciti; Martin aveva torto, perchè falliva. Per dirla con le sue parole: essi erano qualche cosa, e lui era niente. D’altra parte, sarebbe stato veramente irragionevole che avesse ragione lui che lei vedeva ancora, poco tempo prima, in piedi nello stesso salotto, goffo e tutto rosso, in atto di guardarsi attorno timidamente, spaventato nel pensare che le sue spalle potessero rovesciare qualche ninnolo; proprio lui che domandava da quanti anni Swinburne fosse morto, e annunziava trionfalmente d’aver letto Excelsior e I Salmi della vita!

Incoscientemente, Ruth dava la prova che lei non stimava altro che la Cosa Stabilita. Martin seguiva lo sviluppo dei suoi pensieri, ma non voleva andar oltre. Egli non l’amava per le idee che lei aveva su Praps, Vandevaler e i professori di letteratura inglese, e si convinse sempre più di possedere delle capacità cerebrali e un’ampiezza di sguardo filosofico che lei non avrebbe potuto mai capire e neppure immaginare.

In fatto di musica, lei lo giudicò insensato, e in materia teatrale, pervertito.

— Be’, che ne dite? — gli domandò lei una sera, — tornando a casa dal teatro lirico, dov’egli l’aveva condotta a furia di lesinare in modo sordido sul vitto. Commossa e turbata dalla musica, lei aveva atteso invano ch’egli parlasse.

— Il preludio m’è piaciuto, è meraviglioso, — disse lui.